Quando a stuprare sono i buoni

Posted on 14 aprile 2013

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Una pagina vergognosa per l’esercito congolese, ma anche un pessimo segnale per una regione da anni teatro di violenze senza paragoni.

Negli ultimi mesi la regione del Nord Kivu è stata scossa dalla ribellione del gruppo M-23, che fin dal nome si rifà agli accordi firmati il 23 maggio di qualche anno fa per il reintegro di un gruppo di veterani delle guerre che hanno flagellato il Congo e quella regione in particolare per anni. Lamentavano il mancato rispetto degli accordi, inquadrati nell’esercito erano lasciati senza stipendio, senza equipaggiamento e persino senza cibo.

Ammutinatisi, hanno presto preso il controllo di buona parte della regione e quando hanno deciso di calare su Goma, la capitale, per dimostrare di non temere le minacce d’annientamento da parte dell’esercito, non hanno trovato alcuna resistenza. Né da parte delle forze ONU della missione MONUC, la più grande missione di peacekeeping delle Nazioni Unite, né da parte dei soldati dell’esercito congolese, che si sono dati alla fuga. Poi definita ritirata. Movimenti di truppe che hanno provocato la fuga di decine di migliaia di persone in ogni direzione, ma in preferenza verso i vicini confini di Uganda e Ruanda a dimostrazione dell’intrinseca insicurezza della regione congolese, che durante la Prima guerra Mondiale africana e la successiva seconda guerra del Congo ha visto orrori inenarrabili.

Una regione che ancora oggi è teatro di una contesa che vede al centro i ricchi giacimenti minerari e tutt’attorno le dittature dei paesi confinanti, vecchie e nuove compagnie minerarie, corporation di ogni genere, mercanti d’armi e compagnie mercenarie, signori della guerra e ovviamente le grandi potenze occidentali, che dietro al paravento dell’ONU, testimone di tutte le tragedia del paese fin dall’indipendenza, tessono da sempre trame che invariabilmente si risolvono in clamorosi bagni di sangue tra i locali. Com’è tragica tradizione fin da quando i primi agenti di re Leopoldo II misero piede in zona. Una tradizione riassumibile facilmente in un olocausto schiavista che ha dimezzato la popolazione per mano belga, un’indipendenza concessa e subito soffocata nel sangue per consegnare il paese alla dittatura dell’utile Mobutu, che terminò solo dopo decenni con la morte del tiranno e lo scoppio della prima guerra congolese, al termine della quale si contarono cinque milioni di vittime, che incidentalmente non hanno avuto una frazione dell’attenzione mediatica concessa alla vicina tragedia ruandese, cose che capitano nel Cuore di Tenebra.

DRCONGO-RWANDA-UGANDA-UNREST


In attesa di un reportage a lungo annunciato sulla condizione dei minatori congolesi, è stato pubblicato un servizio di Fiona Lloyd-Davies per Bbc Night News, realizzato grazie a un finanziamento del Pulitzer Centre on Crisis Reporting, a ulterirore dimostrazione che l’interesse per la regione è inversamente proporzionale agli orrori che vi si consumano da oltre un secolo e che solo grazie a qualche raro impulso dal volontariato la tragedia riesce a raggiungere le platee occidentali. Nel servizio si ricostruisce il ripiegamento dell’esercito congolese; allo sbando in fuga da Goma; sulla città di Minova, che in quei giorni di novembre divenne teatro di violenze mai viste. Per uno dei tanti paradossi della storia, proprio una delle poche località risparmiate dalle guerre passate è stata investita dalla furia di un esercito in rotta, soldati umiliati, arrabbiati per aver lasciato le famiglie a Goma, ubriachi e in genere furiosi con il mondo, almeno così li raccontano.

Nel reportage si racconta di come furono gli ufficiali a ordinare alla truppa di stuprare 10 donne a testa e che furono proprio gli ufficiali a dare l’esempio per cominciare. Uno degli intervistati confessa di aver stuprato 53 donne, altri di averne uccise dopo lo stupro, di non aver risparmiato neppure le bambine. Non per rabbia, ma per piacere, così l’hanno raccontata altri, dimostrando senza dubbio alcuno che l’idea di essere soldati e di avere il dovere di proteggere quelle donne e quei cittadini sui quali si sono sfogati, non ce l’hanno mai avuta. Le donne stuprate furono centinaia e il saccheggio sistematico, il dottor Ghislain Kassongo dell’ospedale locale ha riferito di aver curato almeno un centinaio di donne stuprate. Quelle che si rivolgono ai medici sono una minoranza, le donne stuprate oltre all’oltraggio rimangono segnate psicologicamente e socialmente, rifiutate dai coniugi e dalle famiglie, tragicamente colpevolizzate da una cultura che ha poco rispetto per la donna, come dimostra la diffusione dello stupro come arma di guerra, inteso come offesa ai beni dei rivali, uomini, attraverso il godimento delle loro “proprietà”.

