Di fake news, post-verità e vecchi tromboni

Posted on 3 gennaio 2017

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Il rovescio subito da quanti pronosticavano una scontata vittoria di Clinton su Trump ha portato in dono a molti paesi un surreale dibattito sulla cosiddetta post-verità, termine con il quale par di capire indicherebbe una nuova epoca nella quale la produzione e diffusione di falsi attraverso internet e le reti sociali sposterebbe i termini del dibattito pubblico nel regno del falso, con grande danno per tutti, perché un dibattito onesto dovrebbe essere il pilastro sul quale si reggono le democrazie.

Il tutto ha assunto tinte ancora più surreali nel nostro paese, nel quale poco più tardi delle elezioni americane buona parte della classe dirigente e parlante è rimasta clamorosamente spiazzata, e anche un po’ offesa, per il disastroso referendum sulla riforma costituzionale, che ha mandato a casa un governo e un presidente del consiglio sui quali molti avevano investito massicciamente. In America era già pronto un pretesto per schivare qualsiasi discussione sui veri motivi del fallimento referendario e su quello di Renzi e della classe dirigente e così con il consueto provincialismo, l’Italia si è ritrovata a discutere nientemeno che della verità e di cosa fare perché possa trionfare su internet, un dibattito che com’era prevedibile ha presto virato verso l’ipocrita buffonata.

Un dibattito dal quale almeno una cosa si è capita: la maggior parte di quanti discutono di bufale e «fake news» ha in mente le bufale degli altri, a cominciare da quelli ricordati sopra, che hanno trovato conveniente ridurre la responsabilità dello schiaffone referendario al risultato dello spargimento di falsi in rete da parte del M5S e «populisti» vari. A questo proposito abbiamo anche assistito a diversi tentativi, andati a vuoto, di dimostrare l’esistenza un’organizzazione e una regia pentastellata, e magari complicità della Russia di Putin, a monte di quella che viene descritta come un’epidemia di falsi che starebbe corrodendo il dibattito pubblico come un cancro.

Eppure sembra ieri che si denunciavano i media come «armi di distrazione di massa», che abbiamo invaso l’Iraq perché aveva le «armi di distruzione di massa» che non c’erano. Sembra ieri quando, con comodo, le maggiori testate americane si scusate con i propri lettori per quell’inganno, mai imitate da quelle italiane. Eppure è ancora più vicino il tempo nel quale il nostro parlamento votava affermando che la mitica Ruby fosse la nipote di Mubarak, quello nel quale operava a pieno regime la «macchina del fango» nel quale le televisioni di Berlusconi e i giornali di destra costruivano verità alternative millantando un «allarme sicurezza» dopo l’altro quando governavano gli avversari di Silvio. E ancora più di recente abbiamo visto il parlamento approvare e finanziare la ricerca sul «metodo Stamina» o centinaia di amministratori locali vietare i botti di capodanno appoggiandosi alla bufala di un noto mitomane, invariabilmente ripresa e certificata dai media mainstream e ben più autorevoli testimonial. E si potrebbe continuare a lungo citando il caso creazionista promosso ai vertici del CNR o le ripetute dichiarazioni in spregio alla verità scientifica da parte di chi vuole vietare l’aborto, la legalizzazione della cannabis o l’eutanasia. Un elenco che potrebbe continuare a lungo, ma che mai ha spinto alcuno a sostenere che occorresse censurare orrori del genere o punire chi li ha pronunciati ben sapendo che fossero falsi clamorosi.

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La falsa scheda elettorale per il Senato, esibita da Matteo Renzi senza che i principali media del paese facessero una piega

Oggi invece politici e giornalisti sembrano cadere dall’albero delle vergini e scoprirsi improvvisamente fan della verità™ e ciò accade in tutta evidenza per giustificare la propria diminuita capacità di manipolazione dell’opinione pubblica, che dall’avvento della rete in poi si è sempre più affrancata da quelli che un tempo erano i «gatekeeper» del discorso pubblico, che ora si trovano ancora a guardia di quei cancelli, mentre intorno sono spariti i muri che proteggevano le verità declamate dalla classe dominante.

