Brexit non è rivolta della plebe, ma il tradimento dell’élite

Posted on 30 giugno 2016

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Qualche giorno fa il voto sulla Brexit ha sancito il più spettacolare fallimento della classe dirigente britannica dal dopoguerra. Un’incredibile serie di calcoli politici sbagliati, trasformati in rovinose azioni da una visione ristretta ed egoistica delle possibili conseguenze, ha condotto la Gran Bretagna non solo alle porte del divorzio con l’Unione Europea, ma anche alla concreta ed attuale possibilità di uno smembramento del paese con la possibile secessione della Scozia e forse anche dell’Irlanda del Nord.

Un capolavoro che è merito di molti, ultimi tra tutti i votanti che recandosi alle urne hanno formato la risicata maggioranza in favore del divorzio dall’Unione innescando un armageddon inatteso dagli stessi proponenti del referendum, che per un motivo o per l’altro hanno tutti giocato con la consultazione sul presupposto, il calcolo politico sbagliato, che avrebbe restituito il risultato opposto.

Sbagliato il calcolo di Cameron che ha voluto il referendum per regolare i conti interni al suo partito, sbagliato il calcolo di Corbyn che non ha voluto gettare tutto il peso del Labour nella contesa e sbagliati anche i calcoli di Farage e Johnson, che immediatamente dopo il voto si sono ritrovati muti, con il cerino in mano e senza la minima idea del che fare, se non gestire l’imbarazzo per l’improvvisa evidenza delle falsità con le quali hanno condotto la battaglia referendaria. I due principali partiti britannici sono ora nel caos più totale, con le leadership contese e nessuna linea ufficiale sul che fare. Investito dal disastro, Cameron è riuscito comunque a mettere sotto scacco i suoi avversari interni chiamando a nuove elezioni.  Avranno vita dura i fautori del Brexit all’interno del suo partito, perché si dovranno candidare a portare alle estreme conseguenze l’esito del voto del referendum, fino al possibile smembramento della Gran Bretagna e alla sua riduzione a ben più modesta unione di Galles e Inghilterra, un’ipotesi che si è materializzata prepotentemente all’indomani del voto e che ovviamente non può che essere vista come un disastro anche da quanti hanno votato per il divorzio dall’Unione. L’unico che per ora sembra averlo capito è proprio Boris Johnson, che s’era lanciato nel referendum per sfidare la leadership di Cameron e che, ora che lo ha vinto, ha annunciato che non si candiderà alla guida del partito, una corsa che vede già quattro candidati conservatori, in buona parte convertiti alla Brexit dopo il voto. Meglio lasciare che siano altri ad affrontare le aspettative che le sue bugie hanno creato negli elettori. La sfida tra virgulti della migliore Britannia, già compagni di sbronze e discutibili goliardate nei college più esclusivi del paese, si è conclusa in parità, con la momentanea rovina d’entrambi. Se David infatti porta il peso di una sconfitta epocale, Boris ne condivide le responsabilità e passa le giornate braccato e insultato dai compatrioti che non hanno gradito.

Ci saranno più soldi per la sanità? Dopo il voto han detto d'essersi sbagliati

Ci saranno più soldi per la sanità? Dopo il voto han detto d’essersi sbagliati

Che i sostenitori del referendum non avessero la più pallida idea del che fare in caso di vittoria è stato dimostrato ampiamente anche da Farage, che prima ha ritrattato quanto assicurato durante la campagna e poi si è ritrovato al Parlamento Europeo a votare contro alla mozione che chiede alla Gran Bretagna di far presto con le procedure per il divorzio, che può essere attivato solo da Londra e che potrebbe anche non esserlo mai, anche se questa possibilità non sembra per il momento alle viste. Il referendum è infatti -consultivo – e la decisione di separarsi dall’UE può essere intrapresa solo dal parlamento, dove però al momento non c’è una maggioranza a favore della decisione e dove potrebbe non esserci nemmeno in un futuro prossimo. Le pressioni dell’Europa a far presto servono soprattutto a evitare che questo processo possa trascinarsi per mesi o per anni, lasciando l’Unione nell’incertezza, ma tradisce anche l’insofferenza dei partner europei e qualche calcolo meschino di alcuni governi che pensano d’accrescere il loro potere un Europa nutrendosi delle spoglie della Gran Bretagna. Altri lungimiranti egoisti, incapaci di vedere come l’uscita della Gran Bretagna accrescerebbe soprattutto il peso e il potere della Germania all’interno dell’Unione.

