La primavera araba porta tempesta sul Golfo

Posted on 12 marzo 2014

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L’Arabia Saudita accusa il Qatar di sostenere i terroristi, l’Iraq accusa a sua volta l’Arabia Saudita di finanziare quelli che gli fanno la guerra e tutt’attorno i paesi dell’area si schierano tracciando fratture potenzialmente catastrofiche e in grado d’aprire la strada a scenari che potrebbero sorprendere un Occidente con l’attenzione rivolta altrove.

«Li accuso d’incitare e incoraggiare i movimenti terroristi. Li accuso di supportarli politicamente e attraverso i media, si sostenerli con i soldi e comprando armi per loro. Li accuso di guidare una guerra aperta contro il governo iracheno. Li accuso di ospitare apertamente leader di al Qaeda e Tafkiri (estremisti). » Così il premier al Maliki ha attaccato Arabia Saudita e Qatar in un’intervista andata in onda sabato sera sul canale France24. Una novità, perché per anni al Maliki ha sempre indicato «paesi stranieri» non meglio identificato quando se la voleva prendere con chi sosteneva la rivolta sunnita e i gruppi che di recente hanno riportato l’Iraq a picchi di violenza che non si vedevano da anni, tra l’ondata di attentati che hanno colpito ovunque e la provincia di Anbar messa a ferro e fuoco dai miliziani che già ne avevano fatto prima una via di rifornimento e una retrovia tranquilla per i guerriglieri sunniti impegnati in Siria. Tutta gente finanziata, armata e sostenuta pubblicamente da Arabia Saudita e Qatar, su questo non ci sono dubbi, ma fino a che rimanevano in Siria e godevano del placet di Washington a Baghdad sono rimasti sul vago. Un messaggio, il suo, con due destinatari, ma che in realtà è chiaramente rivolto ai sauditi, che infatti hanno risposto subito con veemenza. Adesso che la provincia orientale rischia di fare la fine della Siria e che i fanatici hanno dichiarato guerra anche ai curdi, la misura della pazienza irachena si è fatta colma e al Maliki in più esprime la convinzione che questo non accada per caso, ma per una precisa volontà di destabilizzare il suo governo.

Governo che tanto bene non va e infatti la furiosa reazione dei sauditi ha dipinto l’uscita di al Maliki come un tentativo di diversione dai suoi pessimi risultati: «Il Regno condanna le affermazioni aggressive e irresponsabili pronunciate dal primo ministro iracheno» si legge nella dichiarazione di un anonimo ufficiale all’agenzia governativa SPA, segue tirata sulla determinazione con la quale l’Arabia Saudita combatte il terrorismo. Un brutto segnale per Riyad, che proprio pochi giorni fa aveva aperto la resa dei conti con il Qatar provocando una spaccatura all’interno del Consiglio di Cooperazione Del Golfo, che riunisce le sei monarchie della Penisola Arabica. I sauditi hanno accusato il Qatar di appoggiare i terroristi, avendo in mente soprattutto i Fratelli Musulmani, e insieme a Bahrein ed Emirati Arabi Uniti ha ritirato l’ambasciatore da Doha, invitando il Qatar a cambiare politica e anche i reportage di al Jazeera, che offre voce anche a personaggi sgraditi ai Saud e alle critiche di altri regnanti del Golfo.

Sceicco Tamim bin Hamad Al-Thani

Sceicco Tamim bin Hamad Al-Thani

Sempre nella giornata di venerdì scorso, il regno ha inoltre emanato un decreto draconiano ispirato a un maccartismo estremo, che ben s’intona con i modi dei Saud. Nel decreto si dichiarano organizzazioni terroristiche al Qaeda in alcune sue declinazioni, lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, Jabhat al-Nusra, Hezbollah nel Regno, la Fratellanza musulmana e il gruppo Houti, che sono sciiti yemeniti. Una lista che ad alcuni è apparsa opportunemente incompleta. Il decreto punisce chi sostiene queste organizzazioni e, già che c’erano, anche chi «approva qualsiasi pensiero ateista». Di più, il decreto punisce anche la partecipazione a conferenze o simposi nazionali e internazionali che «minaccino la sicurezza o la stabilità del paese o alimentino la sedizione nella società.» Zitti e buoni tutti, perché, continua l’articolo: «Questo include la partecipazioni in ogni forma nei media, sia in audio, video o sulla stampa, e nei social network di qualsiasi tipo e forma.» E con questo sono serviti anche i sauditi che a milioni interagiscono e si lamentano, rispettosamente, su Twitter, basta mezza parola e volano frustate e anni di galera. Un popolare romanziere saudita, Abdo Khal, ad esempio ha annunciato di seguito che non si recherà in Qatar, dove lo attendono tra una settimana per onorarlo. Ha detto di aver deciso da solo e che nessuno glielo ha suggerito, ma è chiaro che bastano le parole del decreto a suggerire che non valga la pena di correre rischi enormi in un’occasione del genere.

