L’intesa con l’Iran non deve andar persa

Posted on 8 aprile 2015

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Al termine di trattative corse oltre il limite stabilito per fine marzo, l’Iran e i negoziatori del 5+1 raggiungono finalmente un’intesa che inverte il segno di una guerra fredda tra il paese persiano e gli Stati Uniti che dura fin dalla presa del potere da parte degli ayatollah. La firma del Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) a Losanna apre una nuova era nei rapporti tra Teheran e l’Occidente, che dove però ancora essere formalizzata nell’accordo definitivo.

Si è concluso in un trionfo il lungo negoziato di Losanna tra i membri del 5+1 (I 5 paesi del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite più la Germania) e l’Iran, finito oltre il limite massimo che s’erano date le parti, ma con la piena soddisfazione di tutti o quasi; hanno festeggiato a Losanna i protagonisti e hanno festeggiato per strada gli iraniani. L’intesa conclusa ieri fissa i termini di un accordo che dovrà essere redatto nelle sue clausole più minute entro 90 giorni, ma già include termini temporali e tecnici e adempimenti certi e chiari per le parti coinvolte.

Hanno vinto soprattutto gli iraniani comuni, iraniani che sono in media molto giovani e che hanno sofferto le sanzioni economiche senza che queste piegassero il regime o il consenso di cui ancora oggi sembra godere. Ha vinto di conseguenza anche il regime iraniano, passato con successo dalla retorica di un Ahmadinejad allo sbaraglio a quella seria e meditata di Rouhani, ma ha vinto anche l’amministrazione Obama che sull’accordo aveva puntato tantissimo. Ha vinto l’UE, che soffriva l’essersi accodata agli Stati Uniti imponendo sanzioni a un partner commerciale di rilievo e senza essere troppo convinta dei motivi di Washington. Ha vinto anche proponendosi nel momento decisivo come mediatore, lanciando nell’agone una Federica Mogherini che quantomeno è stata all’altezza del difficile compito.

Lo sconfitto numero uno si chiama Benjamin Netanyahu, che ha costruito l’ultimo decennio di successi agitando lo spauracchio della minaccia nucleare iraniana, che ora gli svanisce tra le dita. Con lui hanno perso anche i neoconservatori che ancora oggi sostengono che sarebbe cosa buona e giusta bombardare gli impianti nucleari iraniani, una cosuccia, per impedire agli ayatollah di dotarsi dell’atomica. E hanno perso anche i sauditi, che forse hanno scatenato lo strano attacco in Yemen sperando anche di turbare i negoziati e che condividono con Netanyahu, almeno a parole, la paranoia per la presenza iraniana. A loro si uniscono quanti avevano scommesso su un cambiamento di regime in Iran grazie alle sanzioni e quanti commerciano in petrolio, calato ancora alla notizia che quello iraniano tornerà sui mercati, ben sapendo che a Teheran hanno i depositi pieni e non vedono l’ora di metterlo in vendita.

L’Iran s’impegna a ridurre da 19.000 a 6,104 le centrifughe, e a mantenerne operative solo 5060 nei prossimi 10 anni, tutte della prima generazione e tutte concentrate nel sito di Natanz. A questo s’aggiunge l’impegno a non costruire nuovi impianti per l’arricchimento dell’uranio per 15 anni. Il sito di Fordo sarà convertito in centro di ricerca e non potrà ospitare materiale fissile o arricchire uranio per 15 anni. Due terzi delle centrifughe di Forlow saranno smantellate, le restanti messe sotto controllo ONU e usate come ricambi. L’accordo prevede che per 10 anni l’Iran rimanga alla distanza teorica di un anno dalla confezione di una bomba atomica e per fare in modo che il limite non sia scritto solo sulla carta l’Iran s’impegna a non arricchire l’uranio oltre il 3,67% (utile come combustibile, inutile per le bombe) per 15 anni e a ridurre la sua scorta di uranio arricchito da 10 tonnellate a 300 chili per i prossimi 15 anni. A controllare che gli impegni presi siano rispettati sarà l’AIEA (L’Agenzia Atomica Internazionale) che avrà libero accesso a tutti gli impianti nucleari iraniani, inclusi quelli di Natanz e di Fordo e che potrà monitorare quanto accade con gli strumenti più moderni. È bene sapere a questo proposito che i satelliti americani sono in grado di registrare con precisione quanto un impianto arricchisca l’uranio, almeno dal 1989, quando gli uomini del Dipartimento di Stato mostrarono i dati dei satelliti a Benazir Bhutto, che sosteneva di non sapere e di non credere che il suo paese stesse arricchendo l’uranio oltre il 90% per dare il via alla produzione di atomiche. Gli ispettori avranno inoltre accesso a tutta la filiera nucleare iraniana, controllando che materiali e tecnologie non siano distratti a fini bellici. Per i prossimi 25 anni avranno accesso libero alle miniere e sorveglieranno con continuità gli impianti nei quali l’Iran produce lo yellow cake, la polvere d’ossido d’uranio risultato di un primo processo di raffinazione. Gli ispettori controlleranno anche il funzionamento delle centrifughe e i magazzini per 20 anni, mentre gli impianti di produzione delle centrifughe saranno chiusi e rimarranno sotto sorveglianza continua, come sotto sorveglianza saranno le centrifughe rimosse da Natanz e Fordo. Sarà costituito un canale di fornitura controllato attraverso il quale il paese potrà acquistare o vendere materiali e tecnologie a doppio uso, militare e civile. L’Iran ha inoltre acconsentito a implementare il Protocollo Aggiuntivo del Trattato di Non Proliferazione (che il paese ha sottoscritto da tempo), che permette all’AIEA maggiore accesso agli impianti, dichiarati o no che siano. S’impegna così a garantire l’accesso a eventuali siti sospetti ovunque nel paese e s’impegna a comunicare in anticipo la costruzione di ogni nuovo impianto collegato alla filiera nucleare.

