La strana morte di Alberto Nisman inquieta l’Argentina

Posted on 26 gennaio 2015

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La storia che sta scuotendo l’Argentina viene da lontano e il clamoroso suicidio del procuratore Alberto Nisman è solo l’ultimo colpo di scena in una vicenda che dura da vent’anni e che periodicamente riemerge con grande rumore, ma in modi per lo più poco convincenti.

Il procuratore Alberto Nisman è tornato all’improvviso da una vacanza in Spagna, dove si trovava con la figlia, per presentare una clamorosa denuncia contro i vertici del governo, accusati di tramare per salvare dalle inchieste alcuni politici iraniani, sulle tracce dei quali lo stesso procuratore ha trascorso anni inutilmente. Sarebbero i sospetti autori della strage all’Asociación Mutual Israelita Argentina (AMIA) del 18 luglio 1994, quando un’autobomba uccise 85 persone e ne ferì centinaia, l’attentato più sanguinoso della storia argentina. L’Argentina è sede della più numerosa comunità ebraica del Sudamerica e della sesta nel mondo, e a distanza di vent’anni l’attentato resta una ferita aperta, visto che inquirenti e commentatori brancolano nel buio. Gli argentini sono in buona maggioranza convinti che ci sia sotto qualcosa di losco, ma sono stati appena in qualche centinaio a manifestare con lo slogan «Je suis Nisman», più contro l’odiato governo di sinistra che in solidarietà al procuratore.

Secondo Nisman il governo, nelle persone dalla presidentessa Cristina Fernandez de Kirchner, del ministro degli esteri Hector Timerman e altri ufficiali governativi, avrebbe tramato per fare in modo che i presunti attentatori scendessero nelle priorità dei ricercati di Interpol. Pochi giorni ancora e Nisman, che aveva una scorta di 10 uomini, si suicida chiuso nel bagno di casa sua e un attimo dopo la stampa di destra accusa il governo, non tanto velatamente, di averlo fatto fuori.

La Corte Suprema argentina però ha diffuso il rapporto di Nisman, fino alla sua morte in parte coperto dal segreto istruttorio, ed è stato abbastanza agevole verificare che il «piano» che si attribuisce al governo nasce in realtà da voci raccolte da fonti molto dubbie, sedicenti esponenti dei servizi segreti che non lo sono e voci che provengono direttamente dall’ambasciata israeliana a Buenos Aires. Da Israele sono anni che si punta il dito contro gli iraniani per l’attentato e sono anni che Nisman è un po’ il campione di certa parte della comunità ebraica che crede o ha interesse ad affermare che l’attentato fu ordinato da Teheran.

In realtà la tesi traballa per diversi motivi, su tutti il presunto movente, indicato nella rottura di un accordo sul nucleare tra i due paesi, che però non c’è mai stata. Quello che si sa per certo è che tra le diverse piste c’era quella di un gruppo di elementi di origine siriana coadiuvati da estremisti di destra locali e che le indagini, per lo più indiziarie, condotte da Nisman e colleghi non hanno mai portato a nulla, se non a un processo alla presuntaa «pista interna» naufragato nel 2004, insieme al suo istruttore, il giudice Juan José Galeano, silurato nel 2005 per i gravi errori nelle indagini.

Nisman era sicuramente spaventato, al punto che la pistola con la quale si sarebbe ucciso l’ha chiesta in prestito a un collaboratore, pur detenendone regolarmente altre due, e per ora la procura della capitale ha aperto un’inchiesta per istigazione al suicidio. Resta da pesare l’assurdità della teoria che grida al complotto governativo, e non solo perché non è nello stile dei governi Kirchner ricorrere all’assassinio per liberarsi dell’attenzione dei giudici o dei concorrenti. Sia Cristina che il marito Nestor che l’ha preceduta nella carica hanno avuto diverse disavventure giudiziarie e denunce e non è mai morto nessuno.

Nisman aveva già provato ad accusare un presidente argentino di complicità nella strage all’AMIA, o almeno nella copertura a favore dei colpevoli. Il presidente Menem era infatti di origini siriane, della stessa zona dalla quale proviene Monzer al Kassar, noto trafficante internazionale d’armi, di rifiuti tossici, ma anche organizzatore all’epoca del sequestro dell’Achille Lauro e persino coinvolto nell’affare Iran-Contra. E da Menem al Kassar aveva ricevuto la cittadinanza argentina con una procedura ultra-rapida. La tesi di Nisman era che l’aiuto non si fosse fermato lì e che al Kassar potesse essere l’uomo che avesse organizzato un attacco in qualche modo ordinato dalla Siria o dal Libano, anche se a legarlo all’ex presidente argentino c’erano affari e finanziamenti più prosaici e visibili. Ipotesi che però prendeva in considerazione gli iraniani come mandanti legati, quasi l’avessero dato in subappalto agli esecutori specializzati di al Kassar.

Quel filone d’inchiesta si è concluso con la revoca della cittadinanza al trafficante, nel 2000, l’anno dopo la fine della presidenza Menem. Kassar venne incriminato davanti a una corte argentina per aver usato, otto anni prima, documenti falsi allo scopo di ottenere la cittadinanza, Menem, per il quale Nisman aveva chiesto l’arresto, non è stato neppure imputato. Al Kassar è poi stato catturato dagli Stati Uniti dopo un tentativo di vendere armi alle FARC colombiane e condannato nel 2008 a 30 anni di carcere. Curiosamente la procura argentina non ha chiesto di sentirlo o di estradarlo. Nisman nel suo dossier, che non è chiaro da dove sia arrivato e come – particolare che stante l’urgenza di presentarlo mostrata dal procuratore sarebbe interessante chiarire – era arrivato ad accusare il governo sulla base del semplice sentito dire e per di più per bocca di fonti molto discutibili. Posto che Nisman era noto per emergere dai cable dell’ambasciata americana diffusi da Wikileaks come informatore della stessa sulle mosse delle procure argentine sul caso,  resta da capire chi gli abbia «venduto una connessione che non esisteva» tra il governo e l’attentato.

Non si capisce infatti il legame causa-effetto, visto che il mandato di cattura pendente da anni non pregiudica i rapporti tra i due paesi e per di più è del tutto inverosimile che alla cospirazione possa aver preso parte il Ministro degli Esteri Hector Timerman, noto e autorevole membro della comunità ebraica locale e figlio di Jacobo, giornalista famoso e torturato per mesi dalla dittatura in quanto ebreo. Non si capisce inoltre l’interesse di Kirchner a compromettersi per coprire gli autori, veri o presunti, di una strage avvenuta molti anni prima che lei e prima suo marito, salissero alla ribalta nazionale. L’idea che s’avanza tra quanti non si sono buttati sulla storia per usarla come una clava in vista delle elezioni che dovranno decidere il dopo-Kirchner, che non è più ricandidabile, è che a Nisman sia stato servito il più classico dei polpettoni avvelenati e che una volta resosi conto del trappolone si sia tolto la vita o sia stato ucciso da qualcuno, qualcuno più vicino a chi gli ha suggerito la denuncia che a quanti voleva denunciare.

 

Pubblicato in Giornalettismo

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