La politica al tempo della finanza eversiva

Posted on 24 luglio 2012

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C’è che si la prende con il patto di stabilità, chi con il fiscal compact, ma i numeri dicono che è altrove, e molto maggiore, la mole di illegalità e frodi che hanno trascinato l’economia mondiale nel gorgo della depressione e milioni di persone verso la povertà. E che nessuno sembra voler affrontare.

Il debito pubblico americano è una frazione modesta del denaro nascosto nei paradisi fiscali, anche i paesi in via di sviluppo hanno nel complesso più capitali all’estero che debiti, molti di più. Lo conferma lo studio di  Tax Justice Network, ma anche le più recenti indagini sui principali scandali finanziari. Secondo l’autore del rapporto James Henry : “Fin dagli anni ’70… sembra che le élite private nei paesi in via di sviluppo siano state capaci di accumulare tra i 7.300 e i 9.300 miliardi di dollari all’esterno, anche mentre molti dei loro settori pubblici precipitavano nella bancarotta indebitandosi, soffrendo aggiustamenti strutturali e una scarsa crescita e svendendo i patrimoni dello stato”. Le famose privatizzazioni e gli aggiustamenti imposti del Fondo Monetario Internazionale.


Parallelamente nel mondo sviluppato non stavano a guardare e così oggi i capitali che hanno attraversato le frontiere sono stimati intorno alla spaventosa cifra di una trentina di migliaia di miliardi di dollari, a spanne dieci volte il debito americano o 17 quello italiano. Una massa di denaro sottratta all’economia reale e per lo più parcheggiata in gestioni patrimoniali, più raramente in investimenti immobiliari, troppo lentamente monetizzabili per l’esigenza di persone che potrebbero avere l’esigenza di smobilitare tutto di corsa a causa dell’intervento delle procure dei loro paesi d’origine o di qualche altra autorità.

Si tratta di denaro sottratto alla tassazione nei paesi d’origine attraverso espedienti spesso legali, ma anche e soprattutto denaro frutto di traffici illeciti, corruzione ed evasione fiscale, ovvero furti alle collettività nazionali, appropriazioni e asportazioni illecite di ricchezze pubbliche. Furti che possono essere perpetrati solo attraverso la complicità delle gigantesche istituzioni finanziarie che sovrintendono l’economia mondiale e che operano in regime di totale anarchia. Un’anarchia che gode della presenza dei paradisi fiscali, ma soprattutto di una buona tendenza a delinquere da parte dei professionisti del settore.

Un’anarchia che è la causa principale dello sfascio dell’economia mondiale, portata al disastro dal poderoso processo di privatizzazioni e  concentrazioni che negli ultimi vent’anni ha dato vita a corporation ingovernabili, irresponsabili, “troppo grandi per fallire” e per di più intitolate ad auto-regolamentarsi in ossequio alla vulgata che vuole il mitico “mercato” capace di disciplinarsi al meglio, tanto che le stesse corporation sono diventate fonte del diritto al quale sono assoggettate. Non deve stupire quindi che la crisi del 2008 sia passata senza il minimo aggiustamento normativo o strutturale e non deve stupire che oggi tutto continui esattamente come prima, il sistema a suo modo è solido o connesso solidamente con la politica e con i media, attraverso il quale regola facilmente la definizione del senso su questioni mediamente poco familiari alla grande maggioranza delle opinioni pubbliche, che solitamente ricevono spiegazioni da esperti e da testate in clamoroso conflitto d’interesse o da autoproclamati guru, attendibili come Wanna Marchi.

Per dare un’idea dell’impossibilità di costringere queste istituzioni finanziarie a restare entro i confini della legge, basta il caso della britannica HSBC, che è una delle maggiori banche mondiale, che per un decennio ha evaso sistematicamente le norme anti-riciclaggio favore tra gli altri di qaedisti, cartelli della droga, dittature messe la bando dalla comunità internazionale e ogni genere di criminale. Figurarsi quale collaborazione avrà fornito per intercettare i più modesti evasori fiscali o per assecondare le manovre di questa o quella società in giro per il mondo.

