Il patetico dibattito sulle FakeNews o dell’implosione della propaganda

Posted on 30 novembre 2017

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Una volta si chiamava rumore, quando la rete era giovane si definiva così il profluvio di post incoerenti, interventi a gamba tesa o semplicemente falsi che usavano ammorbare le discussioni più o meno serie o interi canali finendo per devastarli. Poi emersero i «complottisti», quelli che avevano e hanno una teoria alternativa a molte «verità ufficiali», quelli che il 9/11 è stata una demolizione controllata, che il signoraggio e l’origine di tutti i mali, che ci vogliono controllare con le scie chimiche, che il cancro si cura con il bicarbonato e via inventando.

Poi qualcuno ha capito che questo modus operandi poteva tornare utile anche a chi complottista non era e la pratica si estese fino a divenire strumento comunemente impiegato da molti soggetti impegnati nella comunicazione professionale, non solo dalle agenzie che vivevano disseminando disinformazione da prima che esistesse la rete. Su tutti ad approfittarne maggiormente furono quelli impegnati a comunicare la politica, i maestri e i facitori della propaganda, che si chiama così proprio per la sua partigianeria e la non necessaria aderenza alla realtà. Vennero così i «troll del Movimento 5 Stelle» e ben presto furono raggiunti dai «troll del PD», gli uni organizzati dalla Casaleggio, gli altri riuniti sotto l’insegna degli spartani, ma destinati a soccombere di fronte alla mortale domanda «chi ti paga?» La domanda scavava un solco tra le due squadre di troll, un solco che riparava i grillini sulla sponda dello spontaneismo anti-casta e relegava gli avversari a quello scomodissimo di megafoni pagati dalla stessa casta, dal «regime» che controlla l’informazione.

Infine vennero quelli che hanno realizzato che con i falsi è possibile guadagnarci e che esistono modi molto efficaci di usarli per attirare traffico, e quindi attenzione e guadagni, verso siti che tocchino temi sensibili con i titoli (soprattutto) e le storie giuste. È noto che la maggior parte degli utenti della rete e di chi cerca informazioni su giornali e televisioni cerchi conferma delle proprie convinzioni ed è altrettanto noto che la maggior parte di questi utenti si fermi ai titoli. In più pare che questo tipo di cliente «facile» abbia una notevole tendenza a condividere sui social le «clamorose» notizie che incontra in rete, anche se non sono clamorose e anche se a chiunque dotato della minima intelligenza e capacità di comprensione appaiono false a prima vista. I primi ad approfittarne furono i pionieri che cercarono il successo confezionando storie su musulmani selvaggi, complotti impossibili o sugli animali vessati, poi con il maturare dei social network ci fu chi abbandonò il monotematismo in favore di una approccio più eclettico, mescolando temi diversi cari ad audience di settore diverse al fine di raggiungere un pubblico più vasto. Espedienti come l’uso di tioli clamorosi e poco aderenti al contenuto dei pezzi presentati sono stati abbracciati anche da parte dei più rispettati gruppo editoriali, che ormai praticano con disinvoltura il click-bait e producono una grande massa di contenuti privi di qualsivoglia contenuto informativo al solo scopo di spingere l’utente della rete ad aprire una maledetta finestra in più.

Meccanismi ed espedienti che non hanno nulla di misterioso, tecniche e strumenti oggi a disposizione e alla portata di molti e così accanto ai professionisti sono spuntati moltissimi battitori liberi che ne hanno tratto vantaggio. Dal ragazzino che spammava falsi intesi ad eccitare i razzisti fino all’amatore scoperto di recente che ha messo insieme diversi siti che sembrano portare acqua a Lega e M5S, oggi diverse persone campano producendo in solitudine falsi tesi ad assecondare la ricerca di conferme, citata sopra, decorati con titoli che alludono a «notizie» costruite al solo scopo di toccare i nervi scoperti dei target di riferimento e provocare così la condivisione compulsiva dei contenuti, il primo motore della circolazione virale dei messaggi, il premio più ambito e ricercato da chiunque faccia comunicazione in rete. Succede in Italia e succede nel resto del mondo, in particolare nei paesi dell’Est dove sono moltissimi i giovani e meno giovani che, estemporaneamente o organizzati in vere e proprie imprese, lucrano su questo fenomeno, anche giocando in trasferta, andando a caccia di click all’estero. Dai macedoni che han fatto i soldi eccitando i fan di Trump alle «fabbriche dei troll» russe fino ai loro emuli italiani c’è infatti un unico filo che unisce quasi tutte queste imprese, quello del lucro. Il sistema rende, il sistema funziona e così è stato abbracciato da molti altri, da quelli «il mio culo per un click» fino ai professionisti della comunicazione, sempre in cerca di strumenti efficaci per la loro missione. L’han fatto Luca Morisi per conto della Lega, la Casaleggio per conto del M5S e l’ha fatto anche la pattuglia renziana, beccata a gestire pagine «non ufficiali» in perfetto stile gentista, rinnegate dal partito e in realtà gestite da «comunicatori» di provata fede renziana, anche se un po’ maldestri.

