Il voto del 4 marzo spiegato facile

Posted on 7 marzo 2018

3



I risultati del voto del 4 marzo hanno il pregio di fare chiarezza e di sgombrare il campo da una quantità di discorsi inutili e sommamente autoreferenziali. Il voto si è semplicemente giocato sulla credibilità delle formazioni in campo e i grandi sconfitti sono quelli che alla vigilia del voto di credibilità ne avevano conservata poca o niente. Inutili o quasi i programmi, che poi in Italia hanno sempre avuto l’aspetto di promesse, appunto, poco credibili.

A goderne sono stati il Movimento 5 Stelle e la Lega, beneficiati dal loro semplice essere alternativi a partiti che ormai provocano repulsione anche in buona parte dei loro tradizionali sostenitori. La Lega ha beneficiato della mancanza di credibilità di Berlusconi, che alle già note disgrazie ha aggiunto un’evidente senescenza e si è presentato in pubblico in condizioni imbarazzanti, ma anche della mancanza di credibilità delle formazioni della destra più estrema che sono rimaste ai minimi, come peraltro la banda degli ex AN-MSI riuniti attorno a Meloni e Crosetto. Rivelatore è il risultato al Sud, dove senza l’apporto della Lega, ancora non spendibile nel Meridione, il centrodestra è stato schiacciato dal M5S proprio come il centrosinistra.

Non che Salvini sia un mostro di credibilità, ma agli occhi di chi ha votato Berlusconi perché prometteva «sicurezza» e si faceva baluardo contro il comunismo, è sempre meglio del vecchio leader bollito, che presso i giovani non ha più speranze, nemmeno tra quelli cresciuti da Mediaset e da una Rai da tempo ridotta a sua immagine e somiglianza.

Dall’altra parte invece, secondo l’analisi dei flussi dell’Istituto Cattaneo, «l’erosione dei consensi del Pd ha favorito soprattutto il Movimento 5 stelle e, in misura minore, i concorrenti a sinistra di Liberi e uguali; a ciò dobbiamo aggiungere un consistente rifugio nell’astensione». A trarre beneficio dall’azzeramento della credibilità di Renzi è stato quindi Di Maio, al quale è bastato condurre una campagna moderata e condita con la tradizionale abbondanza di promesse elettorali, come da tradizione immediatamente rinnegate il giorno dopo il voto. Inutili i tentativi di minare la credibilità dei pentastellati con le stucchevoli polemiche sui rimborsi o menandola con i congiuntivi, il pulpito non era adatto nel primo caso e nel secondo era rivolto a una platea presso la quale i congiuntivi non sono mai stati troppo popolari. Il ministro Minniti, il campione della «sicurezza» e baluardo anti-sbarchi è stato battuto persino da una casella lasciata vuota da un candidato che si è fatto da parte prima del voto ed è stato sconfessato dal partito. A conferma del fatto che la credibilità di Minniti a sinistra, anche in una zona un tempo rossa come la Marche, era ed è davvero poca cosa.

Simile mancanza di credibilità ha penalizzato anche le due formazioni più a sinistra, soprattutto LEU che è andata al voto presentandosi con l’aspetto di un pezzo di PD ribelle, invece di valorizzare, anche nelle candidature, una visibile alternativa a una dirigenza vecchia e non meno usurata di quella di Renzi. Gli ultimi arrivati hanno preso i posti migliori, sulla presunzione d’avere più consensi, e schiacciato i più alternativi. Entusiasmi azzerati e credibilità del progetto a picco hanno finito per spiazzare anche i sondaggisti. Il risultato similmente deludente di PAP è facilmente spiegato dalla novità del progetto e dall’oggettiva difficoltà di renderlo appetibile e credibile su scala nazionale in brevissimo tempo, anche perché dato per spacciato fin dall’inizio. Lo stesso si può dire per il partito di Bonino, scelto come scialuppa di salvataggio solo dai renziani intelligenti che han fiutato il disastro in anticipo, ma sprovvisto di qualsiasi e appeal per la massa di votanti orfani del tempo che fu.

Se l’area di centrodestra è riuscita a trattenere buona parte dell’emorragia di consensi al suo interno, quella di centrosinistra invece ha fallito e ha così finito per beneficiare il Movimento 5 Stelle, che al Sud ha approfittato della pochissima credibilità dei campioni locali del partito e della contemporanea assenza del polmone leghista. Campania, Puglia e Sicilia dimostrano che i leader del PD che controllano il partito al Sud hanno fallito come e più di Renzi, il fu rottamatore rimasto in sella anche grazie al sostegno di rottami del genere. A confermare quanto mirato e ponderato sia stato il comportamento di certi elettori di sinistra, c’è l’esempio del Lazio, dove molti elettori hanno votato nello stesso giorno per mandare in parlamento i deputati del Movimento 5 Stelle e per affidare la guida della Regione Lazio all’amministrazione di Zingaretti, del Partito Democratico, che come amministratore appare sicuramente più credibile di chi amministra la capitale e della sua sfidante, l’improbabile Lombardi che ha fatto campagna contro i migranti come Salvini, ma che ha finito per perdere peggio di Renzi, in controtendenza con i risultati del suo partito.

Un voto che ci consegna alcuni sicuri sconfitti, ma nessun vero vincitore, perché nemmeno chi ha incrementato di molto il bottino elettorale può dirsi credibile per quanti non fanno parte del tradizionale zoccolo duro del proprio partito e forse neppure per quelli. Se PD e Forza Italia raccolgono consensi tra i più anziani, il M5S porta a casa quasi il 40% nelle classi d’età più giovani un bottino grasso, ma più difficile da conservare perché non è radicato nell’ideologia, ma su una vaga speranza di cambiamento e sul ripudio di classi dirigenti fallite. Se per chi ha esaurito il suo capitale di credibilità il recupero sembra impossibile, la situazione non sembra molto più allegra per chi ha beneficiato del volatile consenso dei delusi ed è ora chiamato a dimostrarsi diverso e più capace, riuscendo nella difficile impresa di dare un governo al paese e di trovare un accordo in tal senso con gli avversari demonizzati per anni, almeno fino all’altro ieri.  Chi ieri si chiamava fuori dal sistema adesso è chiamato a farne parte, chi berciava contro l’Europa ora deve parlare con l’Europa, chi si poneva come alternativa ai professoroni e ai poteri forti oggi ne riceve l’interessato bacio della morte da Confiindustria e Scalfari in giù. Difficilmente basterà conservare «un vaffanculo piccolino nel taschino», come suggerito da Grillo, per continuare a reclamare una verginità e una diversità che dopo il 4 marzo non esistono più.

Annunci