Dall’Italia al Bahrein le bombe per distruggere lo Yemen

Posted on 25 giugno 2015

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Il regime del Bahrein è una spietata monarchia feudale che da anni reprime nel sangue la maggioranza della popolazione, che chiede solo maggiori diritti e più libertà. Oggi bombarda lo Yemen, insieme ai sauditi, per imporre al paese un governo gradito a Riyad. Un’inchiesta denuncia come a rifornire di bombe questo regime sia una fabbrica italiana, succursale di un colosso industriale tedesco.

 

REPORTED.LY_

Ieri reported.ly ha pubblicato una documentata inchiesta che dimostra come dall’Italia sia stata inviata in Bahrein una fornitura di componenti per fare bombe per aerei e come queste bombe siano poi state sganciate dagli aerei del regime sullo Yemen, che da circa due mesi è sotto le bombe di una coalizione di stati del Golfo guidata dall’Arabia Saudita, che bombarda senza soste il paese per imporgli un governo fantoccio, che non governa, ma resta in dorato esilio proprio in Arabia Saudita in attesa che i bombardamenti convincano gli yemeniti a piegarsi. Bombardamenti non avallati dall’ONU, che anzi li ha condannati, e sostenuti con poca evidenza dagli Stati Uniti, che invece continuano per conto loro a bombardare solo i qaedisti in Yemen. Gli Stati Uniti peraltro hanno in essere un embargo della vendita di armi proprio al regime del Bahrein, unico regime del Golfo in rotta con gli americani a causa della sanguinosa repressione interna scatenata dal 2011 in poi.

A produrre parti per le bombe MK82 e MK84 (in copertina) spedite dal 2012 al 2014 , è una succursale della tedesca Rheinmetall, la RWM Italia S.p.a. con sede a Ghedi, in provincia di Brescia, e produzione a Domusnovas, nella provincia di Carbonia-Iglesias. Da qui, via Genova, le parti per costruire le bombe hanno viaggiato fino al Bahrein, dove la Burkan Munitions Systems le assembla. La Burkan Munitions System altro non è che una succursale della Rheinmetal, che nel 2012 l’ha venduta a investitori locali, l’azienda resta così dipendente dalle forniture dell’ex casa-madre, ma ora è formalmente un’azienda diversa con sede in un paese diverso. Paese che è buon cliente dell’azienda tedesca, anche per altre discutibili forniture, come quella di gas lacrimogeni usati per reprimere l’opposizione, già denunciata in passato, questa volta attraverso una sussidiaria sudafricana.

Anche l’Arabia Saudita nel tempo ha cercato di dotarsi di officine d’assemblaggio locali per gli armamenti, i singoli componenti infatti passano le frontiere come «ricambi» o comunque sfuggendo allo stretto regime di controllo che toccherebbe ai prodotti finiti e poi sono assemblati sul posto da industrie locali che sfuggono a qualsiasi controllo internazionale. Che le bombe poi siano sganciate sullo Yemen non è in dubbio, saranno usate anche in altri teatri quali l’Iraq o la Libia, ma Human Rights Watch ha raccolto prove fotografiche che mostrano i resti di MK83 piovute sullo Yemen con tanto di etichette di RWM Italia. Le spedizioni sono state numerose, Reported.ly ha documentato che sono valse almeno 100 milioni di euro secondo le licenze concesse per l’export e un contratto da 63 milioni di euro per la fornitura di 3.650 bombe., l’ultima spedizione è documentata nel dettaglio e ha per protagonista la portacontainer Jolly Cobalto, partita da Genova il 12 marzo e arrivata a Dubai il 5 giugno scorso con sei container di componenti per le MK82 e 84.

L’inchiesta di Reported.ly va oltre e dimostra come questo business, eticamente molto discutibile, benefici un gran numero di soggetti in Occidente, dalle grandi industrie fino al semplice contribuente, che spesso non ha idea dell’esistenza di traffici del genere. Come non sembrano averla alcuni investitori e partner a vario titolo dell’impresa, che interpellati da Reported.ly hanno scelto il silenzio o di mostrarsi stupiti. Resta da capire quanto queste spedizioni rispettino i limiti di legge in materia e se il governo, che ha concesso le licenze, sia avvertito e in grado d’assumersi pubblicamente la responsabilità politica della complicità nei bombardamenti in Yemen e nella repressione del dissenso con uno dei peggiori regimi del Golfo.

Pubblicato in Giornalettismo

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