L’indignazione delle autorità è stata roboante come spesso accade, ma finora sono stati imputati solo tre soldati semplici, nessun ufficiale. Il governo congolese ha scarso controllo sull’armata, a lungo trascurata e assemblata come un patchwork di milizie arruolate spesso su base etnica. Il procuratore del Nord Kivu parla per di più di soldati “traumatizzati” dalla guerra, affermando che però non ha esitato ad agire nel cercare di punire i colpevoli. Oggi gli osservatori internazionali dicono che la punizione dei responsabili dello stupro di Minova sarà un banco di prova per il futuro della storia di un paese che passa da una prova all’altra fallendole tutte sistematicamente. La certezza del diritto in Congo non esiste e non esiste che il governo congolese possa mettere sotto processo le povere forze di cui dispone, che incidentalmente sono anche le stesse che mantengono al potere una classe politica compromessa e corrotta, che ha superato l’ultima prova elettorale a forza di brogli e che lentamente sta perdendo il controllo di un paese ancora una volta dilaniato da forze centripete, non solo nel Kivu.

Difficilmente quindi le donne di Minova avranno giustizia, difficilmente la cultura dello stupro come arma di guerra abbandonerà il teatro congolese http://www.youtube.com/user/Serviziopubblico/videos?view=0e difficilmente questo scandalo  riuscirà a muovere più dell’indignazione di una frazione dell’opinione pubblica occidentale, figurarsi poi quei governi e quelle associazioni impegnate a vendere ad epoche alterne improrogabili quanto improbabili interventi armati umanitari, come quello che doveva dare la caccia agli uomini di Joseph Kony, un dilettante al confronto di tanti rispettabili leader africani che l’Occidente continua a considerare come parte della (sua) soluzione e non come parte del problema, invariabilmente individuato in qualche sfortunato capro espiatorio.

Non che gli africani e i congolesi in particolare non lo capiscano, una grande consapevolezza in questo senso ad esempio l’ha dimostrata Bosco Ntaganda. Già leader del M23, era ricercato per dal Tribunale Penale Internazionale e accusato di crimini contro l’umanità per fatti risalenti all’ultima guerra. La sua presenza era d’imbarazzo sia per il M23, che presto lo ha “nascosto” alla visibilità pubblica dopo l’iniziale proclama di ribellione, che per il governo congolese, che aveva tradito gli impegni presi con i suoi uomini e alla fine era stato umiliato dalla ribellione. Ma era anche un imbarazzo per il padrino ruandese, beccato con le mani nel sacco ad aiutare M23 e sgridato dall’ONU come dal Dipartimento di Stato. Un imbarazzo che ha assunto la forma tangibile di qualche sforbiciata agli aiuti, dai quali il Ruanda dipende non meno di quando dipenda dal contrabbando dei minerali congolesi.

Così Ntaganda si è presentato inatteso all’ambasciata americana in Ruanda, ha suonato alla porta e ha chiesto asilo, dicendosi pronto a consegnarsi al tribunale e a farsi giudicare. Gli americani ci hanno messo qualche giorno ad organizzarsi e poi lo hanno trasferito con una robusta scorta in Europa, dove almeno ora Ntaganda può coltivare speranze di sopravvivenza molto superiori a quelle che gli erano rimaste in Kivu, dove per ora ha fatto il suo tempo. Sul campo resta il progetto di aumentare forze ed estensione del mandato ONU e di far affluire truppe panafricane a supporto di quelle delle Nazioni Unite. Ce npè bisogno, perché il Kivu non è l’unica regione dell’immenso paese che sfugge al controllo del governo e nella quale la situazione potrebbe degenerare dando vita a tragedie di portata immensa, al confronto delle quali impallidirebbe persino lo stupro di Minova.

P.s. I tentativi di strappare all’ONU notizie p reazioni in merito agli stupri a Minova, noti fin dall’immediatezza dei fatti, si sono risolti in un nulla di fatto decisamente imbarazzante.

Pubblicato in Giornalettismo

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