Suicida a 16 anni, l’abbiamo ucciso noi, tutti noi

Posted on 14 febbraio 2017

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La morte del sedicenne di Lavagna grida vendetta, ancora di più perché non ha ancora provocato una sollevazione generale. Una legge ottusa, bigotta e ipocrita lo ha ucciso come ha ucciso o rovinato molti altri prima di lui, colpevoli solo di consumare una sostanza che sotto tutti i punti di vista è molto meno pericolosa di qualsiasi bevanda alcolica in libera vendita e che, a differenza di queste, non crea neppure dipendenza fisica. Grida vendetta di fronte al parlamento che ancora non ha messo mano a una legge tanto infame quanto fallimentare come la Fini-Giovanardi e grida vendetta di fronte alla chiesa e al vasto fronte che da anni ne blocca qualsiasi riforma in nome della sempiterna ipocrisia di chi legittima la repressione con la «protezione» dei deboli.

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Il contenuto di questo box del Resto del Carlino spiega bene la portata della legge per bocca di chi ne ha esperienza diretta e, anche se la parte inserita dalla redazione ne estende un po’ abusivamente il senso drammatico appoggiandosi al caso di cronaca, spiega perfettamente come la legge Fini-Giovanardi non persegua solo i criminali, ma anche e soprattutto una platea quasi interamente sovrapponibile alla popolazione giovanile e a buona parte di quella più matura, che rischia di vedere la propria vita sconvolta da quello che ormai quasi nessuno considera un reato. Il ragazzo di Lavagna è morto per il possesso di 10 grammi. Per 10 grammi la Guardia di Finanza ha scomodato una pattuglia, è andata a casa sua per recuperare «la droga» che aveva confessato di avere e poi ha assistito impotente al suo suicidio.

Le parole del comandante della Guardia di Finanza aggiungono sale sulle ferite, non solo perché sembrano dire che tutto quello che ha saputo fare dopo la tragedia è stato chiedere l’aiuto di un cappellano militare per consolare la famiglia. Sembra incredibile, ma in Italia la risposta delle istituzioni in casi del genere non rispetta alcuno standard o protocollo. Se hai a che fare con la Polizia potrai essere assistito da uno psicologo, se ti capita uno dei corpi di polizia militarizzati ti tocca il cappellano, militare. Che non è proprio la stessa cosa. Le parole del comandante della Guardia di Finanza ci mostrano soprattutto una società incapace di accettarsi per quello che è, un paese ostaggio di un blocco conservatore che non ha orizzonti diversi dal proibizionismo e la punizione di un comportamento mediamente innocuo e diffusissimo; tanto che tutti i sondaggi registrano grande favore per la legalizzazione della cannabis, che è già una realtà in molti paesi occidentali e la depenalizzazione di consumo e possesso, ma anche ostaggio di se stesso, della propria inerzia e di legioni d’ignavi. L’ostilità alla cannabis in Italia ha lo stesso fondamento logico-razionale del divieto di consumare maiale nei paesi musulmani, ma nonostante ci piaccia dirci laici, democratici ed evoluti, questa legge non suscita ancora lo scandalo e l’indignazione sufficienti a smuovere la palude della politica e le sacrestie, che sono l’habitat naturale dei Giovanardi e che restano quiete e malmostose da anni, senza che il grosso afflusso di acqua fresca riesca a ripulirle o anche solo a incresparne la superficie.

È però sbagliato dare la colpa di questo stato di cose solo alla politica e alla chiesa di Roma, perché la colpa oggi non può essere che di tutti, di tutti noi. Non siamo più nel 1968 o negli anni ’70, quando la maggioranza, silenziosa o rumorosa che fosse, sapeva poco o niente delle droghe e quel poco che sapeva spesso era propaganda della peggiore, vero e proprio terrorismo. Chi aveva vent’anni a metà degli anni ’70 oggi ne ha sessanta, lui, i suoi figli e i suoi nipoti sanno benissimo cosa sia la cannabis e quali effetti abbia. E non solo la cannabis. Lui, i suoi figli e i suoi nipoti hanno vissuto sotto la minaccia di questa assurda repressione o almeno hanno visto amici e parenti farlo per decenni. Tutti hanno conosciuto, di prima mano o per sentito dire, decine di storie più o meno tragiche di quella del giovane di Lavagna. Tutti hanno visto i cani antidroga nelle scuole, le vite di giovani e meno giovani rovinate dall’incontro casuale con i tutori dell’ordine o da brillanti operazioni antidroga risoltesi in tragedie a fronte del sequestro di qualche grammo di fumo.

Enormi e numerosissimi disastri morali, economici, sociali e familiari ne sono seguiti, inutilmente. Intasare carceri, polizie e tribunali di fumatori di spinelli e consumatori di altre sostanze illegali non è servito assolutamente a nulla, se non a spendere montagne di denaro in una repressione che non ha limitato la diffusione delle droghe e che ha prodotto solo montagne d’inutili spese e dolori, per lo stato come per le famiglie dei «drogati» che tanta attenzione si riproponeva di salvare dalla loro triste condizione, anche quando non fosse per niente triste. Succede sempre così quando s’antepone la morale o l’interesse particolare alla razionalità e all’interesse generale, ci guadagnano in pochi e il danno si fa presto enorme. L’esempio tragico e fallimentare della War on Drugs è sotto gli occhi di tutti, certificato dall’ONU, da numerose cancellerie e dagli stessi proponenti americani, che hanno fatto della lotta alla droga un fallimento di dimensioni globali spargendo sangue e dollari come se non ci fosse un domani e assolutamente per niente.

