Contro il riscaldamento globale con il passo del gambero

Posted on 24 novembre 2013

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Le ultime conferenze globali sul clima si sono concluse con un nulla di fatto e gli exploit di qualche paese relativamente virtuoso non compensano una tendenza che invece di segnare una riduzione delle emissioni, le vede aumentare.

La questione posta dal riscaldamento globale è tremendamente semplice e dipende dalla quantità d’inquinanti con la quale stiamo progressivamente saturando l’atmosfera terrestre, che oltre a sporcarsi e a produrre così il temibile effetto serra che riscalda il pianeta, diventa progressivamente più povera d’ossigeno e ricca invece di sostanze che poi inquinano i suoli e gli oceani, nei quali lievi variazioni dell’acidità possono provocare disastri ecologici non meno severi delle variazioni di temperatura. Questo inquinamento dell’atmosfera lo produciamo fondamentalmente bruciando combustibili fossili e quindi smettere questa pratica sembra l’unica misura sensata per contrastare il fenomeno e tornare anche a respirare aria più pulita Questo perché l’atmosfera si ripulirebbe anche se smettissimo di disperdervi più inquinanti più in fretta di quanto impieghino a tornare a terra e quindi a pioverci addosso. Con gli effetti del riscaldamento globale stiamo già facendo i conti e sono conti pesanti che si pagano in vite umane e in cifre colossali, perché trattandosi di un fenomeno globale con conseguenze globali, finisce per toccare e influire anche fisicamente la vita di milioni di persone alla volta nelle sue differenti manifestazioni, siano lente come l’innalzamento delle acque che violente e improvvise come i fenomeni meteo estremi.

Se fino a qualche anno fa si è assistito a un certo scatto in avanti sulla via delle energie rinnovabili oggi tocca invece prendere atto che il picco del petrolio è stato rimandato, che si brucia carbone come non mai nonostante sia in assoluto la fonte energetica più inquinante Tutta la capacità di generazione da energie rinnovabili che è stata messa finora in campo è andata ad aggiungersi a uno sfruttamento delle fonti fossili che non è calato, ma è aumentato comunque grazie al fatto che l’aumento dei prezzi dell’energia, sotto la spinta di una domanda globale in grande crescita, ha reso convenienti costose estrazioni come quelle praticati con il fracking o con lo sfruttamento delle sabbia bituminose, due pratiche che inquinano tantissimo l’atmosfera e le acque già nella fase d’estrazione. E l’aumentare dei prezzi e della domanda ha riaperto le porte anche al carbone, il combustibile fossile più abbondante di tutti e relativamente facile da estrarre, ma la scelta peggiore nella situazione nella quale ci troviamo.

Il fallimento formale dei tentativi d’accordo su misure che possano almeno contenere il riscaldamento globale si è cristalizzato nella contrappposizione tra paesi sviluppati, responsabili della stragrande parte dell’inquinamento, e paesi in via di sviluppo, che reclamano uguale “diritto” d’inquinare e sostengono che debbano essere i paesi sviluppati a cominciare a ridurre le loro emissioni senza penalizzare lo sviluppo degliultimi arrivati che non possono pagare per chi ha già guadagnato mettendo i costi occulti a carico della comunità planetaria che nel frattempo stava a guardare. Nelle more di questo confronto ormai ventennale il pianeta ha assistito a una trasformazione che ha spostato le produzioni, a cominciare da quelle più inquinanti, nei paesi che avevano diritto ad inquinare, così che nei paesi sviluppati le politiche di riduzione delle emissioni hanno potuto scorrere sul velluto di provvedimenti lenti e progressivi, tanto le emissioni a livello nazionale erano contenute dalla delocalizzazione delle industrie inquinanti e dal calo dei consumi indotto dalla crisi e anche dalla raggiunta maturità di economie costruite sull’iperconsumo e quindi portate naturalmente a contrarsi una volta toccati i massimi.