Purtroppo per ora è andato deluso chi auspicava che l’avvento della rete, e con essa la fine di una discussione pubblica calata unidirezionalmente dall’alto, avrebbe prodotto un circuito virtuoso utile a migliorare la qualità dell’informazione e e del dibattito pubblico. Il surreale dibattito sulla post-verità testimonia che la nostra classe dirigente e i principali attori di quella che dovrebbe essere l’industria dell’informazione hanno più a cuore la difesa del proprio ruolo che l’interesse generale e forse ci sarebbe da stupirsi del contrario, visto che anche in questa occasione i rappresentanti delle due categorie hanno dato il peggio di sé, alcuni arrivando ad autodenunciarsi come del tutto ignoranti delle questioni discusse, a cominciare dal presidente dell’Antitrust Giovanni Pitruzzella il quale, non si sa bene a quale titolo, è entrato a piedi uniti nel dibattito spargendo spropositi a piene mani.

“Se vogliamo controllare il potere politico ,se vogliamo evidenziare quello che di sbagliato politici e uomini dell’economia fanno, dobbiamo avere una Rete che sia credibile. E per essere credibili dobbiamo avere dei meccanismi che possano servire a sbarazzarci delle bufale. Le bufale non servono, la democrazia è un sistema di trasparenza, ma perché ci sia trasparenza occorre che anche le informazioni siano vere, altrimenti c’è la nebbia. E la nebbia non giova mai alla democrazia”.

Molti hanno già criticato il (non)senso di queste affermazioni e altre similmente assurde pronunciate da altri e c’è anche da chiedersi quale poderoso Ministero della Verità occorrerebbe mettere in piedi per realizzare un controllo capace di annichilire la pubblicazione dei falsi, sorvolando sulla spinosa questione posta dall’inesistenza di verità certificate, se nemmeno le regole e gli organi dell’Ordine dei Giornalisti riescono a garantirci un giornalismo capace almeno di rettificare i numerosi falsi che produce quotidianamente, in buona o in cattiva fede. Se nemmeno l’ODG sanziona i comportamenti più scorretti, se persino Repubblica evita per anni di rispondere alle accuse rivolte a un suo corrispondente dall’estero di plagiare e inventare i suoi pezzi, e anche di rettificarli o di rimuoverli, quali comportamenti difformi si vogliono imputare alle pubblicazioni online e come rimediare? Pitruzzella come altri ha solo fatto una gran confusione tra notizie false, bullismo e hate speech, cucinando un minestrone che poi una volta servito in tavola si è rivelato il solito piatto riscaldato: la proposta di censura e repressione che vadano oltre quanto già previsto dalle leggi, perché non è vero che non esistano regole, provate a insultare Pitruzzella via internet e vedrete che anche lui le scoprirà e vi denuncerà.

Posta com’è stata posta, la questione si risolve quindi in una serie di banalità declamate con rancore da chi ha finalmente realizzato, molto in ritardo, di non avere più la presa che aveva un tempo sulle opinioni pubbliche. Di chi cerca un capro espiatorio sul quale traferire la responsabilità dei propri fallimenti come politico o come comunicatore. Un ritardo dovuto al trincerarsi dietro ai propri privilegi, ma anche all’incapacità di cogliere e sfruttare la ricchezza offerta dalla rete, Un’incapacità comune a nuovi e vecchi attori della politica e dell’informazione, che invece di cogliere l’occasione d’un confronto che potrebbe essere finalmente sano e costruttivo, sembrano preferire il rinchiudersi in bolle nelle quali raccontano a sé e alle proprie tifoserie che tutto va bene e di quanto siano migliori di concorrenti e avversari, salvo andare sbattere dolorosamente quando l’inevitabile confronto con la realtà, non la verità, chiede pesanti pedaggi. La propaganda, oggi come sempre, è fatta di framing e spinning, della creazione di un concetto e del «farlo girare» per quanto possibile, ma se pochi minuti dopo che il concetto è stato lanciato nel pubblico agone arriva dalla rete chi rompe il frame, farlo girare diventa controproducente anche se i fedelissimi continuano a gioire per la brillante trovata.

