WTO, una firma non troppo storica per far sopravvivere i negoziati

Posted on 10 dicembre 2013

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Il sogno di un’economia globalizzata e liberalizzata non passa, si firma per mantenere in vita i negoziati.

Sono passati 12 anni dal primo Doha Round del 2001, quando s’affaccio l’idea di un trattato globale sul commercio che in realtà è sempre esistito più nella mente di alcune lobby che nelle convinzioni dei politici. Il WTO (World Trade Organization) però è un foro nel quale le corporation trovano rappresentanza solo attraverso i politici e nel quale le discussioni avvengono pubblicamente, tutto il contrario di quanto accade ad esempio agli accordi che gli Stati Uniti cercano da anni di portare in porto in gran segreto con l’Unione Europea o con i paesi del Pacifico, anche se c’è da dire a onor di Washington che le posizioni assunte nei negoziati pubblici o in quelli privati sono perfettamente sovrapponibili.

Nel caso del TAFTA o del TPP si tratta inoltre però tra paesi o blocchi con economie avanzate e mature, nelle quali il peso dei giganti che trarrebbero vantaggio dal dilagare di politiche ancora più liberiste si fa comunque sentire potente ed è capace spesso di eludere qualsiasi sindacato politico su scelte estremamente tecniche spesso convenute sotto dettatura degli interessati. Il caso della finanza è solo l’anomalia del genere più evidente.

In sede WTO le cose si complicano e non stupisce che gli Stati Uniti spingano da tempo in direzione degli accordi più o meno bilaterali con i paesi più affini, che comunque finirebbero per costruire un enorme mercato dalle regole uniformi che diventerebbe quasi per forza il modello unico al quale aspirare. Il problema al WTO assume la forma dei paesi poveri e di quelli in via di sviluppo, che non sono affatto disposti a siglare misure suicide e ad aprire i loro territori alle corporation straniere e a cedere sovranità su come disporre delle proprie risorse in nome della libera circolazione delle merci e dei capitali.

Così è arrivato il primo vero accordo globale da una ventina d’anni a questa parte ed è passata la mediazione proposta dal Direttore generale del Wto Roberto Azevedo, che è stata approvata per acclamazione in plenaria nelle forme di una Dichiarazione Ministeriale e del Pacchetto di Doha. Al punto che Azevedo è finito come i ciclisti di una volta,  dopo esser stato  sopraffatto dall’emozione e da due standing ovation, ha dedicato questo successo a sua moglie. C’è da capirlo Azevedo e sono da capire anche i delegati e le folle di Sherpa che per 12 anni si sono trascinati per riunioni e negoziati senza mai concludere nulla.

«Non siamo riusciti solo a tenere in vita questa organizzazione, ma a dimostrare come dovrebbe lavorare, in modo energico, non in incontri chiusi, ma con tutti i membri impegnati a negoziare» ha detto Azevedo, al quale non sfugge il significato vero della sigla, quello di aver permesso la continuazione dei negoziati che ormai tutti credevano sterili e ai quali persino i media avevano finito per dedicare un’attenzione distratta venata di un sano scetticismo. Dodici anni per definire delle regole commerciali sono un’eternità e testimoniano il fatto che le pretese dei paesi più ricchi non hanno trovato soddisfazione di fronte al blocco di quelli meno ricchi, ma non per questo incapaci di comprendere il senso di molti degli accordi proposti.

Gli accordi siglati valgono, per le fonti che Bloomberg indica con l’espressione «secondo supporter tra i gruppi d’affari» mille miliardi di dollari di scambi commerciali in più all’anno, che però non è una cifra clamorosa una volta che la torta è divisa tra i paesi firmatari secondo il loro peso e che, soprattutto, è fondata su valutazioni misteriose che tutti i media hanno preso per buone. Il tutto al netto del fatto che tale miracoloso aumento nella creazione della ricchezza impallidisce rispetto a quelli registrati anche in tempi recenti dall’economia globalizzata per altre cause, per non parlare di quanto sia cambiato il panorama dell’economia globale da quel lontano 2001 a oggi. Oggi le pretese ultra-liberiste sembrano avere decisamente meno spinta e il fascino delle promesse di ricchezza per tutti aver lasciato il passo al bagno di realismo imposto dal collasso della finanza statunitense e dalla conseguente dimostrazione della pericolosa ingovernabilità della finanza troppo libera.

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Roberto Azevedo

Sul versante italiano, secondo il nostro Enrico Letta: «L’accordo raggiunto nell’ambito della Conferenza ministeriale del WTO a Bali è un risultato storico che rafforza il sistema multilaterale degli scambi, li agevola, sostiene il commercio dei Paesi meno sviluppati e segna importanti progressi in materia di sicurezza alimentare. Per l’Europa e l’Italia sono di particolare importanza le misure di facilitazione commerciale, che permetteranno alle nostre imprese, Pmi in primo luogo, di esportare più facilmente, in tempi più rapidi e con minore burocrazia. Si aprono nuovi spazi che sono sicuro che le nostre imprese, a partire dalle Pmi, sapranno cogliere in pieno, grazie al loro dinamismo e alla loro capacità di innovazione». Anche per il vice ministro allo Sviluppo Carlo Calenda le misure contenute nell’accordo «rappresentano una straordinaria opportunità per crescere»per le pmi esportatrici. Tutte queste opportunità ovviamente valgono per le PMI, anche se nei fatti dovrebbero nascere per lo più da una parziale semplificazione burocratica.

Anche Obama ha messo l’accento sui benefici per le pmi americane, ma più d’un osservatore ha invitato a non stappare champagne, perché non si tratta di opportunità buone per tutti, quanto piuttosto di un compromesso su circa un ventesimo di quanto è stato incluso nei Doha Round, ottenuto solo grazie a qualche passo indietro degli Stati Uniti. Passi indietro necessari ad ammettere la legittimità per un paese, ad esempio l’India che voleva fortemente la misura, di ricavarsi opportuni stati d’eccezione quando siano necessari per assicurare la sicurezza alimentare alla propria popolazione. Sembra incredibile, ma è decisamente paradigmatico, a Washington ci sono voluti 12 anni per accettare il principio per il quale le regole del commercio non si possono risolvere in una carestia se la mano invisibile del mercato tira le leve sbagliate e che per i governi quindi è lecito usare la visibile mano dello stato per nutrire i cittadini senza incorrere in pesanti penalità o dover essere costretto a risarcire i mancati guadagni che qualcuno, magari una multinazionale, avrebbe realizzato lasciando fare al mercato.

Dodici  anni dopo, il liberismo selvaggio non ha sfondato al WTO, l’idea che un altro mondo sia possibile si è anzi radicata senza imbarazzo quasi ovunque e si è rafforzata con il progressivo mutare dei rapporti di forza e del panorama economico, che nell’ultimo decennio sembra aver convinto molti che quella del liberismo scriteriato sia una strada da non intraprendere, per il bene di tutti.

Pubblicato in Giornalettismo