La strana crisi del prezzo del petrolio

Posted on 26 gennaio 2015

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Il prezzo del petrolio è andato in caduta libera negli ultimi mesi lasciando il 2014 con quotazioni dimezzate rispetto al gennaio dello stesso anno. Valori che stupiscono e fanno discutere gli esperti, che s’interrogano sulle cause e la possibile durata del fenomeno.Il petrolio a 50 dollari rende il mondo molto diverso da quello nel quale costa 100 o addirittura 130, prezzo al quale era giunto nei momenti di massima tensione sulle quotazioni. Tutti si chiedono per quanto resterà così a buon mercato e non solo perché la risposta giusta vale un bel bottino.

La confusione è grande perché la quotazione del petrolio è influenzata da una robusta quantità di variabili difficili da pesare, che spaziano dalle condizioni climatiche alle questioni geopolitiche, fino ai pronostici sull’andamento delle economie regionali e di quella globale.

In questo caso non è tanto facile nemmeno ricostruire con certezza la dinamica che ha portato alla drastica riduzione dei prezzi degli ultimi mesi, anche se alcuni indizi rivelano alcune sicure influenze. La più evidente è quella data dall’aumento della produzione americana, un vero e proprio boom che ha riportato la produzione di gas e petrolio ai livelli record degli anni ’60. Merito del fracking, che ha reso disponibili risorse prima troppo difficili e costose da estrarre, ma anche dello sfruttamento degli scisti bituminosi in Canada e Africa ha contribuito ad aumentare la produzione globale e, di converso, a ridurre il peso della domanda e il pericolo d’instabilità delle forniture, che è tra quelli che massimamente eccitano gli aumenti irrazionali.

Il crollo dei prezzi del gas sul mercato interno statunitense, determinato dalla mancanza d’infrastrutture per esportare l’improvvisa abbondanza, è stato tale che si è subito riflesso in un brusco calo del costo dell’energia elettrica che ora sta attirando investimenti industriali, ma soprattutto ha cancellato una parte dell’import degli Stati Uniti, che solo di recente sono stati raggiunti dalla Cina sul podio dell’economia più energivora del pianeta e puntano decisi alla conquista del primato mondiale di produttori di gas e petrolio. Un primato che magari sarà effimero e durerà solo qualche decennio, ma più che sufficiente a influenzare le quotazioni sul breve e medio periodo. Questa dinamica si è poi incrociata con i progressi conseguiti nel campo del risparmio energetico e dello sviluppo di fonti alternative, che hanno contribuito a tener bassa la domanda di energia pur in un contesto economico frizzante.

Fuori dagli Stati Uniti la situazione risulta altrettanto rosea, anche la Cina potrebbe godere del fracking e diventare addirittura il primo produttore al mondo. Possiede risorse superiori a quelle di qualsiasi altro paese, pur se non tutte realmente accessibili. Il fracking infatti è ecologicamente un disastro, richiede l’uso e l’inquinamento di grandi quantità d’acqua e territorio e il petrolio e il gas che se ne traggono hanno un costo industriale decisamente più alto di quello estratti dai laghi di petrolio di ottima qualità che ci sono in Medio Oriente.

Proprio dal Medio Oriente giungono notizie altrettanto rassicuranti sul fronte delle forniture, perché torna sul mercato il petrolio dell’Iran, aumenta la produzione dell’Iraq e c’è stato l’esordio di Israele tra i paesi esportatori grazie a risorse offshore che dovrebbero essere anche in Palestina. Persino la produzione della Libia è aumentata nonostante l’instabilità interna, mentre l’Arabia Saudita si è detta decisa a non ridurre la sua produzione per far risalire i prezzi, una richiesta ricevuta dai colleghi dell’OPEC e che avrebbe il consenso di buona parte dei paesi produttori, molti dei quali con il petrolio a 50 dollari sono nei guai, essendo i loro bilanci ormai tarati su entrate garantite da prezzi più alti.

I motivi dei sauditi rimangono imperscrutabili, decisioni del genere sono prese tra un ristretto circolo di familiari del sovrano e spesso hanno motivazioni molto lontane da quelle accreditate dall’esterno. In questo caso si è parlato dell’intenzione di mettere in difficoltà l’Iran come di quella di deprimere l’industria americana, che con i prezzi troppo bassi si trova fuorigioco, come subito hanno testimoniato la chiusura di diversi pozzi finiti fuori mercato.

Sia come sia, l’Opec copre il 40% della produzione mondiale, non è un monolite e non esercita più il potere di ricatto di un tempo sulle economie occidentali e su quella americana in particolare, che ancora importa idrocarburi, ma che ormai si serve di preferenza presso i paesi africani. La sua capacità di fare il prezzo, e in particolare quella dei sauditi che con i colleghi del Golfo ne sono gli azionisti di riferimento, resta relativa e a sua volta soggetta all’influenza di variabili globali e regionali che possono averne facilmente ragione. Così come resta relativamente eccezionale la quotazione del petrolio di questi tempi, che non è comunque auspicabile rimanga tanto bassa a lungo. Nonostante il prezzo più basso dell’energia sia indubbiamente un volano positivo per l’economia, uno tanto basso si risolve in danni insopportabili alle economie di interi paesi, deprime gli investimenti nelle rinnovabili e peggiora la situazione sul fronte della lotta all’inquinamento e al riscaldamento globale. Inoltre la grande disponibilità di gas naturale uccide le centrali a carbone e quelle a oli combustibili, provocando l’aumento delle emissioni di CO2 e altri inquinanti volatili su scala globale, mentre invece sarebbe necessario ridurli.

Il prezzo del petrolio cala quindi per un eccesso di offerta abbastanza evidente e non sarà comunque una decisione dei sauditi a cambiare lo scenario nel breve e medio termine, ma si può stare abbastanza certi che la domanda che (almeno) non cala e l’intrinseca finitezza della risorsa riporteranno abbastanza a breve le quotazioni almeno a quota 80 dollari, che è quella considerata da molti la più ragionevole e sostenibile, il punto d’incontro ideale tra paesi produttori e clienti.

Si tratta infatti di una quotazione che permette di respirare ai molti paesi produttori che rischiano ora la bancarotta perché hanno bilanci tarati sulle entrate garantite da quotazioni maggiori, senza pregiudicare i sogni di crescita economica e produttiva e senza mettere fuori mercato le energie alternative, che non possono aspirare a raccogliere investimenti in uno scenario nel quale i prezzi di gas e petrolio viaggiano ai minimi storici. Una stabilizzazione che dovrebbe resistere almeno fino allo scoppio di una possibile prossima bolla delle materie prime, ma soprattutto almeno fino a quando non si esaurirà il boom petrolifero statunitense, sulla durata del quale i dubbi sono robusti visto che nel caso del fracking è molto difficile individuare e fissare il confine tra risorse individuate ed esistenti e risorse realmente recuperabili.

Pubblicato in Giornalettismo

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