I neocon tramano ancora

Posted on 6 aprile 2015

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La lettera firmata da 47 senatori repubblicani conferma che la follia neo-conservatrice continua a minare lo status e il futuro degli Stati Uniti. L’unica superpotenza sopravvissuta alla guerra fredda è da tempo minata da un’élite di politici apparentemente allo sbaraglio, ma in realtà fanaticamente fedele all’ideologia neocon e ai piani che già hanno portato l’America al disastro.

Difficile immaginare un’uscita più disastrosa della lettera sottoscritta da 47 senatori repubblicani e indirizzata all’Iran, per dire agli iraniani che qualunque accordo concludano con Obama sarà poi sconfessato dalla maggioranza repubblicana. «Mi vergogno per loro» ha chiosato il presidente, ed è stata una delle reazioni più tenere tra quelle che sono piovute anche da parte repubblicana sul plotone d’incauti senatori. Più decisi quanti su Twitter li hanno bollati con l’hashtag #47Traitors, che ha generato in un sol giorno più di 350.000 tweet, accompagnati da altri 100.000 sotto l’hashtag #GOPWantsWar ( il partito repubblicano vuole la guerra) e da una petizione firmata da 300.000 americani che chiede la messa in stato d’accusa dei «traditori».

La scelta del termine non è causale, right or wrong. Il presidente degli Stati Uniti è il commander in chief quando si parla di guerra e di rapporti con i paesi considerati ostili, giusto o sbagliato Obama è il comandante in capo e il comandante in capo non si contesta mentre è in guerra, ancora meno lo si fa rivolgendosi al nemico come hanno fatto i 47. Non lo fecero i democratici per denunciare l’avventurismo iracheno di Bush e non lo ha fatto nessuno nemmeno ai tempi del Vietnam o durante la Guerra Fredda. Lo hanno invece fatto ora i Repubblicani che, non contenti di aver invitato Netanyahu per la terza volta al Congresso a parlare della presunta minaccia iraniana, ora sembrano intenzionati a giocarsi il tutto per tutto per impedire all’amministrazione di concludere un trattato sul nucleare con l’Iran.

Come sia stato possibile un tale disastro lo ha spiegato Michael Gerson, già autore dei discorsi di G.W. Bush, non certo sospettabile di vicinanza ad Obama:

«Il vero scandalo della lettera di Tom Cotton ai leader iraniani e è la maniera con la quale il Senato Repubblicano apparentemente conduce i suoi affari. Il documento è stato confezionato da un senatore con due settimane d’esperienza. È stato firmato da alcuni membri mentre stavano scappando dal Senato per prendere l’aereo e tornare a casa, spesso senza troppa attenzione. Molti dei firmatari hanno pensato che il sostegno del leader della maggioranza al Senato, Mitch McConnell, desse sufficienti garanzie. Non c’è stato un dibattito, non c’è stata una consultazione con il capo del Senate Foreign Relations Committee,  Bob Corker, che ha seguito attentamente i negoziati sul nucleare (e che si è rifiutato di firmare)».

Il risultato è stato un capolavoro d’incoscienza, ben inquadrato nella sua follia e stranezza dal vicepresidente Joe Biden:

«Questa è stata una manovra  di politica estera, nel mezzo di negoziati importantissimi, sviluppata con la stessa riflessione e ponderatezza di un post su un blog. Per tempismo, tono e sostanza, solleva domande sulla capacità di governare della maggioranza repubblicana. La lettera spedita il 9 marzo da 47 senatori Repubblicani alla Repubblica Islamica d’Iran, espressamente concepita per danneggiare un presidente in carica nel mezzo di delicati negoziati internazionali, è al di sotto della dignità di un’istituzione che rispetto profondamente».

