I paesi del Golfo sono i veri sponsor della guerra permanente

Posted on 28 febbraio 2015

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I Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo spendono in armi una percentuale del prodotto interno lordo molto superiore a quella dei top spender del resto del mondo, ma non basta, perché sponsorizzano anche la spesa militare di altri paesi in Africa e Asia, passando per il Medio Oriente in fiamme.

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Gli Stati Uniti e la Russia spendono circa il 4% del PIL in armamenti, la Cina e i paesi europei più pugnaci circa il 2%, i paesi aderenti al Consiglio di Cooperazione del Golfo superano tutti il 4% con Arabia Saudita e Oman che sono oltre il 9% da anni mentre in media nel mondo si spende il 2,3% del PIL globale in armi ed eserciti. L’Arabia Saudita è inoltre quarta in termini di spesa assoluta, di poco a ridosso della Russia, ma se si dovesse calcolare la spesa dei paesi GCC (Gulf Cooperation Council,in copertina i relativi ministri del petrolio) – formato da Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar – ecco che l’alleanza si piazzerebbe immediatamente alle spalle degli Stati Uniti, che viaggiano decisamente su una scala diversa da qualsiasi concorrente, visto che da soli e da sempre coprono più del 40% delle spese militari mondiali. Secondo la rivista specializzata Jane’s i paesi del MENA (Middle East and North Africa) spenderanno nel 2015 ben 132 miliardi di dollari in armi, con i paesi del Golfo a fare la parte del leone, su tutti, appunto, l’Arabia Saudita. Un tendenza che dura dall’inizio del nuovo secolo, la War on Terror è costata un patrimonio alle monarchie del Golfo, che comunque sembrano averci preso gusto e continuano a pagare per assicurarsi la protezione delle armi occidentali e non solo di quelle, visto che che le forniture e le basi euroamericane portano a casa anche una straordinaria compiacenza verso regimi unici al mondo e obiettivamente impresentabili, non solo perché la condizione della donna in Arabia Saudita è la stessa delle omologhe afgane sotto il tallone talebano, ma perché persino la teocrazia talebana era più pluralista del feudalesimo arabico.

Si tratta di cifre che non possono essere precise visto che ben pochi di questi paesi, monarchie assolute per le quali la trasparenza dei bilanci è un’inutile seccatura, pubblicizzano le loro spese al di là degli accordi internazionali impossibili da nascondere. La costruzione segreta di una fabbrica per la produzione di artiglierie e missili da parte dell’industria statale della difesa svedese in Arabia Saudita, illustra perfettamente la questione e anche come i paesi del Golfo siano ottimi clienti di paesi che hanno leggi e hanno firmato trattati internazionali che impedirebbero loro di armare paesi quali le tirannie mediorientali, che di sicuro non rispettano i diritti umani e che non offrono tracce di democrazia, libertà di stampa, di parola e d’associazione e spesso nemmeno quella di culto.

Le truppe saudite entrano in Bahrain a   difesa della monarchia

Le truppe saudite entrano in Bahrain a difesa della monarchia

Ogni anno a quest’epoca negli Emirati Arabi Uniti si tiene l’IDEX, una fiera degli armamenti che sfoggia più espositori che quelle negli Stati Uniti e in Gran Bretagna e che ha visto l’Italia portarne 32 (quarto paese europeo, settimo al mondo), perché la torta è grossa e nessuno, dalla Svezia, alla Germania e alla Francia, si tira indietro o fa caso alle limitazioni sopracitate. In passato l’Italia ha mandato nel Golfo anche la portaerei Cavour, allestita come un «Le Bourget in movimento», parola del sito internet della Marina italiana, paragonandola alla nota esposizione della difesa che si tiene ogni due anni a Parigi. Una missione commerciale con tanto di macchine di lusso in esposizione, spacciata anche per missione umanitaria grazie alla sosta in qualche porto africano e la fornitura di vaccini ai bimbi dei gentili ospiti, non abbastanza ricchi da farsi clienti.

Ipocrisie necessarie a tenere insieme politiche che contraddicono platealmente lo sbandieramento di valori universali e i rapporti più che stretti con regimi impresentabili in nome di un più prosaico commercio miliardario con i referenti coloniali di sempre. Scambio economico che lenisce le ansie di dinastie straricche riempiendo i loro magazzini di armi che nemmeno possono usare e così corregge la bilancia degli scambi con paesi che vivono esportando petrolio come se non ci fosse un domani o quasi.