Poi è venne la vittoria di Trump e gli sconfitti in America hanno cominciarono a puntare il dito sulle FakeNews prodotte dai siti vicini a Trump. Conclusero così che la sconfitta  subita non era da attribuirsi all’aver lasciato ai repubblicani la possibilità di disegnare i collegi favorendo smaccatamente i candidati del proprio partito (Trump vinse raccogliendo quasi 3 milioni di voti in meno di Clinton) e nemmeno di una candidatura sbagliata o proposta in maniera sbagliata, ma all’enorme quantità di pattume circolata attraverso i siti e le pagine della destra americana, presto debordata ovunque sulle reti sociali. Niente che possa danneggiare la reputazione di Trump, già ai minimi, tanto più che lo stesso presidente americano si è messo subito a battezzare come FakeNews ogni dato o fatto che lo metta in cattiva luce respingendo così l’attacco a modo suo, non senza una certa efficacia, almeno tra i suoi.

Infine è arrivata la scoperta delle ingerenze del Cremlino nella campagna americana, ingerenze di ben altro peso che hanno visto l’accusa ai fautori della campagna di Trump d’essere complici dei russi al punto da ricevere da loro finanziamenti e un aiuto tangibile nell’attaccare Clinton. Un terreno scivoloso nel quale è difficile capire il confine tra lecito ed illecito, ma che è bene tenere a mente si situa storicamente nel quadro di un confronto che ha visto USA e Russia (prima URSS) protagoniste di una lotta tra potenze che dura e perdura da decenni e che proprio negli ultimi anni ha ritrovato energia. L’accusa di collusione con i russi è ancora devastante in America, anche se la politica russa di oggi piace a molti di quelli che un tempo erano gli anticomunisti più duri. Ed è ancora devastante anche se non è affatto strano che politici e partiti americani ricevano l’appoggio economico o politico di altri paesi o leader stranieri, vedi il viaggio di Renzi a sostegno di Clinton proprio in campagna elettorale o i numerosi finanziamenti ricevuti da Clinton e dai suoi alleati, anche da paesi con dubbie credenziali democratiche.

La polemica sulle FakeNews e quella sull’ingerenza del Cremlino si sono quindi saldate grazie al fatto che molti dei siti e degli account che avevano cavalcato accanto ai trumpisti a caccia di click sono d’origine russa o Est-europea. Da lì a considerarli «pagati da Putin» il passo è stato brevissimo e presto, non senza qualche salto logico, da noi s’è arrivati a una sintesi che si risolve nella denuncia di un grande complotto che vedrebbe -tutti- i «populismi» occidentali coordinati e sostenuti dalla Russia di Putin.

Il Partito Populista Unificato non esiste e nel pezzo citato non s’intravvede alcuna «base comune», all’estero o in Italia, di un’entità del genere, essendo il pezzo  dedicato alla scoperta delle attività di un unico italianissimo soggetto, privo di legami con la Russia. Dare così per scontata l’esistenza di un unico disegno, coordinato e finanziato da Mosca, non è molto diverso da quel che fa chi millanta l’esistenza e l’attuazione del Piano Kalergi per la sostituzione degli europei (tutti) con africani e asiatici. Allo stato dei fatti e di quanto finora conosciuto e dimostrato, questa non è una fregnaccia tanto più fondata delle WMD di Saddam o della presenza di Laura Boldrini ai funerali di Totò Riina. Promuoverla significa scendere sul piano del complottismo più ottuso. A quelli che: «esiste un complotto, pagato da Soros, per distruggere l’Europa e l’Occidente asservendola agli immigrati»,  finiscono così per contrapporsi quelli che: «esiste un complotto, pagato da Putin, per distruggere l’Europa e l’Occidente asservendolo ai populisti», che sarebbe l’eufemismo con il quale s’è scelto di definire chi abbraccia politiche razziste ed estremamente reazionarie, comprese quelle formazioni che propagandano ideologie platealmente fasciste o naziste.