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Quando la propaganda bellica scade nel ridicolo, ci s’inventa che i cattivi fan la guerra ai gattini.

Se circolano troppi falsi e troppe discussioni ne sono minate è colpa della classe dirigente, non di internet e di chi la frequenta. Alla classe dirigente spetta dare l’esempio e fissare lo standard e quella italiana lo ha sempre fissato tragicamente in basso. Se l’esempio e la didattica devono venire dall’alto è chiaro come il sole che l’esempio offerto da politici, intellettuali e giornalisti è tragicamente al di sotto del livello minimo necessario al buon funzionamento del discorso pubblico. È pertanto paradossale che s’imputi al popolino o a qualche attore politico in particolare, comportamenti ai quali la classe dirigente italiana non sente evidentemente il bisogno di rinunciare per non privarsi del ricorso a falsi e propaganda furbetta quando occorra. Comportamenti nei quali storicamente è maestra e ai quali non hanno rinunciato nemmeno quelli che dicevano di voler cambiare verso, rottamando il vecchio modo di far politica. Pretesa che alla prova dei fatti si è rivelata una post-verità, per dirla come va di moda in questi giorni.

Un dibattito del genere è un’occasione persa soprattutto perché manca di riconoscere la parabola chiarissima che parte da ben prima dell’apparizione d’internet e che si sta traducendo in una generale, quanto pericolosa, svalutazione della realtà iniziata scientemente all’epoca di Ronald Reagan e poi proseguita senza pudore, in particolare dalle destre a ogni latitudine, ma sempre seguendo l’impulso della destra religiosa e reazionaria americana o delle corporation e dei politici che sanno approfittare delle sue debolezze. In questo senso occorre riconoscere e comprendere che gli Stati Uniti sono e sono stati il vero motore del fenomeno e che continuano a segnare la cultura del nostro tempo com’è già accaduto in passato. Un esempio purtroppo capace di penetrare, come un coltello nel burro, in una classe dirigente troppo impegnata a badare al proprio per considerare le conseguenze del proprio agire sulla collettività.

Quella che all’inizio del secolo fu chiamata «guerra all’intelligenza» non è altro che la guerra agli esperti che fu di Reagan, di cui già ad esempio si lamentava Isaac Asimov nel 1980. Una guerra che ora appartiene a Grillo e a Trump come alla destra europea, anche a quella moderata, e a tutti quanti nel mondo vogliono imporre cosmogonie morali d’origine teocratica a chi invece ha riferimenti più solidi e terreni, come ad esempio la scienza. Una guerra alla quale all’occorrenza partecipano anche i difensori di certi interessi costituiti, com’è successo e succede ancora con le corporation che spendono miliardi in interessate «ricerche» ben poco fondate,  volte a smentire l’esistenza del global warming o che questa o quella sostanza che vendono sia nociva per la salute pubblica. Manovre che non hanno mai destato rivolte, tanto che l’amministrazione Bush arrivò persino a falsificare i rapporti della NASA sui cambiamenti climatici senza  suscitare sommosse tra oppositori e sostenitori. E funziona così per tutto, se negli Stati Uniti ci sono scuole e centri culturali che insegnano il creazionismo, eccolo spuntare anche in alcuni paesi musulmani o tra i cristiani ortodossi di Santa Madre Russia.  Se negli Stati Uniti spuntano quelli che vogliono «aggiustare» gli omosessuali, ecco che l’idea viene adottata dagli omofobi nel resto del mondo. Se negli Stati Uniti ci sono dei fuorelli che preparano cannoni ad orgonite contro le schie chimiche, ecco nel mondo centinaia di emuli che cominciano a scrutare il cielo e a mobilitarsi, fino scendere in piazza per denunciare il big complotto. Non c’è da stupirsi, è del tutto naturale che credenze assurde dilaghino tra chi già è abituato a credere e tra chi non potrebbe mantenere certe posizioni politiche senza taroccare la realtà scientifica o le cronache storiche.