SWITZERLAND-IRAN-US-NUCLEAR-TALKS

L’Iran acconsente a ridisegnare e ricostruire il reattore ad acqua pesante di Arak, ancora in costruzione, secondo un progetto che abbia il consenso dei 5+1, a non produrre armi al plutonio (che non possiede) e a usarlo per la ricerca nucleare pacifica e la produzione di radioisotopi. Il nocciolo del reattore, che avrebbe potuto permettere la produzione di plutonio sarà distrutto o portato fuori dal paese. L’Iran spedirà all’estero tutto il combustibile esaurito del reattore per tutta la vita del reattore e s’impegna a non condurre più ricerche e sviluppo sul riprocessamento del combustibile esaurito e non accumulerà acqua pesante oltre a quelle necessaria al funzionamento del nuovo reattore di Arak e per i prossimi 15 anni metterà sul mercato internazionale quella prodotta in eccesso e in questo periodo non costruirà altri reattori ad acqua pesante. Per 10 anni quindi l’Iran limiterà l’arricchimento dell’uranio e la ricerca sul nucleare seguendo le procedure convenute con i 5+1, per 15 anni non aggiungerà elementi al suo programma, limiterà lo stock di uranio in suo possesso e adotterà procedure trasparenti per tutta la filiera nucleare. Ispezioni e controlli continueranno anche oltre a causa dell’adesione al Protocollo Aggiuntivo, quelle sulla filiera per 25 anni almeno. L’Iran resta comunque firmatario del Trattato di Non Proliferazione, che gli proibisce lo sviluppo e l’acquisto di armi nucleari.

Se rispetterà gli impegni Teheran vedrà calare a zero le sanzioni economiche imposte da USA e UE, che saranno tutte sospese quando l’AIEA verificherà l’adempimento degli impegni presi. Le sanzioni ritorneranno in vigore quando e se l’Iran smetterà di rispettarli, resteranno pertanto solo sospese per tutta la durata dell’accordo. Saranno ritirate tutte le risoluzioni ONU in contemporanea con il completamento delle azioni relative al programma nucleare. Tuttavia le prescrizioni fondamentali contenute in quelle risoluzioni finiranno in una nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza a sostegno del Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA ) e che delineerà anche il canale di approvvigionamento ricordato in precedenza. Sarà stabilita e fissata una procedura per la risoluzione delle controversie che dovessero sorgere durante l’applicazione dell’accordo. Rimarranno in essere le sanzioni americane per gli abusi dei diritti umani, per il terrorismo e per i missili balistici.

L’accordo è arrivato perché era voluto a Washington come a Teheran. A Washington Obama voleva correggere un accanimento insensato imposto al paese dai conservatori, non tanto diversamente da quello che ha come oggetto Cuba, un altro capitolo che Obama si è adoperato per chiudere. L’accanimento trae le sue origini dalla rivoluzione iraniana e dal rovesciamento dello Scià di Persia, buon alleato di americani e britannici e delle corporation del petrolio angloamericane. Tanto buono da essere assurto al potere grazie a un golpe che nel 1963 ha rovesciato il governo del primo ministro democraticamente eletto Mossadeq e l’instaurazione di uno spietato regime imperial-dittatoriale.

Gli iraniani nel 1978 si volevano liberare dello Scià e della sua dittatura e ad abbatterla contribuirono sia delle formazioni di sinistra che il partito d’ispirazione confessionale, che poi avrà la meglio costringendo alla fuga i comunisti che non riuscirà a massacrare. Questi avranno poi una singolare evoluzione, schierandosi prima con Saddam contro il loro paese e poi con gli americani, diventando in tempi recenti «fonte» privilegiata delle più fantasiose accuse al regime e completando così la transizione da partito di massa a setta carismatica odiata anche dagli iraniani ostili al regime. Contro l’Iran si scagliò poi Saddam, con una guerra improvvisa che credeva di vincere approfittando dei problemi di una rivoluzione che non si era ancora consolidata e usando le armi di distruzione di massa con il placet e la complicità degli americani. Per gli ayatollah gli Stati Uniti erano il Grande Satana, per Reagan l’Iran era un paese canaglia e quando è arrivata l’epoca della War on Terror l’Iran è tornato prepotentemente nel mirino dei neoconservatori. Subito dopo l’invasione dell’Iraq l’amministrazione Bush ha fatto fuoco e fiamme per imporre agli iraniani sanzioni al fine d’impedire loro di darsi la bomba atomica.