Citigroup, UBS e Credit Suisse sono i campioni della specialità secondo Tax Justice Network, ma che dire della “banda del Libor”, quel gruppo di 16 banche nelle quali si ritrova Citigroup in compagnia di Barclays, Deutsche Bank, J.P. Morgan Chase, Bank Of America, Royal Bank of Scotland, Bank of Tokyo-Mitsubishi UFJ, Credit Suisse Group, Lloyds Banking Group, Rabobank Groep, Societe Generale Sumitomo e UBS. Il  solito circolo d’istituzioni finanziarie, in buona parte fallite e salvate con i soldi dei contribuenti, che dal 2008 si sono messE a taglieggiare i clienti manipolando a piacimento i tassi d’interesse. Una truffa già segnalata alle autorità di controllo da anni,  una truffa allo stesso tempo denunciata da diversi analisti che sapevano leggere l’incogruenza nella fissazione dei tassi, ma che proprio el autorità di controllo, la FED su tutte, hanno lasciato correre per anni.

Autorità di controllo che non controllano non reprimono e non puniscono, al più quando qualcuno di questi giganti è preso con le mani nel sacco si firma un accordo e si eleva una multa che, per quanto appaia robusta è una goccia nel mare. Manca il minimo deterrente che possa sconsigliare a consigli d’amministrazione o a dipartimenti delle banche d’affari d’infrangere la legge e mancano persino le leggi, buona parte delle truffe più clamorose è infatti vestita di una legalità tagliata su misura delle grandi istituzioni finanziarie, che non rischiano mai nulla, neppure il fallimento quando falliscano.

L’esempio dell’Italia è desolante, la latitanza delle autorità di controllo ha in generale del clamoroso, tanto che la Consob subisce le iniziative della magistratura ed è molto restia ad intervenire anche nei casi più scandalosi, mentre Banca d’Italia fino a poco fa si mescolava con i furbetti del quartierino. Il silenzio del governo dei “tecnici” in merito all’ultima ondata di scandali che ha totalmente delegittimato la finanza per come la conosciamo, non è meno inquietante.

Ancora oggi il Libor è fissato fraudolentemente e non come dovrebbe secondo le regole. Lo stesso può dirsi per i rating, perché già da tempo è stato dimostrato che le società di rating non possono materialmente processare la mole di dati necessaria a supportare la mole di giudizi che producono, che quindi come il Libor non sono fondati su dati, ma per lo più su impressioni e suggestioni, quando non redatti a caso o per assecondare il volere degli azionisti. Quelli dei pochi giganti mondiali del rating sono gli stessi gruppi che concordano il Libor per truffare i clienti e che alimentano il riciclaggio dei capitali sporchi.

La situazione vede quindi i governi nazionali pagare i debiti e le truffe di queste grandi istituzioni finanziarie e, in questo momento, lottare per imporne il pagamento ai cittadini dei paesi più colpiti dalla speculazione, segnatamente quelli lontani dall’epicentro dello tsunami finanziario, non per niente le catastrofi economiche dell’economia britannica e di quella irlandese non hanno ricevuto un briciolo dell’attenzione riservata alla crisi della Grecia, che ha un’economia della dimensione di un paio di operose regioni italiane e che con i suoi problemi, per alcuni, sembra minacciare addirittura l’esistenza dell’Euro. Grecia peraltro massacrata proprio dalle ricette e dagli strumenti offerti da quelle stesse banche che ora continuano a dirsi insoddisfatte dopo che i cittadini greci hanno dato anche il sangue per pagare chi li ha derubati e la scia di debiti che si è lasciata dietro.

