Renzi riesuma la nonna di tutte le promesse elettorali, il Ponte di Messina

Posted on 28 settembre 2016

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Prima o poi per quasi tutti i governi italiani arriva il giorno nel quale il Presidente del Consiglio annuncia il suo favore per la grande opera che dovrebbe unire fisicamente la Sicilia al continente e di essere pronto a «fare presto» per favorire la realizzazione certissima dell’opera in tempi stretti. Per Renzi in verità il momento era già arrivato qualche mese fa, quando la sua antica posizione di contrarietà all’opera mutò in un consenso condizionato alla conclusione di altre grandi e piccole opere necessarie all’isola come al resto del paese. All’epoca nessuno ci fece molto caso, la condizione posta da Renzi sembrava infatti trasformare il tutto in un esercizio retorico nel quale apparentemente si diceva favorevole all’opera, ma in pratica la rimandava al giorno del poi del mese del mai o comunque in un momento situato lontano nel tempo, oltre qualsiasi speranza di sua permanenza al governo. Ieri invece Renzi è apparso nettamente più assertivo, anche perché la «condizione» posta all’avvio dei lavori è cambiata. Non più la realizzazione preventiva di altre numerose opere, ma la soluzione di un contenzioso con lo stato da parte dell’impresa che Renzi sembra già aver scelto per i lavori, la Salini Impregilo, che in passato si era aggiudicata l’opera, poi cassata da Monti mentre quelli del Partito Democratico a ballare sui tavoli all’annuncio della morte del progetto.

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La dichiarazione si è andata così ad aggiungere a un secolo e mezzo di annunci con i quali diversi governi di svariati colori hanno promesso la realizzazione dell’opera. Niente di straordinario, ma il passaggio è apparso inatteso a molti, primi fra tutti i suoi, che si sono subito divisi tra chi è entrato in clandestinità per evitare di rispondere di quello che è parso un improvviso quanto brutale voltafaccia del leader e i pochi che si sono immolati nel negare che Renzi abbia detto -veramente- che intende dare il via alla tanto discussa opera. Poi di fronte all’evidenza sono spuntati i primi convertiti, prevedibilmente i primi di una nutrita serie. C’è da capirli, per anni tutto il partito si è schierato come un sol uomo contro la costruzione del ponte, uno dei cavalli di battaglia di Berlusconi, negando che la sua realizzazione potesse avere il minimo senso economico e denunciando l’impresa come un salasso per le casse dello stato a favore della vanità e della propaganda di Berlusconi. Ieri però il leader del PD non ha solo disorientato i suoi giocando la carta del ponte, ma soprattutto ha palesato clamorosamente il momento di difficoltà nel quale si trova.

 