La lettera, secondo Biden e molti altri, inoltre: «… ignora due secoli di precedenti e minaccia di minare la capacità di ogni presidente futuro, sia Democratico o Repubblicano, di negoziare con le altre nazioni in nome degli Stati Uniti». E c’è di più: «In 36 anni al Senato degli Stati Uniti, non ricordo un’altra occasione nella quale i senatori abbiano scritto direttamente a dei nemici per suggerire a un altro paese, ancora meno a un avversario internazionale da lunga data, per dirgli che il presidente non ha l’autorità costituzionale per concludere un accordo importante con loro. Questa lettera manda il segnale gravemente depistante, ad amici e nemici allo stesso tempo, e dice che il nostro comandante in capo non può prendere impegni per l’America, un messaggio che è tanto falso quanto pericoloso». Anche il Segretario di Stato Kerry ci è andato pesante, prima dichiarandosi incredulo e poi spiegando come la lettera affermi in sostanza che il presidente non può concludere accordi internazionali validi e certi e che i paesi stranieri dovrebbero quindi negoziare con i 535 deputati e senatori e non con il governo. In pratica che nessun paese straniero si può fidare degli impegni presi dai presidenti americani e dalle loro amministrazioni.

Cotton è giovane, del '77 e prima di darsi alla politica ha fatto di tutto per combattere inIraq e Afghanistan

Cotton è giovane, del ’77, e prima di darsi alla politica ha fatto di tutto per combattere inIraq e Afghanistan

Nonostante molti colleghi abbiano fatto marcia indietro e nonostante la tempesta di critiche proveniente dai tutti o quasi i repubblicani che non hanno siglato la missiva, l’autore della lettera, il senatore Tom Cotton, non si è affatto pentito e anzi è andato garrulo in televisione a «Face the nation» a farsi bastonare da Bob Schieffer, che gli ha chiesto se ora medita di scrivere una lettera anche alla Corea del Nord. Cotton si è coperto ulteriormente di ridicolo nel difendere la sua scelta, affermando che l’Iran già controlla Baghdad, Damasco, Beirut, Sana’a e persino Teheran! E senza nucleare, figurarsi cosa potrebbe fare con il nucleare! Una plateale dimostrazione d’ignoranza e incoscienza, non solo perché non è per niente vero che da Teheran controllino mezzo Medio Oriente o perché solo uno che ne sa poco, e ne capisce ancora meno, potrebbe elencare la capitale iraniana come una città sfortunatamente controllata dagli iraniani.

Un disastro con pochi precedenti, che tuttavia non ha demotivato i Repubblicani, che hanno anzi trovato il sostegno di 10 Democratici per minacciare l’introduzione di ulteriori sanzioni all’Iran se il 24 prossimo non sarà concluso il famoso accordo, quello che loro stessi hanno annunciato d’invalidare non appena finisca il mandato di Obama. Il riferimento è al termine annunciato a suo tempo dallo stesso Kerry, che però secondo l’amministrazione scade a fine mese, mentre per i repubblicani scade il 24 perché era il 24 del mese di gennaio quando fu approvato l’Iran Nuclear Agreement Review Act, che prevede un termine di tre mesi per la conclusione delle trattative, cominciate poi a fine mese, tanto che a Losanna tutte le parti impegnate nelle trattative si sono accordate fin da subito per il termine del 31 marzo.