Molto è stato detto sulle ragioni per le quali il referendum ha raggiunto il clamoroso risultato a dispetto delle previsioni iniziali, che davano per certa la scelta della continuità nel rapporto con l’UE. Tra il molto, ben poco di sensato, soprattutto nei tentativi d’attribuire a questa o quella causa precisa il motivo unico e scatenante del disastro. Quello che è certo è che invece si è trattato di una tempesta perfetta, del confluire di fenomeni di lungo periodo in un unico evento che ha così assunto le dimensioni dell’eccezionale imprevisto, anche se le sue evidenti radici sono piantate nel passato non più prossimo. Altrettanto certo è che a indire il referendum e a giocarselo rovinosamente dopo anni e anni trascorsi a creare le condizioni per il disastro sono state proprio le élite britanniche, in particolare quelle conservatrici. L’immigrazione, la «minaccia islamica», l’Europa che «ce lo chiede» è che troppo spesso «lo vuole» sono stati i talking point della destra europea negli ultimi vent’anni e più, almeno da quando in Occidente s’è deciso d’adottarli in sostituzione del pericolo comunista e della minaccia sovietica come pretesti o capri espiatori per le decisioni sbagliate e le crisi di ogni natura. E funziona, otto anni dopo la grande crisi scatenata dai fallimenti delle grandi banche angloamericane, buona parte dei britannici è convinta che se va male è colpa dell’Unione Europea, anche perché il pretesto è stato adottato con favore anche da molti dei governi sedicenti di sinistra, ma tendenti a una «terza via» che altro non è che l’imitazione della stessa politica della destra.

Sbaglia chi punta  il dito contro l’elettorato «ignorante» o addirittura contro suffragio universale, ancora di più se un giudizio tanto semplificato ed arrogante proviene da chi ha fatto dello storytelling politico la sua professione. La comunicazione politica, la propaganda, ha una sua riconosciuta efficacia sugli ignoranti come sui sapienti. Che molti tra quanti vivono producendo propaganda si siano lamentati del suo effetto, rinfacciando agli elettori d’esserci caduti, è in un certo modo bizzarro ben oltre l’arrogante superficialità che mettono in mostra commenti del genere. La propaganda è un’arma lecita e potente che in democrazia andrebbe usata responsabilmente, così come i media e le organizzazioni politiche, che in democrazia hanno anche responsabilità didattiche, ed è molto poco elegante incolpare della scelta «sbagliata» gli elettori meno preparati e meno attenti senza spendere una parola su come stati condotti all’errore da una narrazione che, da almeno due decenni, si fonda su xenofobia e razzismo per legittimare la partecipazione alle guerre o alle politiche economiche che hanno acuito le differenze tra ricchi e poveri. Ancora meno elegante è farlo dai pulpiti di chi in democrazia avrebbe la responsabilità sociale di contribuire all’educazione delle masse derelitte e invece ha trascorso gli ultimi anni a giustificare le guerre come i tagli all’istruzione e alle spese sociali, poco importa se in nome dell’Europa, dell’integrità dei bilanci o di qualche fallimentare teoria economica. Ben pochi tra politici e operatori dei media in Occidente si possono chiamar fuori da questa responsabilità e non sarebbe comunque il momento più elegante e adatto per farlo.

Anche nel nostro paese la propaganda delle formazioni di destra campa da anni con questi espedienti e i titoli di Libero o del Giornale hanno la stessa cadenza ossessiva di quelli dei tabloid britannici nel proporre un paese vittima di una «invasione», per lo più islamica. Non fanno eccezioni testate più paludate come il Corriere della Sera, sempre prodighe d’editoriali contro questi spauracchi e nel deviare verso di loro le frustrazioni generate da scenari economici deprimenti e da politiche fallimentari. Anche nel nostro paese quest’azione ha prodotto negli anni un deciso aumento del razzismo e dei razzisti e una crescente ostilità per l’Unione Europea, che con la sua presunta ossessione per i conti in ordine ha assunto le sembianze d’un Cerbero che sbarra le porte del paradiso dell’abbondanza. Null’altro che pretesti della destra per giustificare politiche fallimentari volute dalla destra, dalla War on Terror all’abbraccio delle teorie neoliberiste già dimostratesi mortifere. Pretesti poi adottati anche dalla sinistra continentale che, convergendo verso il mitico «centro» e rinunciando a molti dei propri presupposti ideali, ha contribuito da aprire spazi all’estrema destra o a spingere milioni di elettori europei a rifugiarsi nell’astensione, spianando la via a disastri che potrebbero non esaurirsi con il voto britannico. Manca una visione veramente alternativa a quella della destra e le analisi e le proposte che se ne discostino non emergono e non generano quel tipo di dibattito sano e serio che dovrebbe essere il sale della democrazia, perché i media e i maggiori partiti cantano tutti la stessa canzone.

