Il nuovo leader della Repubblica Centrafricana

Posted on 2 aprile 2013

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Il nuovo leader del paese ha fatto un discorso prudente e aperto al resto del mondo, al quale per ora ha risposto il silenzio.

Michel Djotodia non è un improvvisato, poliglotta, ha studiato in quella che ai tempi era l’Unione Sovietica e mastica politica e ribellioni da tutta la vita. È anche o sarebbe il primo presidente musulmano del paese, anche se nella sua agenda non c’è proprio il progetto d’islamizzare il paese e Allah non entra mai nei suoi discorsi. Nel 2003 era accanto a Bozizé, generale di lungo corso che ha spodestato Patassé, anche lui tiranno di lungo corso, con l’aiuto della Francia e del dittatore del Ciad Deby. Nel 2006 Djotodia fonda poi l’Unione delle Forze Democratiche per l’Unità e contesta a Bozizé l’inosservanza degli accordi per i quali i suoi uomini avrebbero dovuto essere integrati nell’apparato statale.

La risposta di Bozizé è brutale  e porta alla pulizia etnica delle regioni settentrionali, costringendo la popolazione alla fuga proprio in Ciad, dove Deby a sua volta viene salvato dai francesi quando ormai i ribelli sparano sul palazzo presidenziale. Dopo due anni di carcere Djotodia nel 2008 accetta di prendere parte ai colloqui di pace ed è liberato, ma con Bozizé non si arriva da nessuna parte. Servirà un’altra offensiva militare fino alle porte della capitale per costringerlo a firmare un accordo di transizione nel gennaio 2013, l’accordo di Libreville, da nome della capitale del Gabon che ha ospitato le delegazioni per la sigla. Accordo che secondo le accuse dell’alleanza Seleka (unità) guidata da Djotodia non rispetterà, costringendo i ribelli a cacciarlo (forse) una volta per tutte.

Djotodia si è autoproclamato presidente e poi ha comunicato che assumerà la carica di ministro della difesa in un governo guidato da Nicolas Tiangaye attuale primo ministro del governo uscito dagli accordi di gennaio e ha annunciato che, coerentemente con quegli accordi, assumendo ora la carica di presidente non si presenterà alle prossime elezioni, fissate per il 2016. Ha inoltre spiegato che a breve tutti i guerriglieri calati sulla capitale saranno riportati all’ordine e che quelli che si sono resi responsabili di saccheggi saranno puniti. “Lancio un appello patriottico e fraterno a rientrare ai nostri compatrioti, che hanno seguito il cammino dell’esilio. Non ci sarà alcuna caccia alle streghe perché dobbiamo promuovere la tolleranza, il dialogo e il perdono”.

La sua ascesa al potere sembra poter contare sul consenso dell’esercito, che non ha minimamente contrastato il golpe del 24 scorso e anche di una discreta parte della popolazione, comprensibilmente visto che durante il decennio dominato da Bozizé il paese è arretrato invece di avanzare. L’idea non è però piaciuta a una coalizione di otto partiti d’opposizione (al suo progetto), tra i quali quello del primo ministro, che hanno fatto sapere che 3 anni transizione sembrano loro troppi e che 18 mesi è il periodo giusto. Secondo il loro portavoce, Edouard Koyambounou, sarebbe anzi il caso di rivedere gli accordi di Libreville ora che Bozizé è sparito e la situazione è cambiata.

Djotodia però sa bene che la partita ora si gioca anche al di fuori del suo paese e, dopo aver rassicurato gli stranieri messi in fuga dai saccheggi, si è rivolto alla Francia, auspicanto che Parigi possa assistere il paese nell’addestramento e nella ricostruzione delle forze armate, ormai allo sbando come il resto del paese, ma fondamentali per poter pensare a un ritorno della sicurezza e alla repressione delle molte bande armate che s’aggirano per il vasto paese   impunite. Tanto che cinque ministri del suo governo sono già stati bloccati dagli uomini del colonnello ribelle Djouma Narkoyo, che dal governo vuole risposte in merito all’improvviso cambiamento di quelli che erano i piani, che secondo molto non prevedevano esattamente l’ascesa al potere di Djotodia per auto-proclamazione. Dinamiche che se non saranno disinnescate in fretta spingeranno il paese ancora di più nel caos e significheranno la fine dei programmi del neo-presidente, che non sembra disporre ai suoi ordini di una supremazia militare tale da permettergli di procedere fidando su quella.

