Liberare i capi talebani e vedere l’effetto che fa

Posted on 19 settembre 2013

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La liberazione del mullah Abdul Ghani Baradar dalle prigioni pachistane non lascia perplessi solo gli americani, e non solo perchè la pace con i talebani non è nemmeno all’orizzonte.

Il 10 settembre il consigliere pachistano per la politica estera Sartaj Azizha confermato il rilascio del mullaj Baradar, al più tardi entro il mese, i dettagli sono ancora in discussione e a oggi Baradar è ancora in custodia pachistana. C’è da quando il 15 febbraio del 2010 è stato catturato grazie a un’operazione congiunta di CIA e ISI, i servizi pachistani; un’operazione ai massimi livelli per catturare uno degli uomini più vicini al Mullah Omar, un fondatore del movimento talebano e da sempre ai suoi vertici. C’è da capire che gli americani fatichino ad accettare l’idea, ma anche il presidente afgano Karzai, grande sponsor dell’operazione, si lamenta perché pare che il mullah sarà liberato in Pakistan e non come avrebbe desiderato in Afghanistan, da lui. Comprensibile invece il contrario, anche dal punto di vista di Baradar, che probabilmente raggiungerà i vertici dei talebani afgani nell’area di Quetta, da dove non si sono mai mossi fin dalla fuga dal loro paese.

L’idea è nata sicuramente dall’incontro tra il presidente-console-dittatore dell’Afghanistan e il nuovo premier pachistano Sharif, fresco vincitore delle elezioni e leader di un partito d’ipirazione islamica che ora si trova nella difficile situazione di dover dare un indirizzo alla politica nazionale verso il fenomeno talebano, fino all’altro ieri occupazione riservata ai vertici dell’esercito e dei servizi e al massimo agli impulsi americani.

Archiviata la parentesi di Zardari, al quale nessuno poteva chiedere di più del nulla che ha offerto al paese per tutto il primo mandato, ora Sharif è chiamato a dare forma alla politica di un governo civile nella pienezza dei suoi poteri e può contare su una certa esperienza, avendo già ricoperto la carica per un mandato e un po’, nel secolo scorso. Fu costretto all’esilio dai militari e dai giudici che gli imputavano episodi di corruzione simili a quelli che in precedenza avevano aperto la via di Dubai a Benazir Bhutto e al marito, poi premier, Alì Zardari, noto anche come Mr 10%, la misura delle tangenti che pretendeva quando la moglie era a capo del governo. Questo hanno a disposizione i pachistani e hanno poco da stare allegri.

Negli ultimi anni sono stati l’esercito e i servizi a schiantare la ribellione talebana che negli anni aveva messo radice nelle zone tribali e amministrativamente indipendenti, 4.000 militari pachistani sono morti per uccidere circa altrettanti militanti, mentre dal cielo gli americani bombardavano con i droni. Un radicamento che ha dato vita al gruppo dei Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP), formatosi e affermatosi quando molti dei militanti islamisti che presidiavano le frontiere del Kashmir al confine con l’India, hanno dovuto sloggiare per la pressione esercitata dall’esercito pachistano dopo gli attentati di Mumbai, trovando rifugio a ridosso del confine afgano, da dove hanno coltivato velleitari progetti d’espansione verso i grandi centri urbani e le pianure.

Con la responsabilità di governo Sharif e i suoi hanno assunto anche il ruolo di bersagli privilegiati di diversi gruppi islamisti. Non che cambi molto visto che Sharif come tutti i leader pachistani si muoverà blindatissimo, ma i sei (almeno) attentati subiti dal dittatore militare Musharraf sono lì a ricordare che chi guida la lotta agli islamisti diventa il bersaglio privilegiato di una torma di fanatici, che negli hanno hanno ucciso circa 40.000 civili pachistani, un numero comunque molto più rilevante di quanti ne abbiano uccisi i droni americani, ai quali vanno aggiunti altre decine di migliaia di profughi o emigrati per sottrarre le proprie famiglie a destini tragici. I talebani del TPP non si distinguono molto da quelli afgani e perseguono tattiche come l’uccisione esemplare delle bambine che vanno a scuola per convincere i genitori a non mandarle, applicando la stessa logica con la quale gli omologhi afgani hanno avviato una campagna di esecuzioni delle afgane che s’arruolano in polizia, donne non meno toste delle giovane pakistana Malala, bambina sopravvissuta a un’esecuzione e ora divenuta icona globale della resistenza degli innnocenti.

Innocenti la cui sorte non è nell’agenda dei governi, la liberazione di Baradar nasce infatti dalla volontà e dai motivi di Karzai, che con Baradar aveva cominciato anni fa un dialogo per reintegrare i talebani nella politica afgana. Baradar proviene dalla stessa tribù di Karzai, quella dei Popalzai, che fanno parte della discendenza Durrani, leader della maggioranza Pashtun ed etnia che per secoli ha dominato il paese ed è considerato intimo del Mullah Omar, anche se non è chiaro che influenza possa avere oggi, nei due anni che ha trascorso in carcere sono cambiate molte cose e molti equilibri, ma di sicuro è una voce che può parlare a Omar e ad altri. Pria di diventare capo militare dei talebani Baradar non era considerato un pericolo da Karzai, che gli aveva permesso di vivere tranquillamente nella sua casa nella provincia di Uruzgan per mesi e defilarsi poi quando l’attenzione dei servizi afgani e americani si fece insopportabile. Già comandante militare durante gli anni ’90, luogotenente di Omar è stato tra i membri fondatori e più noti fin dall’emersione del movimento nel 1994, dal suo rifugio di Quetta ha comandato la resistenza afgana che rispondeva a Omar fino a un anno prima del suo arresto, quando è stato apparentemente degradato a un posto nell’ufficio politico.

La mossa gratificherà sicuramente Karzai, anche se non riuscirà a trarne vantaggio come aveva sperato, e rafforzerà il prestigio dei talebani afgani, che fino ad ora, e parliamo di anni, non hanno degnato d’attenzione le condizioni che Karzai vorrebbe imporre loro per rendere digeribile la soluzione agli americani, che probabilmente vorrebbero anche credere alla possibilità d’ammorbidire gli ex nemici e costringerli a compromessi ai quali non si sono mai dimostrati disponibili. Karzai non fa certo parte della grande famiglia degli illusi e probabilmente insegue obiettivi più modesti e prosaici, per i quali la liberazione di Baradar sarà sicuramente utile. Lo stesso non si può dire per i servizi americani e pachistani, che fino a prova contraria lo hanno inseguito per anni e infine catturato, per ora vederlo liberato dal buon Sharif.

Pubblicato in Giornalettismo