Guai africani per François Hollande

Posted on 4 febbraio 2014

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La Repubblica Centrafricana non è il Mali e l’intervento francese non è riuscito ad evitare che il paese scivolasse nel caos, la situazione umanitaria si fa sempre peggiore e tra francesi africani e la comunità internazionale in senso allargato non si trova il bandolo della matassa.

Il governo del dittatore Bozizé era ormai moribondo quando gli uomini dell’alleanza Seleka sono giunti nella capitale spingendolo alla fuga. Seleka (Unità) non è altro che una sigla per identificare un insieme eterogeno di bande e d’istanze politiche mala,mente assortite ed originarie della parte Nord-orientale del paese. Regione devastata negli anni scorsi dalla dittatura, poi gli uomini che con le famiglie erano stati costretti a fuggire oltreconfine si sono organizzati e lentamente hanno ripreso possesso della regione, anche grazie al disfacimento del regime fino al momento della riscossa.
Giunte nella capitale senza incontrare quasi resistenza sono state rappresentate per un po’ da Michel Djotodia, politico di lungo corso, ma in effetti privo di qualsiasi presa sulle bande che componevano l’alleanza, già segnalatesi per lo stile rapace e violento. La circostanza ha fatto sì che queste bande continuassero a soggiornare nei pressi della capitale e a spadroneggiare ove si trovavano dandosi al furto e al saccheggio, fino a determinare una reazione di segno opposto, ma se possibile ancora più problematica.

I Seleka infatti sono musulmani, come tutti gli abitanti delle regioni dalle quali provengono, ma non hanno nulla degli estremisti islamici e sono interessati zero a discorsi mistico-religiosi o a cose come imporre la legge islamica, ma la differenza religiosa con le popolazione dell’Ovest è stata la leve usata per scatenare la reazione dei saccheggiati e scatenare la caccia al musulmano. Circostanza notevole, perché la storia del paese è del tutto priva di precedenti del tipo e perché appunto la questione dei Seleka aveva ben poco a che fare con la religione, così come i musulmani centrafricani in linea di massima hanno ben poco a che fare con molti dei banditi che spadroneggiavano già da tempo nelle regioni sottratte al controllo del regime.

L’insorgenza cristiana delle milizie denominata «anti-balaka» è stata probabilmente sottovalutata dai francesi e alimentata da personaggi vicini al vecchio regime, ma comunque inizialmente non è stata accolta da Parigi come un problema, l’ingovernabilità dei Seleka ha portato presto alle dimissioni di Djotodia e all’elezione di un governo di transizione sicuramente più gradito ad Hollande.

Il problema è che ora l’operazione Sangaris così com’era stata concepita, con le truppe francesi a rastrellare e pulire il paese e quelle dei contingenti africani e controllare le zone bonificate come in Mali, è stata presa in contropiede della sollevazione «cristiana» che ha spazzato via l’idea che il problema fossero solo i Seleka ed è sfuggita al controllo dei francesi e degli altri contingenti occupati a inseguire i Seleka, che hanno capito l’antifona e risultano in rapida ritirata verso le zone d’origine. Una ritirata nel corso della quale non hanno mancato di far visita ai villaggi sulla strada, che per timore si sono spopolati completamente al loro arrivo andando a ingrossare le fila dei rifugiati, che tra fuori e dentro il paese sono ormai un milione su appena quattro milioni d’abitanti.

CENTRAFRICA-UNREST

La presenza di contingenti militari eterogenei, per quanto arruolati da Parigi tra i paesi dell’Africa francofona non aiuta e presto si sono verificati incidenti che hanno visto anche i soldati francesi uccidere alcuni innocenti scambiati per i cattivi. Un problema a parte è che una cosa è affrontare una banda armata, un’altra è mantenere l’ordine in una cittadina quando scatta il pogrom verso la minoranza musulmana e così si sono visti linciaggi, saccheggi e incendi delle moschee, tutte cose che non fanno bene e che segnalano l’insorgere di un conflitto nuovo, giocato sulla linea della religione anche in un paese che non ne aveva mai avuto esperienza prima.

Al di là delle atroci violenze e della severa situazione umanitaria c’è infatti da chiedersi cose succederebbe se il paese, vasto e difficilmente controllabile capillarmente, dovesse sperimentare l’insorgere di una Seleka islamizzata e alimentata dal risentimento della popolazione musulmana per le angherie e i massacri degli ultimi mesi. Un’eventualità che i francesi, gli operatori umanitari e le organizzazioni africane temono, che per ora non appare all’orizzonte, ma che potrebbe minare a lungo il futuro di un paese che per ora non riesce a immaginarsene e a darsene uno, dipendente com’è dai voleri di Parigi e del tutto privo di un governo che assomigli a qualcosa di più di un segnaposto in attesa di elezioni che non si sa quando si potranno tenere e se mai segneranno per la prima volta qualcosa di diverso della ratifica della scelta del prossimo uomo forte da parte di Parigi, che a Bozizé e ai dittatori che lo hanno preceduto non ha mai fatto la guerra, anche perché ha sempre contribuito in maniera decisiva alla loro ascesa e permanenza al potere.

La ritirata dei Seleka è ancora una minaccia per le città che incontreranno nella loro fuga verso la frontiera con il Ciad, dove possono trovare rifugio nei campi profughi dai quali hanno preso le mosse queste bande e la sommosse cristiana non è ancora sedata, un quadro che al momento rende difficile i soccorsi umanitari ai tanti sfollati, ma anche ipotizzare un ritorno a una normalità che si fa sempre più lontana. Sfide impossibili per un governo dipendente in tutto e per tutto da piani tracciati altrove, sfide che possono essere affrontate solo da Parigi, che probabilmente sarà costretta ad ampliare i confini temporali e qualitativi dell’intervento ben oltre le previsioni originali.

Pubblicato in Giornalettismo