La presenza di un problema grosso e dell’esigenza di riforme strutturali e culturali della finanza non sfugge più a nessuno ed è ampiamente dibattuta ai margini del pianeta della finanza, ma non costituisce tema di dibattito politico. Se le autorità di controllo, che
nella loro carriera provengono e tornano alle dipendenze delle stesse società che dovrebbero disciplinare, e i parlamentari dipendono spesso dai finanziamenti e dal sostegno di questi giganti della finanza, una realtà che negli Stati Uniti e in altri paesi è legge non scritta, difficile attendersi potenti impulsi in tal senso. E non potrebbe essere diversamente, se l’allargamento della forbice dei redditi ha di fatto impoverito qualsiasi teorica forma di autofinanziamento popolare, che pur potendo contare sui grandi numeri oggi non può competere con la grande finanza e le grandi corporation globalizzate, che possono puntare somme stratosferiche a difesa d’interessi ancora più stratosferici.

Il sistema finanziario oggi è da considerarsi marcio, corrotto e fondamentalmente incline alla commissione di reati finanziari gravissimi, potenzialmente capaci di mandare a gambe all’aria un paese dopo l’altro. Un sistema finanziario regolato da un’élite priva di qualsiasi prospettiva che non sia il produrre il profitto personale maggiore nel più breve tempo possibile, anche a costo di far fallire l’azienda per la quale si lavora. Una cultura che elevata a filosofia aziendale produce mostri come le alchimie finanziarie partorite all’ombra delle “too big to fail” e vere e proprie associazioni a delinquere nelle fissazione dei tassi, delle quotazioni azionarie e dei rating.

Oggi quel capolavoro che è la finanza globalizzata è al livello zero della credibilità e questo, oltre a non essere accettabile per più di un motivo, non può essere sopportato a lungo da un sistema che ha bisogno di una dose minima di fiducia nell’esistenza di un set di regole del gioco. Oggi chi s’accosta o lavora al casinò della finanza non sa cosa commercia, non sa che valore abbiano realmente i titoli, quali siano i veri tassi d’interesse, cosa ci sia nei bilanci delle maggiori istituzioni finanziarie, ancora rigonfie di titoli tossici che si cerca di far prendere per buoni ai governi e alle banche centrali. Sa solo che i tavoli sono truccati a più livelli e che non si può fidare di nessuna delle grandi e piccole istituzioni finanziarie, poiché chi le dirige e conduce non  ha alcuna barriera che gli impedisca di fare quello che vuole e di truccare il gioco a suo piacimento.

Sono due i grandi problemi posti dall’insorgere della finanza eversiva e il primo è più importante è sicuramente quello di chiudere le falle nei controlli e nelle legislazioni attraverso le quali sono dissanguate le casse degli stati, le economie legali e quelle personali di miliardi di persone, ideologicamente condannate all’impoverimento che ha alimentato la sbornia liberista e la concentrazione delle ricchezze. Ma è difficile che a breve s’assista a una virata legalitaria, ancora di più a svolta ideologica in senso redistributivo.

Il secondo è invece il problema della credibilità del sistema, perché i prima ad aver perso fiducia nel sistema dovrebbero essere proprio quelli che più vi hanno a che fare e che oggi sanno che il successo dei loro investimenti non dipende dal loro fiuto o dal fato, ma da decisioni prese a tavolino al riparo da occhi indiscreti tra quanti hanno il privilegio di essere al tempo stesso i maggiori attori del mercato, quelli che ne scrivono le regole e anche quelli che decidono se e come punire chi le infrange. La supremazia di questa economia sulla politica non è mai stata tanto evidente e lo spettacolo dei governi europei che si riuniscono per discutere sui sacrifici da imporre ai propri amministrati i sacrifici necessari affinché tutto continui come prima, sono la misura di questa sottomissione, ancora più scandalosa se si pensa che dopo i fallimenti in serie quelle istituzioni finanziarie esistono in quanto interi popoli si sono fatti carico dei loro debiti.