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Propaganda politica al sapor di disperazione, tanto che Renzi ha abbondato promettendo che l’opera permetterà la creazione di centomila posti di lavoro, più che raddoppiando la già ottimistica stima della stessa Salini Impregilo, che si era fermata a 45.000, peraltro senza contare quelli che invece, portuali e altri, perderanno per sempre il lavoro a causa del ponte. Propaganda, ma anche affari veri, tanto che tutto pare scaturire da una trattativa condotta a lungo tra Renzi e Pietro Salini. Peccato che il Presidente del Consiglio non abbia trovato il tempo per discutere della faccenda con quelli del suo partito e con quanti, come lui un tempo, sono contrari alla realizzazione dell’opera e non solo per una questione di priorità. Il Renzi che stava all’opposizione voleva spendere i soldi del ponte per le scuole, il Renzi di governo tratta con Salini perché possa partire con i lavori e arriva addirittura ad annunciare di essere pronto e ansioso di dare il via all’opera, che a sentire lui sembra bloccata da problemi riferibili all’azienda che si era aggiudicata l’appalto e non al fatto che questa sia stata cancellata dal governo Monti, peraltro pagando una salata penale alla stessa Salini-Impregilo. Tutto già visto ed è già vista anche la reazione al clamore e allo stupore suscitato dal cambiamento di linea, con Renzi che oggi scrive: «Da mesi dico che prima vengono bandalarga, SalernoReggio, viadotti in Sicilia. E che dopo c’è il ponte sullo stretto. Dov’è la novità?». La novità è appunto che ieri ha detto altro: «Se siete nella condizione di sbloccare le carte e di sistemare quello che è fermo da 10 anni, noi ci siamo.» Lo ha detto e non è stato frainteso dal mondo intero, perché quelle parole indicano chiaramente un cambiamento di posizione da parte di Renzi, cambiamento che si poteva già leggere alla luce dell’approvazione da parte della maggioranza di una mozione NCD che chiedeva la riapertura della pratica relativa al ponte. Mozione che all’epoca Orfini liquidò dicendo che: «Il Ponte sullo Stretto di Messina non è una priorità di questo Governo e il ministro Del Rio lo ha detto chiaramente. La posizione del Ncd è giusto che sia valutata, ma personalmente non la ritengo prioritaria». Evidentemente Orfini non ha molto il polso dell’azione renziana e altrettanto ovviamente le sue obiezioni e priorità, come quelle di molti altri all’interno del partito, non hanno alcuna rilevanza per Renzi.

Il Presidente del Consiglio è in difficoltà, l’auspicata crescita economica non arriva, il jobs act si è già rilevato un fuoco di paglia capace d’incenerire inutilmente qualche miliardo e intanto s’avvicina la fatidica data del referendum, con i sondaggi che segnalano una probabile Caporetto per i proponenti delle riforme. La narrazione renziana non funziona più, le promesse più antiche come quella per la  costruzione dei 1.000 asili in 1.000 giorni sono arrivate all’incasso e i loro frutti non li ha visti nessuno, serve di più. Abbastanza scontato quindi che Renzi, in mancanza di meglio, si sia lanciato in un’altra campagna di promesse dal chiaro sapore elettorale. Quella del Ponte di Messina non è altro che una promessa utile alla ricerca di un consenso, una promessa che con il referendum in teoria non c’entra nulla, ma che nelle menti di molti, Salini Impregilo su tutti, rischia di non poter essere onorata qualora cada il governo Renzi in seguito alla sconfitta al referendum. Anche se in realtà Renzi si è già rimangiato la decisione di ritirarsi a vita privata nel caso del suo fallimento e ha anzi annunciato che, nel caso, non si dimetterà neppure dal governo, il rischio di una caduta del governo è reale. Non deve quindi stupire che il leader del Partito Democratico abbia rilanciato l’idea del ponte nonostante il suo partito, lui compreso, sia stato ostile all’opera per qualche decennio, quanto valgano la sua parola e le sue promesse è già chiaro da tempo e quindi, non avendo molto da perdere, non è pensabile che in un momento di difficoltà possa rinunciare a usare per i suoi scopi persino la nonna di tutte le promesse elettorali, sfidando il ridicolo e le prevedibili pernacchie suscitate dal suo voltafaccia in vista d’un tornaconto che conosce solo lui. Una prece per gli ingenui che avevano davvero creduto al «cambia verso», Renzi non fa politica in maniera sostanzialmente diversa da quella vista all’opera ai tempi della prima repubblica o di Berlusconi, la minestra è la stessa e anche lo storytelling con la quale viene accompagnata in tavola assomiglia sempre di più a quanto di politicamente più vecchio si possa immaginare. Considerazione che può però sollevare gli animi dei contrari alla realizzazione dell’opera, che possono ragionevolmente sperare che anche questa faccia al fine di altre promesse di Renzi e dei suoi predecessori, che si tratti del ponte o dei 1000 asili, la distanza tra le promesse di Renzi e la realtà non è molto diversa da quella fatta segnare da chi l’ha preceduto.

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