Perdenti, l’imbarazzante differenza tra il 40 di Renzi e il 48 di Cameron

Posted on 6 dicembre 2016

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Il 24 giugno scorso il verdetto definitivo,  il 51,9% dei britannici ha risposto positivamente al referendum chiesto da chi voleva che il Regno Unito lasciasse l’Unione Europea, al 48,1% dei loro concittadini non è rimasto che da vedere come andrà a finire. Lo stesso giorno David Cameron ha annunciato le sue dimissioni e il suo partito ha provveduto a sostituirlo al governo con Theresa May, che si è impegnata a mettere in pratica la decisione. Cameron aveva promosso il referendum senza che ce ne fosse alcun bisogno, pensando di rinforzare la sua posizione e contando in una facile affermazione da parte degli europeisti. In seguito ha lasciato anche il seggio parlamentare e si è ritirato a vita privata, il tutto a fronte d’una sconfitta di strettissima misura, ma nei referendum conta solo vincere, chi arriva secondo è lo sconfitto.

La sua scelta suscitò all’epoca grandi plausi tra i fan di Matteo Renzi, che ne lodarono l’onestà e la capacità di prendere atto della sconfitta e trarne le dovute conseguenze.

Il 4 dicembre scorso il 60% degli italiani ha risposto No al referendum confermativo della riforma voluta da Renzi. Anche questo referendum era voluto da Renzi, almeno per quanto sia possibile volere veramente qualcosa che è destinato comunque ad accadere. Il referendum era infatti inevitabile e Renzi, sapendolo, ha giocato d’anticipo fingendo d’offrire parola al popolo, al quale l’aveva già garantita la costituzione. Alla fine di un lunga campagna elettorale, dilatata per dare modo alla propaganda renziana di «recuperare» quanti più consensi fosse poissibile, il referendum è arrivato e Renzi ha portato a casa una delle più sonore sconfitte della storia repubblicana.

Era da poco cominciato il 5 dicermbre quando Matteo Renzi si è quindi presentato in televisione e ha annunciato le sue dimissioni. Fine delle similitudini con il caso di Cameron, perché 5 minuti dopo Renzi e i suoi erano già in piena battaglia contro i «traditori» che dentro e fuori il partito avevano votato «come i fascisti» e facevano piani su come ritornare al governo e sfruttare quelle stesse dimissioni, magari lasciando qualche maceria come l’Italicum al successore di Renzi, incaricato di portare il paese fin dove potrà, ma quanto prima al voto.

Il bello è che Renzi aveva promesso il suo ritiro a vita privata in caso di sconfitta, a differenza di Cameron che non ci aveva pensato, ma che poi si è evidentemente rimangiato tutto e ora non sembra per niente disposto a mollare neppure la carica di segretario del PD. Di più, sembra proprio pronto e deciso a far di tutto pur di gestire le sue «dimissioni» come trampolino di lancio per una ricandidatura alla Presidenza del Consiglio.

 

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Ma la cosa in assoluto più spassosa, e anche un po’ vergognosa, è che lui e i suoi stiano giustificando il tutto dicendo di «ripartire dal 40%» raccattato al referendum, come se questa fosse la percentuale di voti raccolti dal partito di Renzi e non semplicemente la misura di una sonora sconfitta con 20 punti di scarto. Sconfitta rimediata in un referendum che aveva fatto di tutto per vincere. Inutile dire che la conclusione è priva di qualsiasi senso logico, perchè un referendum offre all’elettore una scelta binaria e Renzi non è stato votato, s’è votata la sua proposta di riforma e quella è stata bocciata nettamente. Pensare per questo che il 40% sia la dote in voti di Renzi è ridicolo e lo sa anche chi lo ha proposto, ma era chiaro fin da prima che della parola di Renzi non ci si può fidare e che i suoi avrebbero assecondato qualsiasi porcata pur di rimanere al potere o di provarci. Almeno ora c’è la conferma che le promesse di modifica dell’Italicum e della modalità d’elezione dei senatori non valevano nemmeno il consenso di Cuperlo, l’unico che ha aboccato.

A tutti quelli che comunque sono affascinati da questa teoria al punto di ritenerla plausibile, per non dire di quelli che la useranno spregiudicatamente, voglio ricordare loro quando hanno applaudito come un sol uomo le dimissioni di Cameron. Il quale non ha mai provato a intestarsi come consenso personale il 48% di No alla Brexit. Non perché sia uno sprovveduto, ma perché lo avrebbero seppellito di pernacchie. Le stesse che merita chi oggi afferma che il voto del referendum vale la misura del consenso per Renzi nel paese. Un’affermazione assurda quanto priva di riscontri, sventolata senza vergogna per legittimare l’aspirazione a rimanere al potere da parte di un leader che si è già confermato un perdente alla prova delle urne. Robaccia.

 

 

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