Il fiscal compact non è un provvedimento che rende l’Italia un paese più solvibile di quello che è, si tratta solamente del perseguimento di quelle iniziative di stampo neo-liberista che non erano riuscite al governo Berlusconi. L’imposizione del criterio del pareggio di bilancio è una pernacchia della finanza globalizzata che ha privatizzato i guadagni e socializzato le perdite accollandole e quegli stati che ora tratta da pezzenti indebitati, cinque minuti dopo essere sopravvissuta solo grazie ai salvataggi che quegli stessi stati hanno caricato sulle spalle di quegli stessi cittadini che ora si vorrebbero depredare ancora di più, con la scusa delle crisi e dei debiti. Succede nell’area euro come succede negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, dove i cittadini stanno pagando politiche che fanno sembrare Disneyland i tagli della leggendaria Margaret Thatcher.

Un paradosso per il quale paesi solvibili e solventi sono messi all’indice e massacrati da una comunità di falliti che s’atteggiano a finanzieri, salvati con i soldi degli stessi cittadini ai quali ora dicono che è finita la festa e che devono pagare per i bagordi che non hanno mai visto. Tutta gente che non ha visto, non ha sentito e non ha parlato di fronte all’eversione della finanza, ma che ora punta il dito accusatore verso i paesi ed i cittadini indifesi e in balia di sgangherati tribuni. Si tratta di fenomeni di una tale evidenza e rilevanza, che è incredibile quanto rimangano al margine del dibattito nel nostro paese, nel quale anche l’opposizione più vocale non va oltre a qualche rantolo contro “la casta” o al tirare in ballo oscuri complotti tedeschi misti a ogni genere di fantasia, mentre ignora bellamente l’evidenza massiccia, documentata e conclusiva che mostra una finanza eversiva, impegnata a fare stracci delle stesse regole che s’è data e a corrompere o evadere le legislazioni nazionali e internazionali. Una finanza talmente fuorilegge da non poter conservare a lungo quel livello minimo di credibilità necessario al sistema e a quelle stesse istituzioni per la loro stessa sopravvivenza.

Il problema non è quindi nel domare lo spread o nel tagliare la spesa pubblica, nel salvare la Grecia o il prossimo paese preso di mira da qualche simpatico furbone, il problema è chiudere i buchi che permettono la permanenza di buona parte dell’economia globale nell’illegalità e costituire un sistema di leggi e di controlli che pongano in capo alle istituzioni finanziarie e agli operatori del settore precise e stringenti responsabilità. Il problema principale del capitalismo moderno è paradossalmente quello di ritrovare credibilità agli occhi degli stessi capitalisti, che a differenza di altri sono più pronti a capire come un sistema regolato dalla legge della giungla non sia quello più adatto a  sopravvivere nel tempo e come la sua delegittimazione concorra alla delegittimazione e a una svalutazione intrinseca del modello capitalista in senso più ampio.

Il capitalismo, che si fonda su un’incrollabile e fideistica fiducia nelle sue stesse magnifiche sorti progressive, non può permettersi crisi di fiducia tra le sue stesse fila, perché il minimo calo nella fiducia del sistema ha effetti immediatamente depressivi, che in questo caso epocale rischiano di permanere a lungo, almeno fino a che non si apporteranno decisi correttivi al sistema. Il capitalismo vive di ottimismo e di fiducia nel futuro, ma non ci può essere alcuna fiducia in una partita tanto truccata e disonesta come si è rivelata quella organizzata dalla grande finanza globalizzata.

Purtroppo le capacità di autoriforma del sistema si sono rivelate prossime allo zero e pertanto l’unica via praticabile resta quella di una qualche riscossa di una politica che riesca ad emanciparsi dalla sudditanza economica e psicologica dalla grande finanza e che comprenda la necessità di limitare le dimensioni delle concentrazioni finanziarie, di combattere attivamente i cartelli di ogni genere, sanzionare pesantemente le frodi e la grande evasione fiscale e di far cessare le aggressioni da parte della finanza alle comunità. Anche queste che a prima vista sembrano le condizioni minime per la sopravvivenza del sistema, ancora oggi  sono però pii desideri, ben lontani anche dall’affacciarsi all’orizzonte, occupato dallo spread e da un teatrino inconsistente che preferisce misurarsi su questioni diverse, quanto per lo più futili di fronte alla devastazione provocata dalla finanza eversiva.

Pubblicato in Giornalettismo

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