È fin troppo evidente che i Repubblicani cerchino la continuazione delle politiche neoconservatrici a dispetto della presidenza Obama, che in realtà ha allentato di poco la propensione americana ai bombardamenti. E non sono un mistero nemmeno i motivi di questo accanimento, dal sostegno all’estremismo di Netanyahu alla necessità di mantenere viva l’immagine di un nemico minaccioso anche se dalla fine del mandato di Ahmandinejad l’Iran ha rinunciato anche alla retorica speculare a quella di Netanyahu e dei falchi statunitensi. L’ISIS e al Qaeda non sono i nemici ideali, la War on Terror se non diventa guerra a qualche paese, per quanto impossibilitato a confrontarsi con la superpotenza, non può giustificare le spese enormi nei programmi preferiti dal complesso militar-industriale. Non servono gli F-35 contro i «terroristi», non serve la difesa antimissile e nemmeno servono l’arsenale nucleare, le portaerei e una spesa militare equivalente a quella, complessiva, dei paesi del resto del mondo. Tutti investimenti pubblici costosi per i quali gli Stati Uniti hanno speso senza risparmio in particolare grazie ai provvedimenti votati dai neocon, tanto legati all’industria bellica da concepire l’esternalizzazione dei compiti dell’esercito, spendendo molto di più e trovandosi alla fine costretta a ricorrere all’impiego delle PMC (Private Military Corporation) e ai loro costosissimi servizi mercenari, peraltro forniti da uomini formati a spese dei contribuenti e poi «esternalizzati» insieme alla logistica e a molti altri compiti, tra i quali persino la tortura e gli interrogatori dei prigionieri. Per alimentare e giustificare questo scempio servono guerre contro cattivi che giustifichino l’impegno economico e di risorse umane, anche se per sbaragliare l’esercito di Saddam non c’era bisogno della potenza americana e alla fine si sono dovuti inventare che possedesse le «armi di distruzione di massa» capaci di devastare l’Occidente come l’Oriente.

E se qualcuno pensa che i neocon ne abbiano avuto abbastanza di guerre, può sempre correggere questa idea con la lettura di «La guerra con l’Iran è probabilmente la nostra opzione migliore», pubblicato venerdì scorso dal Washington Post e siglato da Joshua Muravchik, fellow al Foreign Policy Institute of Johns Hopkins University’s School of Advanced International Studies, che sbriga l’incombenza dicendo che visto che solo gli interventi militari hanno fermato i regimi che si stavano dotando di arsenali nucleari, sorvolando del tutto sul fatto che l’atomica è per definizione uno strumento di deterrenza e nessuno al mondo, se non gli americani, l’ha mai impiegata per bombardare una città o come strumento per assoggettare i vicini. Le atomiche non servirebbero certo agli ayatollah per imporre le loro credenze e nemmeno per bombardare Israele e assicurarsi così la rappresaglia garantita dalla dottrina della MAD, la Mutual Assured Destrucion che tanto bene ha funzionato nel congelare le velleità guerresche di due campioni come USA e URSS, due paesi sicuramente più pericolosi e bellicosi dell’Iran, che negli ultimi 250 anni non ha attaccato uno solo dei vicini e che per di più non possiede neppure un’aviazione e una marina degne di questo nome e che è pur sempre un paese che non arriva agli 80 milioni d’abitanti con risorse industriali molto limitate. Poi c’è il dettaglio per il quale l’Iran ha più volte ripetuto che non intende dotarsi di armi atomiche, peraltro confermato da più di un decennio di ispezioni dell’AIEA, che non hanno trovato traccia di sforzo bellico. Dettagli sui quali in genere i commentatori americani sorvolano, forse perché poi dovrebbero spiegare il reale interesse americano a impedire all’Iran d’acquisire il potere della deterrenza nucleare, posto che il paese è a tiro, oltre di quelle americane e occidentali in genere, delle atomiche d’Israele, Russia, India, Pakistan e di quelle cedute da Islamabad ai sauditi. Discorsi troppo complicati per l’elettorato repubblicano, che divide ancora il mondo in buoni (Because we’re the good guys) e cattivi da convincere a forza di bombe. Se qualcuno ancora si chiedeva se la protervia e l’arroganza dei neocon abbiano subito l’usura del tempo e delle disfatte in Iraq e Afghanistan, la lettera dei «47 traditori» è arrivata a confermare che la risposta è un secco no e che negli Stati Uniti c’è ancora un potente partito che vuole la guerra a tutti i costi, al punto da essere disposto a fare carte false come con l’Iraq o a pugnalare il presidente e il paese alle spalle com’è accaduto nei giorni scorsi.

Pubblicato in Giornalettismo

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