L’Arabia Saudita non ha neppure il personale per impiegare gli arsenali che ha acquisito e così gli Emirati o il Qatar, che spesso devono ricorrere a personale mercenario e immigrato, come peraltro accade per buona parte del loro mercato del lavoro civile. La scelta di non creare caste militari è perfettamente conseguente allo status di monarchie assolute, ma i sovrani del Golfo non disdegnano di sponsorizzare la creazione e il mantenimento di caste militari altrove: i casi dell’Egitto e del Pakistan, per decenni sostenuti economicamente dai Saud, che hanno anche pagato il programma nucleare pachistano, dimostrano che nel Golfo preferiscono che i grandi paesi musulmani siano controllati da militari fidati e lautamente pagati, piuttosto che lasciati a pericolosi tentativi di autodeterminazione. Ma i soldi non sono tutto e così le imprese sponsorizzata da qatarini e sauditi sono spesse sfuggite di mano ai monarchi del Golfo, dando vita e forza all’ISIS come a molti altri estremismi violenti e per giunta, appunto, armati. Ai gentili fornitori di Londra, Washington e Parigi, i paesi del Golfo hanno anche offerto una corona di basi militari sulla sponda occidentale del Golfo Persico, incapaci di difendersi nonostante le imponenti spese militari. Pagano anche così la «protezione» occidentale da una minaccia, quella iraniana, che non si è mai manifestata come tale, ma che tra i monarchi della Penisola Arabica è tale prima di tutto perché propaganda la forma di stato repubblicana e promuove una pessima idea delle monarchie assolute. Non per niente l’unico intervento in solidarietà tra i paesi GCC si è risolto nel dare una mano a reprimere nel sangue le pacifiche proteste degli abitanti del piccolo Bahrein.

Un Rafale in volo

Un Rafale in volo

Esemplare in questo senso è la recente commessa siglata tra la Francia e il regime del generale al Sisi: non è un caso che il golpe in Egitto sia stato tradotto dal governo francese come «evoluzioni» dalla situazione politica, seguite da una «transizione verso la  democrazia» e la vittoria di un democratico Sisi, eletto con il 97% dei voti di pochissimi votanti in elezioni boicottate da tutti i concorrenti e dopo aver preso il potere con un sanguinoso golpe militare, mettendo in galera l’ex maggioranza parlamentare. Il premio per tante acrobazie vale 5,3 miliardi di euro e Sisi è il primo ai quali i francesi riescono a rifilare 24 aerei Dassault, oltre a due fregate Gowind, una Fremm e un lotto di missili antiarei.

Una commessa accordata su richiesta militari già ai tempi del governo Morsi e ora andata in porto grazie anche al sicuro supporto saudita, anche se tutto l’affare pare sia stato garantito da banche e aziende francesi, che quindi si sono intestate i rischi dell’affare. Per i Dassault Rafale (aereo caccia multiuso) i francesi si sono comunque già svenati a ripetizione, dovesse andar male non sarà una novità. A favore dei transalpini c’è da segnalare però anche la recente commessa ottenuta in Libano e interamente sponsorizzata dai Saud, che hanno sganciato 3 miliardi di euro sull’unghia per dotare l’esercito di Beirut della possibilità di sigillare la frontiera con la Siria per impedire agli uomini di Hezbollah d’andare ad aiutare Assad in Siria.

La storia insegna che si tratti di una pia pretesa sperare che l’esercito libanese sottometta Hezbollah e persino che abbia voglia d’assumersi questo compito. Eppure l’investimento saudita in Libano, che tradizionalmente è armato da Washington, segnala un altro importante capitolo della spesa militare dei paesi del Golfo, che negli ultimi anni hanno investito pesantemente nella guerra ad Assad e anche nel cercare di temperare l’esplosione delle primavere arabe, pagando e fornendo armi in numerosi paesi e a diversi gruppi dalla dubbia legittimità e sostenendo le forze restauratrici, come nel caso dell’Egitto. L’evidente frattura emersa tra Qatar e Arabia Saudita ci dice che i paesi del Golfo hanno finanziato una pletora di movimenti e gruppi armati in diversi paesi, se non tutti quelli d’ispirazione sunnita visti in azione nei paesi arabi e in Asia, contribuendo alla destabilizzazione d’Iraq, Afghanistan, Somalia, Pakistan e Yemen su tutti.

Un’attività che è diventata ancora più evidente dopo l’11 settembre e che ultimamente si è fatta sempre più robusta, invadente e pericolosa, tanto più che la sua reale estensione non è determinata solo dai portafogli degli stati, ma anche da quelli spesso robustissimi di qualche ONG o ente culturale, caritatevole o religioso o ancora di qualche principe dissidente. Un flusso di denaro opaco e impossibile da tracciare che va ad alimentare estremisti armati dall’Asia fino all’Africa Occidentale, teatri nei quali l’arma d’elezione è ancora il fucile Kalashnikov. Roba che viene via per poco e che da sempre opprime e ammazza più degli aerei e dei carri armati, e che ora in molti paesi si trova spesso più facilmente del pane, grazie anche ai generosi sponsor del Golfo.

Pubblicato in Giornalettismo

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