L’Italia è provincia dell’impero e da decenni vive imitando l’America, lo fanno i «complottisti» che rilanciano tutto il pattume prodotto dai borderline di destra negli Stati Uniti, dalle scie chimiche in giù, e lo fanno soprattutto i media mainstream, che siano vicini all’establishment, progressisti o alla destra popular-gentista fa poca differenza. Media che sono parte del problema e che non hanno mai avuto grosse difficoltà a diffondere nemmeno le più clamorose FakeNews della storia recente, a partire appunto dalla vicenda delle WMD, le armi di distruzione di massa e di tutta la propaganda che all’alba dell’invasione dell’Iraq insisteva sulla «necessità» dell’attacco per prevenire minacce del tutto inventate tra Roma e Washington. Anche allora la reazione del mainstream a chi contestava quelle menzogne plateali fu quella di stringersi a coorte denunciando l’opera di network malvagi impegnati nella «disinformazione», persino Amnesty International fu accusata di complicità con i nemici delle democrazie quando presentò una stima di 50.000 potenziali vittime dell’invasione dell’Iraq. Qualche anno fa il conto ha passato il milione, ma nessuno ha chiesto scusa ad Amnesty e ben pochi media negli Stati Uniti han chiesto scusa per aver sostenuto le plateali menzogne usate per giustificare questa strage, nessuno in Italia. A essere onesti le scuse bisognava farle agli iracheni, ma quelle non si sono viste da nessuna parte e in fondo è normale, al di là dei proclami dei liberatori, del destino degli iracheni o degli afghani non è mai importato niente a nessuno, in Italia come negli Stati Uniti. In Italia la cronaca ci consegna storie di giornalisti pagati dai servizi o da potenze straniere per spargere falsi, che se lo rivendicano con orgoglio e che purtroppo non sono stati singolari eccezioni. Come può resistere questo sistema dei media all’occasione di addebitare a una Spectre putiniana tutti i mali del mondo, dalla Brexit alla clamorosa bocciatura delle riforme di Renzi? E infatti resistono in pochi, c’è anzi una vera e propria corsa ad approfittare di questa ultima americanata, non manca neppure chi esagera, come chi prova ad attribuire non tanto velatamente alla manina di Putin il fallimento delle riforme di renzi.

 

Accanto al tradizionale confronto politico-ideologico oggi c’è anche chi approfitta della polarizzazione  e della radicalizzazione dei diversi settori delle opinioni pubbliche che, nonostante la possibilità di fruire della vastità della rete, si ritrovano divise e accomodate in «bolle» di relazioni e informazioni affini alla rispettive inclinazioni. Se ne approfitta spregiudicatamente chi lo fa per guadagno come chi lo che per affermare il proprio quadro ideologico di riferimento. Salvini non è l’unico politico che gioca con il razzismo e non tutti i razzisti votano per Salvini, ma è chiaro che lui tragga vantaggio dall’attività di comunicazione dei razzisti e che loro di ritorno godano del fatto che Salvini sdogana, nell’indifferenza dell’arco parlamentare e dei numerosi commentatori che animano il circo mediatico, posizioni e affermazioni a loro care. L’esistenza d’attività lucrative che a loro volta vivono in simbiosi con questi rodatissimi meccanismi ci dice solo che la rete ha offerto nuove possibilità d’espressione e di guadagno, non dimostra l’esistenza di alcun big complotto. Lo stesso succede in America con Trump e l’ultradestra che lo spalleggia. Non servono la regia o il soldo di Putin perché si realizzi questa corrispondenza d’amorosi sensi, anche perché la destra americana gode di entrate al confronto delle quali il contributo russo è destinato a impallidire. La galassia di think tank, chiese, organizzazioni , associazioni e fondazioni che sostengono con forza l’estrema destra americana attinge a risorse economiche ingentissime, è appoggiata da buona parte dei media mainstream e controlla una quantità sterminata di siti e pagine sui social network. Il tipo d’aiuto di Putin che s’ipotizza non le serve e le indagini della Commissione Mueller sul cosiddetto Russiagate sono giunte ad accusare persone vicine a Trump di reati che ben poco hanno a che fare con la gestione della propaganda in rete.