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«Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità». Fatto.

A rendere il tutto ancora più straniante cè che il Regno Unito non è per niente stremato dalle politiche europee e nemmeno oppresso dall’UE, alla quale ha aderito a condizioni di favore senza adottare l’euro, senza siglare l’accordo di Shengen e diversi altri trattati che invece gli altri paesi membri hanno diligentemente sottoscritto. Una posizione di privilegio ora messa in pericolo proprio dal referendum, al quale i partner europei hanno reagito pregando i britannici di fare in fretta, perché l’incertezza non piace ai mercati, e azzerando le ultime concessioni offerte a Cameron proprio come buon viatico al referendum. Una posizione di privilegio che difficilmente potrà essere mantenuta anche se la Gran Bretagna finisse per non attivare le procedure previste per dare il via al divorzio all’Unione.

Dismesse anche le ricostruzioni secondo le quali il voto sarebbe stato caratterizzato da una frattura generazionale; ipotesi subito sposata da molti, ma indimostrata dai dati; c’è invece da rilevare che il voto ha evidenziato una sicura frattura di classe e nette fratture geografiche. I meno abbienti, che sono anche i meno istruiti e quelli con meno possibilità d’accedere ai pochi dibattiti di qualità che hanno caratterizzato la campagna, hanno votato per il divorzio e lo hanno fatto soprattutto quelli residenti in Inghilterra e Galles, con la notevole eccezione di Londra. Non è la lettura «città contro campagna» che può spiegare il voto, anche perché l’agricoltura britannica è cosa relativamente modesta e altamente dipendente dai contributi che arrivano da Bruxelles. Nel Regno Unito l’agricoltura occupa appena l’1,5% della forza-lavoro nazionale (In Italia è IL 5%) e contribuisce per circa 10 miliardi di sterline al Pil (dati del 2010) riuscendo ad assicurare una magra redditività agli imprenditori agricoli, che per la loro sopravvivenza contano soprattutto sugli oltre 3 miliardi di sterline all’anno di contributi europei. Allo stesso modo pare da dismettere qualsiasi lettura che riconduca a un qualche rivolgimento di classe o alla ribellione nei confronti del sistema economico imperante. Non c’è traccia di rivendicazioni di classe nel dibattito che ha preceduto il referendum e le sparute formazioni di sinistra che hanno sposato il voto in funzione, dicono loro, anticapitalista, sembrano non aver notato per niente l’elefante nella stanza. Se difendere l’associazione all’UE equivale a difendere gli interessi del capitalismo sovranazionale, c’è da chiedersi come mai i britannici non abbiano rivolto le loro ire verso il capitalismo che si ritrovano in casa. Che in quanto a sfrenato e sovranazionale non ha da imparare da nessuno. C’è chi dice che proprio quello fosse in realtà il bersaglio dei votanti che hanno partecipato al referendum sperando di trarne qualche soddisfazione dopo gli anni passati inutilmente dal 2008, anni nei quali l’alternanza tra destra e sinistra non ha dato segno di voler intraprendere la minima riforma e ha lasciato sostanzialmente impuniti finanzieri e banchieri responsabili dei delitti che hanno provocato la crisi e ne hanno acuito le dimensioni. I danni che le grandi realtà finanziarie stanno affrontando a causa dell’esito del referendum sarebbero il «colpo» che un elettorato scafato ha voluto assestare loro, schivando la difesa consociativa messa in campo dall’élite, ma anche questa ipotesi appare abbastanza inverosimile come legante e movente di un’azione monolitica che non c’è stata, non s’è vista e che avrebbe comunque un senso molto discutibile.