Eppure, nonostante queste enormi evidenze e il grande favore per la legalizzazione della cannabis e la depenalizzazione del consumo delle alte sostanze psicoattive illegali, nulla si muove. Nulla si muove in Parlamento, nei partiti o sui media, ma nulla si muove nemmeno nella società. Non c’è un partito o un giornale che cavalchi con vigore la questione, ma non c’è nemmeno un significativo movimento di ribellione dal basso. Si fanno petizioni per qualsiasi cosa, ma non c’è mobilitazione contro quest’orrore, una legge che come quelle per divorzio e aborto ha effetti tanto rilevanti quanto diffusi sulla società e sulle vite e i corpi dei cittadini.

Eppure siamo noi stessi, sono i nostri figli, parenti e nipoti che la nostra apatia e la nostra inazione espone al rischio di disastri del genere. Sono nostre le case nelle quali la polizia potrebbe irrompere di notte perché ha fermato i nostri figli o i loro amici con qualche grammo in tasca, sono le nostre famiglie che sono esposte a una roulette russa che non sai mai come va a finire e che comunque quando ti colpisce porta grossi problemi, spese e interferenze devastanti quanto assurde in vite che non meritano d’essere tanto disturbate. E questo quando va bene, perché in certi casi le storie virano al tragico e arrivano il carcere, i suicidi, a volte persino la morte in carcere o per mano della forze dell’ordine, legalmente vincolate dal legislatore a fare il loro dovere non perseguendo i criminali, ma perseguitando persone che criminali non sono e che non dovrebbero vedere mai, nemmeno da lontano, le prigioni, le perquisizioni e i tribunali.

La responsabilità della morte del giovane di Lavagna è sicuramente da attribuire a una pessima legge, a chi l’ha approvata e a chi non l’ha mai demolita, ma è una responsabilità che in parte è condivisa anche da tutti noi, cittadini italiani incapaci di levarci concordi e di costringere chi deve a spazzare via questo orrore. Quel ragazzo è stato ucciso da una legge che aveva la pretesa di difendere i giovani, ma quel ragazzo è un figlio che noi tutti non abbiamo saputo e voluto proteggere come sarebbe stato giusto e com’era suo diritto.

Oggi un amico mi ha telefonato arrabbiato, dicendomi che noi coetanei abbiamo fallito come generazione e chiedendo perché non siamo, ad esempio, davanti alle scuole a impedire quella tragica buffonata che sono le perquisizioni con i cani antidroga? Perché, pur considerando la legge attuale un orrore che scava ferite nel corpo della società e nella carne dei cittadini, facciamo troppo poco, se non addirittura niente? Una bella domanda alla quale se ne potrebbero aggiungere altre e chiedere perché non siamo nemmeno dentro le scuole  e i consigli scolastici ad affrontare dirigenti e genitori che approvano pratiche del genere. Dirigenti che accettano d’autocertificare il loro fallimento come educatori e farsi volto di uno stato che accanto a una propaganda antidroga tanto falsa da sembrare rivolta a dei deficienti, offre a ragazzi e meno ragazzi solo il muso del cane che annusa le sue cose alla ricerca di pezzetti fumo o fiori di cannabis. Quando non è lo show della Guardia di Finanza a domicilio, la sputtanata perenne, pubblica e universale insieme al marchio del mezzo delinquente. È così che proteggiamo i nostri figli e contribuiamo alla loro crescita, a quella dei loro compagni meno fortunati e a quella della società nella quale viviamo?

È vero, la mia generazione e quelle più prossime hanno sicuramente questa responsabilità, perché di anziani bigotti e ignari ne sono rimasti pochi e i tempi sono più che maturi per abbattere questo orrore. Ancora non si vede alcuna reazione da parte del corpo sociale. Nessuna reazione da parte dei milioni di consumatori di sostanze psicoattive, che in fondo si accontentano di sfuggire alla repressione adottando quel minimo di prudenza che aiuta a non finire nella rete della giustizia, che pur finendo riempita da un numero enorme di sfortunati non è mai riuscita a pescare una porzione significativa dell’enorme platea di consumatori. Nessuna reazione da quanti sono edotti e coscienti del problema e capiscono che questa stupida repressione può colpire chiunque e portare la devastazione in qualsiasi famiglia, per non dire dell’effetto educativo raccapricciante che ha sui giovani, anche quando non li punisce, incarcera o uccide. Nessuna reazione nemmeno dai giovani, che imparano presto a risolvere le contraddizioni presentate dalla propaganda proibizionista fregandosene, senza porre tante questioni ai più anziani. Non si muove niente, solo la polizia continua a muoversi e a girare a vuoto per inerzia, macinando vite d’innocenti giorno dopo giorno. Il sangue di quegli innocenti è sulle mani di tutti noi, basta prendersi un attimo per guardarci bene e chiunque se ne può rendere conto, le mani che hanno spinto il giovane di Lavagna fuori dalla finestra sono anche le nostre.

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