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Così nessuno ha dovuto fare veri sacrifici e le emissioni non sono calate, ma aumentate e ora ci troviamo che l’obbiettivo ragionevole che si erano dati i primi tentativi d’accordo, quello di contenere nei 2° l’aumento della temperatura globale entro il 2100, appare già ora irraggiungibile e pare difficile fermarsi anche al doppio. A 4° di aumento della temperatura non siamo semplicemente in grado di prevedere le conseguenze dell’aumento della temperatura, che naturalmente continuando così non potrà essere che ancora maggiore. Non è che proprio non si possa prevedere quello che succederà, si sa per certo che sarebbe un disastro che influirà sulla vita di miliardi di persone, con il rischio di cancellare migliaia di citta costiere se non intere regioni, non solo le spiagge e che a quei livelli potrebbe anche innescare fenomeni naturali, come la liberazione del metano trattenuto dal permafrost, che oggi non sono ponderabili, ma che potrebbero rivelarsi pesanti come e forse di più del contributo antropico all’effetto serra e scatenare una reazione a catena dagli esiti che nessuno può prevedere.

Il nostro pianeta è molto pù anziano della vita che ospita, che si è sviluppata ed evoluta solo quando le condizioni ambientali lo hanno permesso e quella in cui viviamo immersi è una fascia di gas dalla composizione precisa che avvolge il pianeta permettendoci la sopravvivenza, tutelarne il delicato equilibrio dovrebbe essere interesse primario di tutti,. Anche perché un secolo è un tempo breve anche su scala umana, poco più dello spazio di una vita longeva e chi nasce oggi si troverà a confrontarsi con quegli scenari ora parzialmente ignoti e a maledire chi è venuto prima di lui per il regalo. Ai ventenni del 2100 basterà guardarsi indietro per chiedersi come l’umanità abbia potuto ignorare una tale evidenza e continuare a farsi del male e probabilmente chiederanno ai nostri figli come sia stato possibile fare niente per decenni.

Non sarà facile per loro dare risposte, oggi che il dibattito dovrebbe essere al suo culmine il mondo sembra distratto da altri problemi e chi campa con il commercio di combustibili fossili campa sonni tranquilli, i petrolieri hanno persino smesso di finanziare i negazionisti e sono passati a sostenere gli investimenti nella “mitigazione” delle conseguenze dell’inevitabile, tutto pur di non parlare di riduzione delle emissioni. Progetti che producono proposte velleitarie per dubbie operazioni di geoingegneria o più prosaicamente infrastrutture ed edifici più robusti o adatti al nuovo clima, barriere per proteggersi dall’innalzamento dei mari dove possibile ed economicamente sensato o trasferimenti di popolazione dove invece non si troveranno le risorse o non sarà possibile fare diversamente.

L’acquisita consapevolezza per ora ha prodotto solo slittamenti semantici anche notevoli, ma cambiamenti impalpabili. Di recente persino la Banca Mondiale ha preso atto del problema è ha attivato una divisione dedicata, mettendo alla sua testa una rispettata signora di grande esperienza, Rachel Kyte, che ha esordito dicendo che non si può risolvere la questione climatica senza risolvere quella della povertà e viceversa. Il tutto accompagnato da affermazioni formalmente perfette e adatte alla severità della minaccia che hanno lasciato trasparire la coscienza dell’impatto relativo che potrà avere la sua opera all’interno di un istituto votato alla promozione dello sviluppo economico, tanto che richiesta d’indicare quale potrebbe essere il momento scatenante di un cambiamento, Kyte ha indicato la rabbia. Rabbia che secondo lei sta covando e che è destinata a esplodere quando la popolazione si renderà conto di essere stata derubata del futuro o di quello dei propi figli.

Sviluppo che è anche l’obbiettivo principe di tutti i governi all’inseguimento della mitica crescita che cura tutti i mali e rende tutti felici, ma soprattutto garanzia di rielezioni e di consenso da parte di chi è attaccato al treno dell’economia globale e non è interessato ad altro che alla sua corsa. La voce di miliardi di cittadini, che probabilmente se interpellati non avrebbero dubbi a pronunciarsi per l’adozione di misure efficaci, non trova rappresentanza, se non il diritto di tribuna riservato a un ecologismo stanco e ormai istituzionalizzato nella sua pochezza, che non riesce a mordere e assiste impotente all’inutile rafforzarsi di una coscienza ecologica globale, probabilmente forte come mai prima d’ora, nella storia, che finisce facilmente dirottata dagli illusionismi di politici e maghi del marketing. Soggetti che fino a oggi sono riusciti a gestire la rabbia con un discreto successo, ma che in futuro potrebbero trovare qusto compito decisamente più difficile, c’è solo da sperare che accada in tempo per evitare di cuocerci al forno.

Pubblicato in Giornalettismo

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