Alberta, il paradiso perduto per il petrolio

Posted on 27 marzo 2012

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Dice Wikipedia che l’Alberta  “corre da Nord verso Sud per 1.200 km e da Est verso Ovest per 600”.

È quindi un po’ più del doppio dell’Italia e il suo territorio è : “sufficientemente umido, solcato da grandi fiumi e costellato da una miriade di piccoli laghi“.  È anche una regione ricca: “Oggi l’economia dell’Alberta è indubbiamente fra le più forti e fiorenti di tutte le province del Canada, supportata sicuramente da un’importantissima industria petrolifera, sia estrattiva che di raffinazione“.

L’edizione italiana manca d’illuminare la particolare natura della ricchezza petrolifera dell’Alberta e non va meglio con la più sontuosa pagina in inglese, che ne magnifica il boom economico e persino i successi nell’agricoltura a nell’allevamento, ma sorvola sul dettaglio qualificante: il petrolio in Alberta non si trova allo stato liquido, ma è bitume impastato con sabbia e terreno. Qui Wikipedia per anglofoni si riscatta alla grande, mentre la voce italiana dedicata alle sabbie bituminose si segnala per esilità.

Ne risulta che invece di fare un buco per terra e tirarlo fuori, bisogna cavarlo insieme alla terra e poi  da questa separarlo o viceversa. Sono due le tecniche e tutte e due molto più costose della classica trivellazione, perché anche la tecnica che fa uso di trivelle a queste aggiunge l’iniezione nel terreno di vapore e solventi ad alta pressione per produrre un liquame aspirabile. Poi c’è la tecnica a miniera aperta, elementare, che rimuove tutto, terra compresa,  e lo fa digerire da enormi macchine e raffinerie.

Se nel primo caso l’uso di gas naturale e di acque pulite per generare vapore, l’iniezione di solventi, lo scarico delle acque reflue e le emissioni inquinanti sono comunque imponenti; e non sfugga l’assurdità di usare il gas “pulito” per produrre petrolio dei più sporchi; la tecnica a miniera aperta è quanto di più devastante possa sperimentare un territorio, ancora di più se quasi vergine come quello della provincia canadese.

Per rendersene conto basta osservare la parte interessata con Google Earth o digitare “tar sands” su un motore di ricerca. Già oggi più di un terzo del territorio è interessato da queste attività estrattive, che sono diventate convenienti con l’aumentare del prezzo del petrolio, perché anche se estrarre il petrolio da queste sabbie costa dieci volte di più del solito, c’è lo stesso da guadagnarci molto, anzi, moltissimo, visto che le riserve canadesi sono stimate almeno equivalenti a quelle di tutto il resto del mondo.

 Come chiunque può stimare dal documentario del National Geographic qui sopra, dalle immagini disponibili e dai siti delle numerose associazioni e movimenti che si oppongono a queste attività e dagli stessi dati governativi, l’estrazione di quel petrolio ridurrà una vasta parte del territorio dell’Alberta a un susseguirsi di voragini nere intervallate da pozze fetide e fiumi privi della minima traccia di vita, oltre a salutare le falde sotterranee e qualunque cosa vivesse in quell’enorme territorio.

Sembrerà incredibile, ma in teoria le compagnie che oggi devastano quel territorio, hanno promesso nei loro contratti di restituirlo ai canadesi com’era prima. Probabilmente si troverà da discutere sul quando, ma per ora i soldi del petrolio hanno reso contenti tutti e accecato anche l’amore per la natura e gli spazi aperti dei canadesi, che semplicemente cercano di non pensarci.

Il prosciugarsi dei pozzi convenzionali ha scatenato la corsa a questa nuova ricchezza e anche l’Italia vi partecipa, abbiamo appena vinto un contratto per andare a giocare con le sabbie bituminose in Congo come fanno in Canada. Dove è facile immaginare la magnitudo dei danni considerando che fino ad ora la miniere hanno intaccato solo  una parte relativamente modesta del suolo della provincia, pur compromettendone molta di più.

Impiegano i camion più grandi del mondo, bestie con serbatoi da 5.000 litri, che costano tre milioni di dollari al pezzo. Alti sei metri e capaci di portare quasi 400 tonnellate a 65 all’ora. Poi ci sono le benne più grandi del mondo e gli impianti più grandi del mondo per digerire la terra mista al bitume. E scavano e trasportano e raffinano giorno e notte.

Secondo le indicazioni del governo canadese cercano pure di ridurre le emissioni degli impianti, gli sversamenti nei fiumi e l’inquinamento della falde, ma è fin troppo evidente che nessun intervento di mitigazione potrà mai aver ragione dell’inquinamento emesso dalle enormi macchine e dai giganteschi stabilimenti all’opera e che non ci rimane niente da salvare. Basta osservare le immagini per rendersi conto che prima che lì torni ad esserci una foresta estesa per centinaia di chilometri e “punteggiata da una miriade di piccoli laghi” faranno in tempo a susseguirsi parecchie generazioni. Anche perché fino ad ora è stata certificata la “riparazione” di appena un chilometro quadrato ed è inutile dire che per le compagnie minerarie la “riparazione” consiste per lo più nell’abbandonare la miniera e aspettare che la natura se la riprenda prima o poi.

Per ora i nuovi laghi sono serbatoi nei quali sono depositate le acque reflue, cariche di quanto avanza da un processo che, per ogni barile di petrolio prodotto usa da due a quattro barili di acqua pulita. Tutti dati che ne fanno in assoluto il tipo di petrolio più costoso e inquinante da estrarre, tanto che l’Unione Europa ha fatto arrabbiare i canadesi classificando e tassando il loro prodotto in modo da renderlo meno competitivo e lo ha fatto proprio prendendo in considerazione la devastazione ambientale e le emissioni nel processo di produzione.

Uno sgambetto che non aiuterà molto l’ambiente, visto che il mercato per il petrolio canadese non manca e che la produzione canadese sembra perfetta per affrancare gli Stati Uniti dalla dipendenza da aree geografiche particolarmente instabili, anche se la grande disponibilità del petrolio canadese non serve a mitigare i prezzi sui mercati internazionali, che hanno capito benissimo che se si è arrivati a spazzare la sabbia dal bitume, è perché del bel petrolio di una volta ce ne rimane sempre meno.

Pubblicato in Giornalettismo