Rio 2016, sessismo e razzismo a piene mani sulle ragazze del beach volley

Posted on 13 agosto 2016

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La polemica suscitata dall’abbigliamento della coppia egiziana di beach volley femminile è disgustosa, ma se non altro è servita a stanare razzisti, sessisti e onanisti tra quanti si sono esercitati nel commentare l’apparizione delle due atlete, che avevano la sola colpa d’essersi presentate al campo più coperte delle avversarie. Tutto nasce da una decisione della federazione internazionale della pallavolo che, introducendo la competizione ai giochi olimpici nel 1996, stabilì che le atlete potessero indossare un costume da bagno intero o un bikini con fianchi non più alti di 7 centimetri, nell’evidente tentativo di rendere più «sexy», in tutti i sensi, le gare. Nel 2000 poi fu eliminato il costume intero e si obbligarono le atlete a indossare solo il bikini. Una decisione che non ha eguali per nessun altro sport, nemmeno tra quelli acquatici, e che all’epoca fece il paio con quella d’obbligare le ragazze della pallavolo a indossare minuscoli pantaloncini aderenti al posto di quelli tradizionali. Idea presto abortita a seguito di una forte opposizione.

Il team canadese a Rio 2016

Il team maschile canadese a Rio 2016

L’intento era tanto trasparente da suscitare immediate e furiose polemiche, anche perché ai colleghi maschi nessuno ha imposto di giocare in slip da bagno, la tenuta per gli atleti infatti prevede bragoni quasi al ginocchio e canottiera o maglietta, anche se proprio nel 2000 ci fu il tentativo d’obbligare i giocatori di beach volley a indossare pantaloncini aderenti. Polemiche che trovarono una fine solo quando si decise di cambiare il regolamento nel 2012, lasciando libere le atlete d’indossare tenute più coprenti, anche perché l’abbigliamento succinto teneva lontano dalle competizioni olimpiche le atlete di numerosi paesi che, per motivi culturali o religiosi, si trovavano a disagio nel mostrarsi tanto scoperte all’occhio delle telecamere. Telecamere che peraltro amano indugiare sul posteriore delle atlete quando chiamano gli schemi con le dita dietro la schiena, e non solo in quel momento. Inutile sottolineare che il pubblico che si cercava d’attirare con queste decisioni non fosse quello rappresentato dagli spettatori interessati alla competizione sportiva o al gesto tecnico, ma quello di quanti sono invece attirati dall’esibizione delle forme e delle nudità femminili.

Le coppia egiziana del beach volley

La coppia egiziana del beach volley

E così si è arrivati al fatidico match tra egiziane e tedesche, un evento per le atlete africane, che però è passato assolutamente in secondo piano quando quasi tutti i media occidentali hanno preferito dare grande risalto al confronto tra la tenuta di Doaa El-ghobashy; che a differenza della compagna, Nada Meawad, indossava anche un hijab a coprire il capo; e le atlete tedesche in bikini. Un confronto intriso di razzismo e sessismo e costruito ad arte per suscitare indignazione e scandalo, tanto che sui media si sono viste quasi esclusivamente le foto dell’atleta con l’hijab, mentre la sua compagna a capo scoperto spariva letteralmente dalle cronache. Una pessima prova per il giornalismo occidentale, al punto che persino la BBC si è lanciata a denunciare la presenza di un’atleta in burqa, anche se di burqa a Rio 2016 non se ne sono visti proprio.

beach 4C’è ovviamente chi ha fatto di peggio e non occorre andare molto lontano per trovarne, ecco ad esempio Dagospia che denuncia come «l’Islam» abbia «rovinato» il beach volley. Opinione bizzarra e lamento che può venire solo da un onanista privato dello spettacolo delle nudità delle atlete o da qualcuno intento a giocare con l’islamofobia in malafede, visto che per l’Islam anche i pantaloni sono vietatissimi.

beach1Anche in questo caso l’immagine di  Nada Meawad viene omessa o spostata in fondo, perché denuncerebbe immediatamente al lettore la falsità dell’affermazione: «le atlete nordafricane sono coperte dalla testa ai piedi» e anche la pretesa che la religione o qualche autorità abbiano imposto alle atlete di presentarsi a capo coperto o abbigliate in maniera particolare, vedasi anche a smentire questa tesi la tenuta della tuffatrice Habiba Ashraf e della nuotatrice Farida Osman, che in piscina sono vestite esattamente come tutte le altre. Invece si è trattato di una scelta assolutamente volontaria, tanto che nessuno in Egitto o altrove ha trovato nulla da ridire sulla presunta infrazione al precetto islamico della Meawad, a capo scoperto, o delle colleghe in costume da bagno. La pretestuosità delle polemiche è peraltro resa evidente anche dal fatto che prima e dopo delle egiziane, altri team abbiano presentato atlete ugualmente coperte. Quella che segue è infatti un’immagine della semifinale di Londra 2012, che vide confrontarsi americane e brasiliane, copertissime. I promotori del bikini infatti non avevano preso in considerazione l’ipotesi che durante i match potesse far freddo o se l’han fatto avran concluso che fosse preferibile avere atlete infreddolite, piuttosto che rinunciare all’esibizione delle loro forme.

beach 2012Questa invece è una foto delle atlete olandesi, scese in campo a Rio un paio di giorni dopo le egiziane, senza che nessuno abbia azzardato la minima polemica:

beach5Anche loro, come le altre colleghe troppo vestite e per nulla musulmane, protagoniste di uno scontro culturale che ricorda tanto lo «scontro di civiltà» così in voga negli ultimi anni presso certi commentatori? Anche loro intente a «rovinare» lo sport? O a uscirne danneggiato è stato piuttosto il tentativo di vendere il beach volley ai morti di figa, che infatti hanno subito manifestato in massa la loro indignazione in rete, sui giornali e alla televisione?

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