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L’accenno alla Francia è di particolare importanza, perché i francesi durante il golpe si sono defilati, limitandosi a impadronirsi dell’aeroporto poi usato per evacuare gli stranieri e far affluire nuove truppe a anche il Quay d’Orsay è parso stranamente silente, limitandosi alla condanna di rito del golpe, subito imitato dall’Unione Africana, che si riunirà nei prossimi giorni in Ciad per decidere sulle novità e che intanto ha già elevato sanzioni a Djotodia e a sei dei suoi ufficiali.

Il nuovo uomo forte di Bangui invece non ha speso una parola per i sudafricani uccisi dai ribelli durante il golpe, invero non troppo cruento, e che in teoria facevano parte di un contingente panafricano che doveva sorvegliare l’applicazione degli accordi. Il contingente in realtà rappresenta ambizioni più alte del presidente sudafricano Zuma, che si era posto come garante della stabilità del paese propugnando una “soluzione africana” che suona tanto come un ripudio della presenza coloniale francese e come petizione del diritto della potenza regionale sudafricana a una sfera d’influenza libera da truppe extra-africane.

Velleità per ora umiliate e non dispiacerà a Parigi, che non è detto sia poi così aliena al cambio di regime e che per ora sembra intenzionata a rimanere alla finestra e a vedere cosa faranno il nuovo presidente e il resto dei centrafricani senza dir niente. Si capirà con il tempo se l’UA abbraccerà la sicura voglia di riscatto di Zuma e come si porranno altri leader dei paesi vicini, su tutti il ciadiano Deby che con la Francia è di nuovo in luna di miele, ma che in casa cova rivendicazioni del tutto simili a quelle dei ribelli Seleka. E si vedrà come reagirà Parigi, che potrebbe anche decidere d’intervenire militarmente, ma che per ora sembra molto lontana dal voler contrastare con severità il nuovo potere, che potrebbe persino aver appoggiato in segreto con l’ovvio intento di mettere un freno alle interferenze dei sudafricani nel suo cortile di casa africano. Proprio nei giorni precedenti il golpe Zuma aveva annunciato l’invio di altri soldati senza nascondere che la loro presenza volesse costituire un’alternativa a quella francese.

Le relazioni tra Parigi e Bangui sono sempre state strettissime e i leader francesi hanno tollerato follie come quelle di Bokassa e dittatori come Patassé e Bozizé, che a loro volta erano tutti estremamente empatici verso i politici francesi e straordinariamente sensibili alle esigenze strategiche francesi nella regione, così anche di recente la francia non aveva trovato nulla di scandaloso nella presa del potere da parte di Bozizé, generale che aveva comandato l’esercito agli ordini dei due dittatori precedenti macchiandosi del peggio. in questo Djotodia non sembra fare differenza e sembra perfettamente in grado di corrispondere alle aspettative degli altri principali partner internazionali, la conferma di Tiangaye ad esempio sembra rispondere all’unica dichiarazione del Dipartimento di Stato americano, che ha detto di riconoscere come legittimo solo il governo da questi presieduto in osservanza degli accordi di Libreville.

L’unica frase fuori posto finora pronunciata dal neo-presidente è stata quella, decisamente rivolta a cogliere la benevolenza dei suoi compatrioti, con la quale ha annunciato la revisione delle licenze minerarie. L’export di diamanti industriali conta per più del 50% del PIL, e buona parte del resto è rappresentata dall’esportazione di legname, due attività che però non producono il reddito che dovrebbero per lo stato e che sono minate dall’insicurezza e dall’instabilità del paese. Non è detto quindi che Djotodia rischi la morte, come i tanti leader africani che hanno avuto l’idea prima di lui, l’aumento reale o simbolico dei costi delle licenze potrebbe essere compensato da altri vantaggi per le società minerarie, che comunque fino ad oggi hanno tratto grossi guadagni dalle dittature che si sono avvicendate nel paese. Solo il tempo scioglierà le incognite che ancora gravano sul golpe, di sicuro Djotodia è personaggio ambizioso e preparato, ma bisogna vedere se sarà capace di disciplinare le tante bande armate che s’aggirano per il paese e ottenere un minimo di consenso da parte dell’opposizione. Altra partita è poi quella che si giocherà al di fuori dei confini del paese, perché è chiaro che ancora oggi nessuno può pensare di restare al potere a Bangui senza il consenso di Parigi.

Pubblicato in Giornalettismo