La quota di votanti spinta dai diversi percorsi politici, intellettuali e personali non è facilmente quantificabile, come non è quantificabile la percentuale di quelli che hanno votato pensando di votare contro una finanza impegnata in un osceno complotto che ha come scopo il dominio del mondo. Una finanza per alcuni (non pochi) è ancora e sempre «controllata dagli ebrei», vedi i corsi e i ricorsi della storia, perché molta parte dell’opposizione alla crescente impunità della finanza è allineata sotto la bandiera nera dell’estremismo di destra e fedele alla narrazione classica dell’estrema destra, non certo alla visione di una qualche sinistra anticapitalista. Far notare che il voto britannico non è stato per niente un voto anti-sistema non è quindi spendersi in una difesa del capitalismo sovranazionale, ma mero esercizio di realismo. Il capitalismo britannico è tra i più indomabili e proprio per le sue resistenze la Gran Bretagna ha aderito solo parzialmente all’UE, contro il capitalismo britannico l’opposizione in patria è quasi impalpabile, non da ieri, e il referendum non ha cambiato i termini della questione, non s’è vista critica di classe nel reclamare il distacco dall’UE e non s’è vista ribellione contro l’élite nazionale.

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Il “filosofo” preferito dalla rincodestra italiana plaude alla nazionaldemocrazia, da brividi.

La Gran Bretagna poi è il primo paese al mondo nell’offerta di paradisi fiscali, anche se apparentemente ci sono una ventina di paesi che la precedono in questa particolare classifica. Londra controlla però una serie di paesi e relative giurisdizioni in giro per il mondo, Dalle Bermuda alla Isole Cayman, fino a Gibilterra, all’isola di Jersey o alle Isole Vergini, per un giro d’affari che la vede nettamente come il primo paese al mondo nell’offerta di segreto bancario e societario. I Panama Papers per di più hanno confermato inoltre che le consulenze d’origine britannica non si limitano a instradare i clienti verso i paradisi garantiti dalla protezione offerta da Londra. Segreti che l’UE vorrebbe rimuovere, con Londra che da anni dice d’essere d’accordo, senza tuttavia agire di conseguenza. Un’offerta che diventa ancora più imbarazzante in quanto evidentemente integrata nell’offerta di servizi finanziari da parte d’intermediari e professionisti britannici, che fanno perno su questa offerta di riservatezza per costruire le complicate reti societarie che servono a privati ed aziende provenienti da tutto il mondo, ma soprattutto agli autoctoni, a sfuggire all’occhio del fisco e della legge. Una gigantesca macchina per il riciclaggio e il travisamento di capitali e patrimoni che è fondamentale per assicurare l’impunità e l’opacità delle corporation, come per la sicurezza dell’esercito di mediatori e di profittatori che in tutto il mondo gravano attorno ai grandi affari, soprattutto quelli pubblici. Niente che all’apparenza turbi l’elettore britannico, come non lo turba che le presunte «ingerenze» UE nella politica britannica impallidiscano al confronto di quelle imposte ancora oggi dal Regno Unito alle ex colonie rimaste dipendenti dall’ex impero, che ora seguendo la scelta di Londra perderanno anch’esse l’accesso e i privilegi concessi dall’UE, ma vedranno anche svanire le pressioni europee che mirano allo smantellamento dei paradisi fiscali.

È questa finanza che da decenni cerca di tagliare i servizi ai britannici, non l’Unione Europea, ed è questa finanza, assecondata da questa politica, che nel 2008 ha trascinato il paese e le sue banche nella catastrofe finanziaria. Sono nella «deregulation» che s’affermò ai tempi di Reagan e Thatcher e nel neo-liberismo di matrice anglosassone le radici della crisi del 2008, non certo nelle iniziative dell’Unione, che pur se spinta nella medesima direzione in qualche modo resiste e continua a coltivare una debole pretesa di mettere limiti all’attività di banche e finanza. E sono le regioni più colpite dalle crisi degli anni ’70 e ’80 ad aver votato contro l’Unione, non le ha rovinate l’Europa, le ha rovinate l’élite britannica, la stessa che ha perdonato e mandato assolte le banche britanniche che truffavano mezzo mondo taroccando il Libor (per la truffa ordita di concerto tra le banche  è stato condannato un solo trader) o che ha nazionalizzato e rimesso in piedi, con i soldi dei contribuenti, le banche e le istituzioni finanziarie che sono fallite durante la grande crisi. La lettura della crisi che ha spinto molti al voto è tipicamente di destra così come sono di destra le (non) soluzioni vagheggiate, così com’è di destra il recupero e la riproposizione di antichi complotti tanto cari all’estrema destra, anche britannica. D’anticapitalismo e lotta di classe non c’è traccia.

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Quelli che finiscono sempre lì.

Il voto britannico non è un voto contro il sistema e non è un voto semplicemente razzista, è piuttosto l’espressione di un neo-nazionalismo cresciuto all’ombra della propaganda dell’élite britannica, un nazionalismo che trova i suoi nemici nei capri espiatori impiegati dalla classe dirigente per giustificare fallimenti e scelte dettate da ben altre intenzioni e interessi. Il voto per la Brexit è il risultato che era lecito attendersi dopo un paio di decenni nei quali il convergere della sinistra verso la piattaforma della destra ha costretto quest’ultima a giocare la carta dell’identità e chiamare a raccolta il proprio elettorato non più contro la minaccia di un’ideologia malvagia, il comunismo, ma contro la minaccia di gruppi di persone all’identità della nazione e d’un popolo idealizzato nelle sue virtù, al quale come sempre la destra promette il ritorno a un’età dell’oro che non è mai esistita. I richiami ossessivi quanto assurdi al recupero della sovranità nazionale, la propaganda contro l’altro, sia l’immigrato «invasore» o il «traditore buonista» autoctono, sono merce comune e quotidiana da decenni in Europa e non hanno nulla della rivendicazione di classe o della rivolta contro il sistema. Governare con la paura è stato il tratto distintivo delle destre del nuovo millennio e la paura è stata alimentata dai media in maniera costante e pressante, non ci può stupire ora dei risultati o darne la colpa alle prime vittime di quella propaganda.

Per il Daily Mail il debito non è un problema: basterà stampar sterline

Per il Daily Mail il debito non è un problema: basterà stampar sterline.

Il voto per la Brexit è figlio di politiche e scelte sbagliate dell’élite britannica, non certo di una sollevazione di classe. La sua distribuzione geografica lascia invece intuire che accanto al risentimento per una situazione economica pessima, abbia giocato un ruolo rilevante il nazionalismo inglese prima che britannico. È aspirando a un’ideale Old England che forse non c’è mai stata che gli inglesi hanno votato contro l’UE, vista come strumento d’oppressione dell’identità e della libertà nazionale e veicolo di una «invasione» di stranieri che in realtà si era già consumata quando in Italia cominciarono ad arrivare i primi immigrati. Una rivendicazione di piena «sovranità» che stupisce in un paese che ancora la nega a molte ex colonie e che all’Unione ne aveva devoluto il minimo necessario senza rinunciare neppure a quella monetaria. La Gran Bretagna ha ceduto così tanta sovranità alla UE che negli ultimi 20 anni non ha mai chiesto il parere dei partner europei prima di lanciarsi in guerra, confermandosi semmai subalterna agli Stati Uniti così come lo è stata nel mezzo secolo precedente.  Londra non ha inoltre avuto alcun imbarazzo e alcuna remora a spiare i partner europei per conto proprio o degli americani o a ingerire negli affari delle ex colonie secondo i propri interessi, eppure gli inglesi oggi sentono minacciata la loro identità dall’Europa e dagli europei. Non stupisce che scozzesi e irlandesi, da secoli oppressi dagli inglesi in maniera molto più invadente, abbiano votato diversamente e ora preferiscano andare con l’UE invece di rimanere con la vecchia Inghilterra. E non stupisce nemmeno che a forza d’alimentare l’odio per l’altro, dipinto come una minaccia esistenziale, alla fine ci sia scappato il morto, la morte di Jo Cox ha padri e patrigni noti a tutti. Niente di strano nemmeno in questo caso.