L’impressione è che i sauditi abbiano perso la pazienza dopo le brutte esperienze con le primavere arabe, nelle quali hanno messo il naso in maniera fin troppo invadente, parteggiando ovunque per la restaurazione tranne che in Siria e incidentalmente in Iraq, dove invece sostengono e finanziano gruppi che se non sono terroristi si sono dimostrati fin troppo impegnati a seminar terrore. Un fallimento testimoniato anche dalla nomina a comandante in capo dello sforzo in Siria dell’esperto principe Bandar Bin Sultan (aka Bandar Bush) poi destituito dopo pochi mesi d’insuccessi. Ai Saud i Fratelli Musulmani non piacciono perché sono portatori di un modello di successo e, soprattutto, democratico e sunnita, due caratteristiche che agli occhi delle masse arabe e in particolare di quelle del Golfo illuminano l’esistenza di una via a un modello di governo rispettoso dell’Islam alternativo alla repubblica teocratica iraniana, praticabile anche dai sunniti e quindi alternativa pronta e servita alle tirannie assolutistiche e medievali del Golfo. Da qui la preferenza per le dittature più o meno laiche e l’appoggio a regimi quali quelli di Saleh in Yemen, Musharraf e predecessori in Pakistan e ora Sisi in Egitto. Da qui il sostegno al golpe egiziano e al nuovo Mubarak, a ricomporre la sintonia che c’era con il vecchio e spazzar via il governo dei Fratelli Musulmani, andato al potere con le prime elezioni libere che l’Egitto abbia visto da decenni, un’operazione che ha guadagnato più nemici che amici al regno.

A rompere le uova nel paniere ci si sono però messi sia gli americani che il Qatar e sarebbe miope pensare che lo scontento verso Doha non risuoni con gli stessi toni nelle stanze del Dipartimento di Stato, al quale i Saud avevano già fatto sapere di non aver bisogno della protezione americana perché possono disporre delle atomiche pachistane, che hanno già pagato da tempo e in abbondanza. Anche i sauditi in fondo se la prendono con gli alleati per mascherare i loro fallimenti, perché le decine di miliardi di dollari buttati in Egitto, Libia, Tunisia e Siria non hanno dato grandi frutti e per di più  in giro per l’Occidente quelli sostenuti dai sauditi in questi paesi passano per i cattivi della situazione, per non dire di quanto sia benvenuto questo genere d’ingerenza nei paesi di cui sopra.

Con il Qatar comunque i sauditi hanno davvero il dente avvelenato e una fonte anonima, presente al momento, ha raccontato a David Hearst che i sauditi hanno minacciato privatamente il Qatar di un blocco terrestre e navale se non mette museruola ad al Jazeera, non chiude ogni rapporto con i Fratelli Musulmani e non chiude le filiali di due prestigiosi think tank americani (!), il Brookings Doha Center e il Rand Qatar Policy Institute. Minaccia azzardata, pronunciata dal ministro degli esteri saudita Saud bin Faisal alla riunione del GCC che ha preceduto la pubblica rottura dei rapporti diplomatici. È chiaro che i sauditi siano convinti di riuscire a piegare Doha, che però ha risposto seccamente per bocca del suo ministro degli esteri Khaled al-Attiyah, che da Parigi ha mandato a dire che: «L’indipendenza della politica estera del Qatar e semplicemente non negoziabile. Quindi, credo fermamente che la recente dichiarazione da parte di Arabia Saudita, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti non abbia alcuna relazione con la sicurezza interna dei paesi GCC, ma che siano da mettere in relazione e chiare differenze di visione sulle questioni internazionali»

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Una differenza che per ora ha provocato una netta spaccatura tra i sei paesi del Golfo, con l’Oman e il Kuwait che si sono rifiutati di seguire Riyad e ha lanciato un segnale a tutto il medioriente e oltre. L’uscita di al Maliki, la solidarietà di Erdogan al Qatar e i freddi rapporti con Washington sembrano all’improvviso ridurre gli spazi di manovra dei Saud, persino la ex moglie del re ha rotto il silenzio in questi giorni e ha rivelato su Twitter, maledetti social network,  che le quattro figlie che ha avuto con il re saudita sono da 13 anni prigioniere in casa, che non è neppure la gabbia dorata che ci si aspetterebbe da una dinastia che vive nello sfarzo e nel lusso assoluti. Segnali inquietanti per i Saud, che si stanno allontanando vistosamente da Washington senza per ora suscitare grosse reazioni da parte dell’amministrazione Obama, che nella regione ha incassato malamente il golpe egiziano e che sta cercando inutilmente, ma con grande impegno, di piegare Netanyahu alla pace con la Palestina. Un colpo degno di un Nobel, se solo fosse ipotizzabile la sua riuscita, ma è chiaro che al Dipartimento di Stato le mosse dei sauditi sono comunque seguite con apprensione e poco gradite.

In questo senso l’arrivo di al Maliki in tackle «da dietro» ad accusare i Saud sostenere e finanziare il terrorismo internazionale, segna una novità che dovrebbe preoccupare i Saud e anche i governi che si sono loro associati. La storia corre veloce e la strada che dagli altari porta alla polvere è breve e bisogna considerare che i Saud sono bravissimi e reprimere il dissenso interno con brutalità, ma mancano di sostanza militare e di qualsiasi legittimazione agli occhi delle opinioni pubbliche mondiali vista la natura medievale del regime, in fondo in Arabia Saudita ci sono un sacco di uomini e donne da liberare da un regime oppressivo che fa stracci dei più elementari diritti umani, Per di più presto si aprirà la questione della successione al trono da parte di una platea molto più vasta di quella ora in esaurimento dei sette figli del fondatore della dinastia, un’occasione nella quale potrebbero emergere discordie o conflitti interni alla dinastia. Esattamente come il Qatar, l’Arabia Saudita paga oggi il prezzo di un protagonismo sulla scena internazionale insostenibile per mancanza di peso specifico del paese, quando si va alla guerra i soldi da soli non bastano per imporre le proprie volontà e assicurarsi il successo e da troppo tempo i Saud giocano malamente a decidere il destino d’interi popoli senza averne titolo o forza sufficiente per perseguire i propri disegni, sempre uguali a se stessi, per rincorrere i quali negli ultimi anni si sono allontanati pericolosamente da Washington. Una decisione che ha spesso portato male anche a governi molto più presentabili del regime dei Saud.

Pubblicato in Giornalettismo