Niente di nuovo, le mode si spandono dal centro verso la periferia e nelle province vengono assorbite e adattate al contesto locale, così come non c’è davvero niente di nuovo nella fabbricazione di falsi ad uso della propaganda politica, sono sempre stati tra noi fin dai tempi di greci e romani e proprio quelli veicolati dai fan del M5S sono così scadenti, da chiedersi se qualcuno ci creda davvero o quanti potranno mai essere quelli che ci cadono. Altro che inventarsi denunce per raccontare di una spectre internazionale che intende prendere il potere a colpi di stupidaggini sulle scie chimiche.

La surreale confusione sul presunto avvento della post-verità rappresenta quindi un’occasione persa da parte di una classe dirigente che soffre la perdita del monopolio dell’informazione in favore di mondo nuovo fatto di fonti distribuite e incontrollabili. Una classe dirigente che si fa interprete del lamento di quanti sono rimasti feriti dal fact-checking che viene dal basso e degli strateghi di campagne politiche fallimentari, tutti uniti nell’indicare negli scombinati inventori di bufale i colpevoli di fallimenti che invece appartengono solo alla loro incapacità di manipolare l’opinione pubblica, come vorrebbero e come erano un tempo abituati a fare. Lo storytelling non funziona e i campioni come Jim Messina passano da un fallimento all’alto, ma questi mai e poi ammetterebbero che il loro prodotto non si vende più perché è andato a male o perché non è per nulla appetibile agli occhi di elettori e opinioni pubbliche. In questo senso una tale esplosione di lamenti è sicuramente un positivo segnale di debolezza, ma anche della conferma dell’incapacità della classe dirigente, di qua e al di là dell’Atlantico, d’assumersi la responsabilità dei propri fallimenti ed evolvere positivamente.

Toccherà aspettare ancora a lungo perché tutti questi autorevoli commentatori giungano all’unica conclusione ragionevole e praticabile, quella che vede possibile un rapido miglioramento della qualità del dibattito pubblico solo se e quando l’élite, alla quale appartengono anche i Trump e i Grillo, prenderà coscienza delle proprie responsabilità e deciderà di elevare la qualità del dibattito e della competizione politica senza fare sfacciatamente ricorso a ogni genere di bufala o menzogna. Se gli autorevoli commentatori che si sono espressi denunciando a vanvera l’avvento della post-verità avessero speso la stessa attenzione alle bugie e alle bufale diffuse dalle redazioni o dai partiti ai quali appartengono, probabilmente potremmo già godere di un dibattito pubblico molto più serio e meno inquinato da falsità.

Una speranza che comunque appare vana, probabilmente se ci sarà una rivoluzione di questo tipo verrà dal basso, proprio da quella rete che ora appare balcanizzata in bolle autoreferenziali all’interno delle quali molti non cercano che conferme alle proprie convinzioni, poco importa che tali «conferme» siano sciocchezze costruite ad arte o non siano radicate nella realtà. Se all’alba del nuovo secolo era opportuno esortare tutti a «become your media», ora è forse giunto il momento di andare oltre e di discutere di come far scoppiare queste bolle e di come far crescere i consumatori di notizie in modo che diventino ostacolo e non trampolino per la circolazione dei falsi. Reprimere la produzione di falsi non si può, non è fattibile eticamente e ancora meno praticamente, nessuno potrà mai convincere un razzista o un fanatico religioso con argomenti razionali. Si può però limitare grandemente la circolazione dei falsi segnalandoli e stigmatizzandoli puntualmente, anche solo facendo un minimo d’attenzione a quel che si nasconde negli articoli con certi titoli ad effetto, che molti condividono sulle reti sociali con troppa leggerezza. Per far questo serve una maggiore educazione specifica alla quale, per ora e tristemente, nel nostro paese contribuiscono sicuramente di più iniziative come Lercio, che Repubblica o il Corriere. E dovrebbe bastare questa evidenza a spiegare bene la pretestuosità del dibattito in corso.

P.P.S. (Edit) Se avessi visto il confronto tra Grillo e Mentana, con relativo corollario di spropositi, prima di scrivere, probabilmente mi sarei risparmiato il disturbo. Questo confronto tra le due vedette spettacolari ha già detto tutto quello che c’era da dire.

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