Viste le premesse storiche e visto che altri paesi vicini come Israele e Pakistan non hanno firmato il TNP e si sono dotati di veri e propri arsenali nucleari senza subire sanzioni da parte degli Stati Uniti, gli iraniani hanno preso malissimo le ingerenze americane e si sono schierati con il loro governo sulla questione, rivendicando il diritto all’impiego della tecnologia nucleare. Non ha aiutato che a rappresentarli fosse finito uno come l’ex presidente Ahmadinejad, uomo dalla retorica incendiaria, sbruffone e quasi sempre fuori misura e per di più disposto a giocare la carta dell’antisemitismo. La guerra di parole si è presto trasformata in sanzioni e gli iraniani hanno pagato il loro orgoglio nazionale e il non accettare il fatto che, pur avendo firmato il Trattato di Non Proliferazione e dichiarato di non volere la bomba per bocca delle massime autorità religiose, per Washington rimanevano lo stesso i cittadini di un paese canaglia che costruiva bombe atomiche con il fine non tanto nascosto di usarle (almeno) contro Israele.

Hasan Rouhani

A dare il via al programma nucleare iraniano era stato Reza Pahlavi, che aveva ordinato la costruzione di 20 centrali nucleari e che era persino usato dalla General Electric nelle pubblicità rivolte agli americani come testimonial. Lo Scià peraltro si era associato anche al programma nucleare bellico pachistano a metà degli anni ’70. Insieme a Libia e Arabia saudita avrebbe finanziato la costruzione della «bomba atomica islamica» da opporre a quelle «cristiane, ebraiche, comuniste e indù» di cui erano e sono dotati i paesi che circondano la regione. Il deterrente atomico pareva anche a loro l’unica difesa contro le pesanti ingerenze coloniali e le minacce militari, la bomba atomica non è un’arma offensiva e nessuno di questi paesi potrebbe mai sperare di lanciare un’atomica senza incorrere in una terrificante rappresaglia. Il Pakistan ha sviluppato la bomba e si è impegnato a retrocedere tecnologia e anche ordigni nucleari ai soci finanziatori. La Libia ha consegnato il suo embrione di programma nucleare agli americani nel 2003, rinunciandovi in cambio della riammissione di Gheddafi tra i presentabili, l’Iran si è avvalso delle centrifughe sviluppate dai pachistani e l’Arabia Saudita ha dichiarato di recente che, se l’Iran avrà la bomba, i Saud se ne faranno consegnare alcune dai pachistani, dei quali negli anni sono stati i più robusti finanziatori, tanto che un principe saudita siede nel board nucleare pachistano ed è l’unico straniero ad avere accesso ai reattori e ai centri di ricerca pachistani.

Anche gli ayatollah hanno contribuito il programma nucleare pachistano, anche se in maniera relativa perché piagati prima dalla guerra e poi dalle sanzioni, ma non risulta che abbiano mai intrapreso l’arricchimento di uranio alla percentuale utile per la bomba o che abbiano mai prodotto plutonio. Un fatto curioso è che a differenza del periodo recente, subito dopo la caduta dello Scià le aziende che avevano sottoscritto i contratti per la costruzione delle centrali nucleari fecero causa alla neonata Repubblica Islamica e tribunali e fori internazionali condannarono l’Iran a dar corso ai contratti, nonostante il rigido Khomeini ritenesse il nucleare immorale, alla fine il paese fu costretto a costruire la centrale di Busher dai tedeschi, poi sarà completata dai russi, e ad acquistare uranio arricchito. Nessuna preoccupazione per la proliferazione nucleare all’epoca, ma le preoccupazioni sono sorte dopo, soprattutto quando si è capito che il Pakistan stava effettivamente dando corso all’antico accordo e rifornendo Libia, Iran e Arabia Saudita, permettendo loro di attingere a un programma nucleare completo che ha già prodotto testate e vettori in numero sufficiente da fare del Pakistan una potenza nucleare e da fargli conquistare la deterrenza nucleare nei confronti dell’armatissimo e militarmente inaffrontabile vicino indiano. Una consapevolezza che si è tradotta però solo in pressioni su Libia e Iran, gli altri due partner nel frattempo avevano invece coltivato ottimi rapporti con Washington.

Ora sembra possibile che americani e iraniani riescano a lasciarsi alle spalle questo pesante passato, anche se le forze potenti che hanno remato contro l’accordo non si potranno considerare vinte fino a che l’accordo non darà i suoi primi frutti e forse neppure più tardi, il regime iraniano è stato a lungo utile a molti nella veste di spauracchio e nessuno degli interessati si rassegnerà facilmente alla perdita di quella che fino a poco fa è stata la spalla perfetta per spettacoli di pessimo gusto e nessun costrutto e nemmeno in Iran mancano quelli che hanno tratto vantaggio dall’aggressività di Washington, i nemici della pace non dormono mai.

Pubblicato in Giornalettismo

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