Al via l’export di gas dagli Stati Uniti

Posted on 1 aprile 2013

5



Il primo grosso contratto concluso con l’estero da una società americana è con la Gran Bretagna, dove il fracking non lo vogliono.

Tutte le previsioni dicono che grazie alla diffusione del fracking, la tecnica che permette di recuperare dalle rocce di scisto il gas naturale e il petrolio, gli Stati uniti saranno nel giro di pochi anni i primi produttori di gas al mondo e dopo pochi anni anche i primi produttori di petrolio. L’estrazione del gas in particolare (shale gas) è ormai in pieno boom, al punto di aver fatto precipitare i prezzi sul mercato interno e di aver già innescato un processo per il quale molte aziende stanno riportando le produzioni negli Stati Uniti perché grazie all’abbondanza di gas i prezzi dell’energia precipitano rendendo vantaggioso spostare negli Stati Uniti le produzioni ad alta intensità energetica, uno stravolgimento che avrà un sicuro impatto anche nella competizione tra l’economia americana e quella di Pechino, che ora spinge per colmare il ritardo con gli americani per sfruttare le sue riserve scistose, che secondo gli esperti sono addirittura la maggiori tra quelle note al modo, più di quelle di Canada e Stati Uniti insieme, anche se ci sono comunque esperti che sostengono che l’incredibile abbondanza potrebbe rivelarsi sensibilmente sovrastimata alla prova del tempo, com’è già successo per le stime di alcune delle nuove riserve che alla prova dei fatti si sono rivelate molto più avare di quanto previsto.

Purtroppo è accertato che l’impatto ambientale della nuova tecnica d’estrazione è molto più elevato di quello delle trivellazioni tradizionali, al punto che l’enorme uso di acque chiare e il rischio d’inquinare le falde o di provocare esalazioni di metano dal terreno in vaste regioni e il parallelo consumo di territorio, la pratica ha finito per spaventare le popolazioni di mezzo mondo, soprattutto quelle europee, che per ora sembrano essere riuscite a limitare al massimo la pratica nel continente.

La particolare situazione di avanguardia degli Stati Uniti, dove è stata sviluppata la nuova tecnica e dove piantare una trivella e cominciare ad operare è cosa estremamente veloce, fa si che ci siano già migliaia di pozzi esauriti, perché la pratica impone il consumo di moltissimo territorio, visto che dalla verticale della trivella non si può procedere all’infinito in orizzontale. Migliaia di trivellazioni che si moltiplicano a un ritmo elevatissimo nonostante monti la resistenza delle popolazioni coinvolte, che oggi vedono diventare realtà i peggiori timori espressi dagli ambientalisti e dagli scienziati, perché la nuova corsa all’oro è quello che ci vuole per rilanciare l’economia degli Stati Uniti distrutti dall’implosione di Wall Street e perché anche il prezzo della benzina ha finalmente cominciato a scendere.

Così questa settimana è arrivata la notizia del primo grosso contratto per l’export, concluso tra la multinazionale britannica Centrica, che distribuisce gas ed energia in Gran Bretagna e negli Stati Uniti e Cheniere, tra le prime società americane ad ottenere la licenza per l’export. A partire dal 2018 da Londra pagheranno 10 miliardi di sterline in 20 anni e riceveranno in cambio gas sufficiente a riscaldare un milione e ottocentomila abitazioni. Il gas arriverà sotto forma di gas liquefatto (LGN) via mare e aiuterà la Gran Bretagna a diversificare le sue fonti, che proprio negli ultimi tempi si sono rivelate poco affidabili. I giacimenti nel Mare del Nord cominciano a dare segni di stanchezza e anche l’import ha faticato a tenere il passo dell’aumento della richiesta determinato dall’inverno particolarmente freddo.

L’afflusso di gas dagli Stati Uniti dovrebbe al contempo abbassare la bolletta energetica dei britannici ed aumentare la loro indipendenza energetica, mentre agli americani offre l’opportunità di cominciare a portare il loro prodotto su mercati che oggi pagano 10 dollari in Europa e 12 in Giappone quella stessa unità di prodotto che negli Stati Uniti si vende a 2 (due). Il tempo da qui al 2018 dovrebbe essere utilmente speso per la costruzione delle infrastrutture necessarie, perché il gas che dalla Russia arriva fino a Londra viaggia nei gasdotti, mentre quello americano ha bisogno d’impianti per essere liquefatto e poi rigassificato e del naviglio dedicato in numero sufficiente. Tutte cose che saranno costruite il prima possibile perché prima Washington aprirà la strada all’export, prima l’industria estrattiva potrà massimizzare i profitti, anche se questo provocherà la rottura dell’attuale “isolamento” degli Stati Uniti e il progressivo livellamento dei prezzi sul mercato interno con quelli internazionali, erodendo così quel delta nei costi energetici che ora è tornato ad attirare investimenti e produzioni negli Stati Uniti.

137282727_10

Secondo le associazioni ambientaliste l’accordo sottolinea la follia del modello energetico britannico, che rende il paese dipendente dall’importazione di combustibili fossili dall’estero. Un problema più globale che britannico, perché questa improvvisa abbondanza di energia a basso costo, per quel che durerà sarà un ingombrante ostacolo alla necessaria rivoluzione energetica e rischierà di peggiorare pesantemente le previsioni relative al global warming, anche perché nelle prospettive attuali la maggiore disponibilità di energia si tradurrà in un parallelo aumento dello sfruttamento e inquinamento di altre risorse naturali. Non succederà quindi che il gas sostituisca il terribile carbone, ma semmai che si finirà per bruciare l’uno e l’altro e anche il petrolio per quanto ne arrivi sui mercati.

Quello che cambierà davvero sarà un mondo nel quale gli Stati Uniti avranno raggiunto l’indipendenza energetica, pur percorrendo l’antico modello energivoro e accollandosi costi ambientali ancora tutti da valutare, ma che potrebbero inclinare al catastrofico, tanto più che la nuova prospettiva si concretizzerà sicuramente in un freno potente allo sviluppo dello sfruttamento delle energie rinnovabili. Ma sono considerazioni che potranno essere affrontate globalmente solo tra qualche anno, adesso la nuova corsa all’oro è appena esplosa e ancora sfugge alla percezione dei media come delle opinioni pubbliche. Per questo è difficile immaginare che negli Stati Uniti si possa affermare nel breve e medio periodo una resistenza significativa a una convergenza d’interessi economici e politici tanto consistenti e non resta che attendere e osservare come a Washington si giocheranno la carta del fracking.

Pubblicato in Giornalettismo

Messo il tag: