Perché Netanyahu porta Israele al disastro

Posted on 29 dicembre 2016

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Forse con Trump l’Israele di Netanyahu si troverà meglio che con Obama, che pure ha coperto di dollari l’alleato di Tel Aviv, ma la cosa certa è che Israele continuerà a correre verso un disastro annunciato guidata da una maggioranza nazionalista che in nome di Dio ha ormai rinunciato a ogni logica e al rispetto per le leggi, siano quelle internazionali che le stesse leggi che s’era data Israele. Netanyahu questo lo sa e non vuole portarne la responsabilità, per questo ha reagito violentemente alla manifestazione di una verità autoevidente pronunciata dal Segretario di Stato John Kerry, secondo il quale se continua con la politica di colonizzazione illegale della Palestina, Israele si troverà prima o poi davanti all’alternativa secca tra l’essere uno stato ebraico o uno stato democratico.

tr1Alternativa ineludibile, perché l’inarrestabile colonizzazione ha ormai cancellato lo spazio fisico per quello stato di Palestina che già esiste e che è già riconosciuto dalla maggioranza degli stati del mondo. L’annichilimento della Palestina non risolverà però il problema dell’esistenza dei palestinesi i quali, dovesse Israele annettere i territori palestinesi  e dichiarare la sua sovranità sugli stessi, si ritroverebbero cittadini israeliane e, dato ineludibile, formerebbero una maggioranza di cittadini israeliani di religione non ebraica. A quel punto i nazionalisti ebraici avrebbero due sole alternative, assecondare il gioco democratico a costo di rassegnarsi a finire in minoranza o scegliere d’opprimere i palestinesi e di negare loro pari diritti con i cittadini di religione ebraica. Esattamente come accadde alla minoranza colonialista bianca in Sudafrica, la scelta che si porrebbe alla minoranza colonialista ebraica sarebbe quella di continuare a rinchiudere i palestinesi in ghetti sempre più blindati o d’accettare di finire in minoranza rinunciando così a ogni pretesa ebraicità dello stato. Pretesa peraltro che prefigura uno stato confessionale «ebraico» comunque alieno alla democrazia, non meno dei paesi «islamici», perché la parola di Dio non è negoziabile e non può essere ripudiata nemmeno con il sostegno di una maggioranza democratica.

Netanyahu questo lo sa e sa che l’Israele alla sudafricana non potrà reggere a lungo, ancora meno se la colonizzazione della Palestina fosse spinta alle estreme conseguenze e il progetto dei due stati dovesse tramontare perché divenuto impraticabile a causa della diffusione delle colonie. Altrettanto impraticabile è infatti la pulizia etnica dei palestinesi da quei territori o la riduzione della Palestina alla sola prigione di Gaza, soluzioni che di fatto e in punta di diritto appaioni irrealizzabili. Netanyahu ha quindi reagito con ferocia alle dichiarazioni di Kerry perché queste hanno messo in evidenza il grosso problema che mina alla base il progetto coloniale perseguito a passo di carica dai governi israeliani degli ultimi due decenni, quello che portando all’annessione della Palestina porta inevitabilmente alla messa in minoranza degli ebrei nella nuova e più grande Israele. Un difetto evidente che potrebbe essere sanato solo attraverso l’espulsione di buona parte della popolazione palestinese o nella sua reclusione in spazi sempre più ristretti che non siano annessi allo stato ebraico, ma che rimangano sotto il suo controllo, prigioni come Gaza,  poco meno di campi di concentramento, piccoli Bantustan alla sudafricana dove rinchiudere i palestinesi ai quali Israele ha rubato la Palestina.

Un progetto che è prima di tutto illegale, ma anche un progetto che mette a rischio l’esistenza stessa d’Israele come la conosciamo nel lungo termine. Questo è il senso del discorso di John Kerry e questo è quello che Netanhyahu non vuole sentirsi dire, perché non vuole passare alla storia come il leader che ha messo le basi per la sua dissoluzione. La politica espansionistica israeliana infatti si è sempre dovuta misurare con questo dilemma ed è per questo che per 40 anni i governi israeliani hanno tenuto a freno la colonizzazione, esplosa poi a ridosso del nuovo millennio con l’avvento di governi sempre più suprematisti e con la riduzione della sinistra israeliana ai minimi termini. Il progetto confessionale e suprematista della destra nazionalista e dei partiti religiosi ha così potuto dispegarsi in tutta la sua miopia, trasformando Gaza in una prigione a cielo aperto e la West Bank in un arcipelago di villaggi palestinesi compressi dall’espansione delle colonie e della viabilità riservata ai coloni, che abitano gli insediamenti costruiti in spregio della legalità internazionale, la stessa sulla quale paradossalmente si fonda la legittimità dell’esistenza d’Israele.

Per questo non si può che non essere d’accordo con Kerry e concludere che oggi la principale minaccia all’esistenza d’Israele non è rappresentata dai suoi vicini arabi più o meno ostili, ma dal dilagare senza contrasto delle destre nazionaliste e religiose israeliane. Questo Netanyahu lo capisce benissimo e capisce che su questa scelta è impresso a lettere d’oro il suo nome, perché è lui che ne è stato il protagonista fin dal sabotaggio degli accordi raggiunti a Oslo. Per questo Netanyahu s’erge furioso contro l’amministrazione Obama, perché Kerry ha rotto il velo d’ipocrisia e di muto consenso da parte dell’Occidente che ha accompagnato finora la colonizzazione della Palestina, finendo per portare all’attenzione del mondo questa corsa verso il sicuro disastro e chi ne è responsabile.

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