Rimuovere questa ingombrante e imbarazzante realtà, indicando nella radice di tutti i mali lo spauracchio russo come fanno alcuni, vuol dire essere parte del problema. La storia dell’Occidente è fatta di poderose battaglie ideali e ideologiche, di decenni di guerra fredda combattuta in decine di paesi e condotta principalmente attraverso una pesante ingerenza delle potenze nella politica dei paesi vicini e alleati, come all’occasione in quelli lontani. L’Occidente che per secoli ha plasmato la politica dei paesi del resto del mondo e che continua imperterrito a farlo, oggi si ritrova scandalizzato a lamentare l’ingerenza russa elevando a minaccia l’attività di qualche sciame di bot e di canali come Russia Today o Sputnik News, che hanno una penetrazione globale per niente paragonabile a quella del mainstream capace d’accompagnare l’Occidente alla guerra in Iraq assecondando la narrazione sulle armi di distruzione di massa e nemmeno a quella parte relativamente più modesta capace di far eleggere i Trump, i Berlusconi o i Duterte a dispetto del loro essere platealmente impresentabili e inadatti all’ufficio.  In effetti non c’è alcuna evidenza di una enorme presenza «russa» o di un suo impatto significativo sulle intenzioni di voto nei paesi occidentali, che non è facile da calcolare nemmeno per il mare magno di siti e pagine che supportano agende simili nei diversi paesi, tutti più radicati e mediamente molto più incisivi del pattume made in Russia.

Fino all’altro ieri le FakeNews non preoccupavano affatto l’élite che ancora deteneva il monopolio della definizione del senso. Chi oggi appare scandalizzato e soverchiato dalle FakeNews ha vissuto in questo contesto internazionale e per di più in un’Italia nella quale i media di Berlusconi hanno fabbricato e diffuso falsi in quantità industriale senza trovare una simile opposizione. La macchina del fango di Berlusconi è ancora attivissima e soffia sull’odio come non mai, ma all’improvviso c’è chi sente il bisogno di censurare questo o quel sito in rete in nome della «Verità» o di lanciare proposte deliranti per contrastare il fenomeno. Leggere per credere, persone vicine a Renzi vagheggiano addirittura di algoritmi per distinguere il vero dal falso. La polemica sulle FakeNews come strumento di un complotto nazi-putiniano appare quindi del tutto infondata, ancora di più in un’epoca nella quale prospera ogni genere di santone o di ciarlatano. Il fenomeno si fonda su personaggi e progetti che possono essere contrastati solo drenando il mare d’ignoranza nel quale sguazzano, non certo delirando d’algoritmi da mettere a guardia della verità in rete, proposta delirante non solo perché un algoritmo del genere è al tempo stesso una chimera e un potenziale incubo, ma anche perché le macchine del fango (e del falso) che da decenni impestano giornali e televisioni sembrano non preoccupare più o all’improvviso diventare irrilevanti. Eppure siamo il paese (ancora) del conflitto d’interessi, nel quale il partito personale dell’uomo che controlla la maggior parte dei media è ancora lì a giocarsi la supremazia e ha buone possibilità di tornare al governo.

Non c’è niente d’incredibile o di particolarmente nuovo, a essere impegnati in questo genere d’assurde denunce sono soprattutto soggetti che fanno propaganda travestita da informazione da anni, da «The Opposite» in giù se ne trovano pochi che non abbiano cavalcato falsi o che non abbiano provato vergogna nemmeno nel formulare le ipotesi più risibili e imbarazzanti. Politici, opinionisti e giornalisti, una quantità enorme di risorse e persone che quotidianamente e legittimamente conducono le loro battaglie politiche, ciascuno come può e con i mezzi che ha. L’eterna lotta della propaganda politica, che ha poco a che fare con l’informazione e molto a che fare con la fantasia e la tenacia dei suoi interpreti di punta. Ipotizzare l’istituzione di agenzie o algoritmi della verità fa quindi scappar da ridere  anche in un paese malmesso come il nostro e, giustamente, l’intenzione di trovare soluzioni repressive ha permesso di segnare un facile punto persino a uno come Salvini, che come paladino dei diritti è tra i meno qualificati.