Quella che è veramente strana ed eccezionale è la dimensione del disastro combinato dall’élite britannica con il referendum, un errore dalle dimensioni e dalle conseguenze enormi, tali forse da sorprendere e abbagliare la gran parte dei commentatori che si sono lanciati in tentativi d’analisi all’impronta. Un atto di spettacolare autolesionismo, anche se in fondo originato da dinamiche studiate e conosciute, perché è noto che se si alimenta la paura poi bisogna prepararsi a gestirla, la massa spaventata e lasciata a se stessa non ragiona e non risponde come dovrebbe alle aspettative e nemmeno alle indagini dei sondaggisti. Governare con i sondaggi senza disporre del minimo controllo delle masse diventa così sempre più impraticabile e rischioso,  anche nei paesi considerati democrazie mature si sono aperte praterie d’irrazionalità, nelle quali cavalcano liberi i mostri generati dalla propaganda di destra. La Gran Bretagna lo ha scoperto nella maniera peggiore in occasione d’un voto che tremendamente importante che con il suo esito ha sorpreso tutti, primi tra tutti i britannici, che già hanno cominciato a pagare le conseguenze inattese quanto scontate con l’immediata emigrazione di posti di lavoro e il crollo della sterlina. La famosa «svalutazione competitiva» auspicata dai fan della «sovranità monetaria», che pure non mancava al Regno, è diventata ora giocoforza realtà, peccato solo che la Gran Bretagna esporti pochissimo e che quindi non ci sia alcun pro a bilanciare il contro rappresentato dal crollo della moneta.

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Un disastro di fronte al quale i politici britannici, nessuno escluso, non sanno che fare. Nessuno aveva un piano B, nessuno, nemmeno tra proponenti e sostenitori del referendum ha la minima idea sul che fare oggi. Quel che han fatto all’indomani del voto è fare immediata retromarcia su alcune promesse fatte prima del voto, quando assicuravano una pioggia di milioni per la sanità pubblica e lo stop all’immigrazione, dopo il voto han detto che si erano sbagliati e che non succederà niente del genere. E se pare quasi normale che non si possa pretendere questo minimo sindacale di lungimiranza da uno come Farage, distintosi da sempre per le sparate prive di fondamento, stupisce che a condividere lo stesso atteggiamento ci siano i leader conservatori. Nemmeno l’élite conservatrice che ora si dovrà contendere il controllo del partito e agire finalmente in un senso o nell’altro, è riuscita ad esprimere una proposta intellegibile. Al contrario, si è addirittura sentita la neo-candidata Theresa May proporre una Brexit anche dalla Corte Internazionale dei Diritti Umani dell’AIA, forse perché rispettare i diritti umani impedirebbe la deportazione in massa degli immigrati, le detenzioni arbitrarie o la tortura dei nemici, forse anche il rispetto dei diritti umano è oggi considerata un’insopportabile lesione alla libertà britannica di fare come gli va. Il partito conservatore, che oggi ha la maggioranza e che dovrebbe conservarla dopo il prossimo voto, fino a ieri era massicciamente contrario alla Brexit e oggi sta producendo solo candidati favorevoli al divorzio dall’Unione. Candidati che già hanno ricominciato a declamare spropositi come se non fosse successo niente, cercando di pescare nel mare di quel quasi 52% di votanti pro-Brexit come se non ci fosse altro domani che la sfida per la leadership del partito. Vedere laburisti e conservatori impegnati in una lotta all’arma bianca per il controllo dei rispettivi partiti e incapaci d’offrire un piano o un programma per guidare il paese fuori da questa crisi, spaventa sicuramente gli investitori più di qualsiasi ipotesi di Brexit organizzata e pianificata, ma ad amplificare i timori di tutti i britannici senzienti, non solo di quelli che vivono di finanza, c’è soprattutto l’ipotesi non troppo remota e ancora più clamorosa, per la quale questo voto potrebbe portare anche alla dissoluzione del Regno Unito così com’è conosciuto da secoli, con la secessione molto probabile della Scozia e quella eventuale dell’Irlanda del Nord, che oggi sembrano preferire nettamente l’associazione all’Europa a quella alla Corona britannica. Un disastro che non è figlio d’una rivolta della plebe, ma del tradimento di un’élite che ha irresponsabilmente gettato sul tavolo della scommessa politica i fondamenti dell’unità nazionale insieme a quelli dell’associazione all’UE e che ha perso. Peccato solo che a pagare il conto di queste scommesse sarà come sempre la plebe, anche se la tafazzata epocale non mancherà di danneggiare gli interessi economici di molti tra i privati e le società che a Londra e dintorni avevano trovato un paradiso, non solo fiscale, con accesso diretto all’Unione Europea.

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