Il problema non sono le FakeNews in rete. Il problema è un dibattito politico sempre più asfittico e infantile. Il problema sono i media che rilanciano notizie inventate, i corsivisti che poi le usano per fare la morale ai «buonisti», che sarebbero quanti ancora restano ancorati ai valori sanciti e protetti dalla Costituzione o dalle leggi internazionali. Il problema non è nel ragazzino siciliano che produce pagine razziste per guadagnarci o in quello che lo fa per sostenere i suoi beniamini. Il problema è nei media, anche i più paludati, che pubblicano corsivi che attaccano le donne che denunciano violenze sessuali e le «femministe» cavalcando fatti di cronaca del tutto inventati da qualcuno interessato a buttar fango sugli immigrati, che chissà perché sembran diventati tutti musulmani disadattati nella narrazione adottata da Salvini e soci. Anche se i musulmani sono una minoranza tra gli immigrati e tra questi gli osservanti sono pochissimi. E, se gli esempi allegati sopra tratti all’uopo dalla paludatissima e moderatissima La Stampa, controllata dal Gruppo Gedi che controlla buona parte dell’informazione più o meno centro-progressista nel paese, c’è da allarmarsi ancora di più.

Un allarme che diventa rosso quando s’osserva il principale partito centro-progressista cercare di colpire gli avversari «populisti» adottandone parole d’ordine e stile, con la comunicazione del Partito Democratico che s’allinea a quella di Grillo e Salvini, appropriandosi del «aiutiamoli a casa loro», imitandoli nell’uso di siti-civetta che vomitano orrori e abbassandosi fino al punto d’evocare un inverosimile complotto nel quale tutti i cattivi e i pericolosi del mondo s’alleano con il più cattivo e pericoloso di tutti. Si giunge così alla paradossale conclusione per la quale i media controllati o vicini a Berlusconi continuano a produrre clamorosi falsi e a promettere mari e monti, mentre il Partito Democratico e gli altri impegnati in una gara al ribasso si scambiano accuse inverosimili e spesso incomprensibili o di nessun interesse per la maggioranza degli elettori, quella che sa che la politica si nutre di propaganda e ha imparato presto a fare la tara a chi parla per i partiti.

Un allarme che dovrebbe suonare anche nelle redazioni, perché l’unico modo per contrastare i falsi è quello di combatterli con serietà, rigore e impegno. I falsi si combattono verificando le notizie, evitando il facile copia e incolla di materiali selezionati solo per la quantità di click che possono generare. I falsi si combattono, sembrerà lapalissiano, evitando di farvi ricorso pensando di trarne vantaggio. La fiducia del lettore si conquista giorno dopo giorno proponendo un’informazione di qualità, non certo creando etichette che evocano la fiducia da distribuire tra i protagonisti dell’industria del settore. L’informazione mainstream oggi gode di scarsissima credibilità, che è anche in costante calo, e questo succede perché l’esistenza della rete permette oggi a tanti d’incrociare fatti e fonti e di venire presto a capo di falsità e ipocrisie. Ipocrisie che sono figlie di una distorsione evidente, con giornali e televisioni asserviti alla politica e agli interessi economici dominanti e costretti ad assecondarne le evoluzioni fin oltre la soglia del ridicolo. In questo senso è esemplare il caso già ricordato della Stampa, che da tempo appare impegnata in una lotta senza quartiere al Movimento 5 Stelle al punto da tramutarsi in strumento a favore di Grillo e dei suoi, che si fanno forti di certe evidenti esagerazioni per dimostrare ai propri seguaci le malafede della «casta». Che in Parlamento giacciano 3 proposte di legge contro le FakeNews, una di Forza Italia e ben due del Partito Democratico e che tutte si risolvano in oneri e prescrizioni assurde per chi usa la rete per comunicare, e solo per quelli, non fa che testimoniare anche agli occhi del più lento l’esistenza di una reazione inconsulta da parte dei partiti nei confronti delle critiche che salgono dalla rete.

Se i partiti sembrano non soffrire l’emorragia di elettori allontanati dalla politica da questa deriva delirante, il calo dei clienti del «mercato» dei voti non significa un calo dei posti di potere da occupare, non è però così per i giornali, che per esistere devono conquistare lettori paganti e che disgustandone un numero sempre più elevato segano l’albero sul quale stanno seduti. Calano i lettori dei giornali e non è solo per colpa della rete, ma perché quei giornali propongono prodotti che non piacciono, nei quali i consumatori non hanno la minima fiducia. E non ce l’hanno perché si tratta di prodotti sciatti e politicamente orientati al punto da seguire come cagnolini al guinzaglio le evoluzioni dei gruppi politici di riferimento, fino a che diventa necessario mentire spudoratamente o arrampicarsi sugli specchi per difenderli o promuoverli. Il problema della propaganda menzognera è sempre esistito, oggi però è cambiato il campo di gioco e sono cambiate le regole, che hanno dilatato e aperto la partecipazione all’infosfera anche a dilettanti e a quanti il sistema in altri tempi avrebbe condannato all’oblio o al ciclostile. In un campo tanto aperto le differenze finiscono inevitabilmente per livellarsi e le qualità dei partecipanti si rivelano per quello che sono, le reputazioni un tempo inscalfibili si distruggono e diventa impossibile schermare il proprio operato dalle critiche. Politici e giornalisti si devono abituare a giocare in campo aperto, ad assumersi la responsabilità di quello che scrivono e dichiarano, devono crescere in preparazione e serietà, maturare e contribuire ad alzare il livello, questo è l’unica direzione da percorrere per recuperare credibilità e rispetto.

Le alternative sono pessime ed estremamente dannose per un paese che ancora sembra faticare nel trovare una comune cultura democratica e ad accettare che quello della politica può e deve essere un terreno di confronto nel quale le stesse regole valgono per tutti e nel quale deve esistere uno standard minimo al quale attenersi o perire, politicamente. Un confronto che se degrada in uno stucchevole e infantile rimpallarsi d’accuse false e pretestuose, attività per la quale occorre una preparazione decisamente meno severa di quella necessaria per discutere con costrutto dei problemi del paese e del mondo, diventa così un veleno per la democrazia come per i valori positivi che sarebbero chiamati a sostenerla. I renziani che evocano la spectre putiniana sono solo gli ultimi arrivati sul palco di un pessimo spettacolo nel quale rottamatori e anticasta han presto mandato a memoria copioni e modi della peggiore «vecchia politica», che tanto dicevano di voler rimpiazzare con un mondo nuovo, pieno di qualità e delle migliori intenzioni. Non c’è qualità nel delirio imbastito attorno al tema delle FakeNews.

C’è bisogno di fermarsi a riflettere, perché questa vera e propria isteria ha generato un loop autoreferenziale che sta rendendo ancora meno comprensibile la politica e ancora meno affidabili le redazioni impegnate a riferirne. Lo spettacolo dei politici che producono sconcezze e poi passano il tempo a rimproverarsele a vicenda non può che allontanare i cittadini dalle urne e dal pubblico dibattito, perché di fatto lo riduce a una querelle infantile nella quale orde di bugiardi s’organizzano in squadre e lottano per il privilegio di passare per i meno bugiardi. L’onere di questa riflessione pesa su tutti, sugli operatori dell’informazione per primi, perché la politica ha già dimostrato d’essere parte del problema e di voler disconoscere le uniche soluzioni praticabili. L’unica speranza è che la società, la classe parlante e «la gente» riescano a capire che la democrazia per sopravvivere ha bisogno di un dibattito che sia il meno inquinato possibile dalla propaganda e del rispetto di uno standard minimo, in tema di aderenza alla realtà e rispetto reciproco, da parte di tutti i suoi attori. Senza questa minima presa di coscienza condivisa non resta che il caos di questi giorni e una vittoria di Pirro per quanti ne sapranno approfittare per arrivare a governare sulle macerie.

 

 

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