É già sfumato il ricordo della strage razzista di Oslo

Posted on 22 luglio 2016

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Scorrere la home di Repubblica e del Corriere e non trovare traccia del ricordo della strage di Utoya. Scorrere i motori di ricerca e trovare solo il titolo di qualche pezzo sparuto che, come le dichiarazioni dei pochi politici che se ne sono ricordati, sembra richiamare una strage senza motivo, frutto di un odio al quale nessuno sa dare una precisa paternità.

Eppure Andreas Breivik ha fatto di tutto per non prestarsi ad equivoci, esibendosi più volte nel saluto a braccio teso al processo e dichiarando: «Lotterò fino alla morte per il nazismo». Terrorista nazista, razzista e crociato, è stato in fretta dimenticato dai paladini della «war on terror», che hanno provato anche a giustificarlo e a sminuire la gravità delle sue azioni, e poi han deciso di consegnarlo all’oblio. Tutto passò molto in fretta, nessuno all’epoca chiese ai cristiani di dissociarsi dalla strage di 77 giovani inermi e ben pochi lo hanno chiesto ai padri ideali della strage, che individuarono proprio nell’immigrazione eccessiva la miccia che ha innescato Breivik. Dissero in pratica che non era colpa di Breivik, ma dell’immigrazione, proprio come diceva Breivik. Pochi ci fecero caso e loro ripresero subito a predicare odio e fabbricare propaganda oscena contro immigrati e musulmani in particolare, come hanno fatto per anni anche prima della strage.

 

Breivik1

 

Impossibile dimenticare la prima pagina del Giornale che attribuiva la responsabilità della strage ad al Qaeda, mandata in stampa quando già si sapeva da ore che il killer era biondo e crociato, Apertura accompagnata da un fondo di Fiamma Nirenstein, gonfio dello stesso odio che ha eccitato Breivik e rimasto anche quando la prima pagina è stata cambiata. Impossibile dimenticare che, sul Foglio, Giuliano Ferrara scrisse che Breivik «Non voleva scatenare una guerra etnico-religiosa» o, ancora più raccapricciante, il Vittorio Feltri che arrivò persino ad accusare le giovani vittime di essere mollaccioni di sinistra, perché non si erano lanciati a decine sul killer che sparava e si erano così «lasciati uccidere». Impossibile dimenticare il servizio del TG1 che attribuì la colpa della strage ai videogame, impossibile dimenticare la pietosa arrampicata sugli specchi di Pierluigi Battista, che si lamentava delle polemiche successive alla strage, derubricandole a una rissa tra squilibrati a seguito del gesto di un pazzo.

Il tutto dalle pagine del Corriere, che aveva pubblicato per anni, e con grande successo, gli scritti razzisti di Oriana Fallaci e la robaccia di Magdi Allam contro il «multiculturalismo», proprio le  idee razziste sulle quali Breivik aveva costruito il suo corpus teorico, affidato a un memoriale nel quale questo genere di letteratura emerge come chiara fonte d’ispirazione. E, ora come allora, senza che  ci sia una rivolta che dica che la battaglia contro il «multiculturalismo» è una battaglia contro la convivenza multietnica, che rifiuti l’uso del termine «buonista», che nella neolingua razzista significa «traditore della razza», come esplicitano bene quelli che parlano della fantomatica esistenza di un «razzismo contro gli italiani». Espressioni che, con la loro permanenza nel discorso pubblico, testimoniano come il razzismo appena dissimulato vi abbia trovato cittadinanza incontrastata, tanto che c’è chi senza imbarazzo paragona il «buonista» al razzista, credendo forse di farsi terzo tra due estremismi e senza rendersi conto di essersi così già schierato dalla parte sbagliata.

 

Matteo Ricci, vicepresidente del PD

Matteo Ricci, vicepresidente del PD

Dopo 5 anni nel nostro paese non è cambiato molto, mentre in Norvegia la risposta all’attacco è stata «ci vuole più democrazia», da noi i soliti giornali parlano ancora apertamente di «minaccia del multiculturalismo», di «invasione» e si ripete in ogni occasione che tutti i terroristi sono musulmani, invocando contro di loro provvedimenti che ben poco hanno a che fare con democrazia e civiltà. Così la violenza razzista non accenna a diminuire e tutti gli osservatori parlano anzi di razzismo in crescita, sdoganato proprio da questi egregi rappresentanti della classe parlante. Ancora più preoccupante è che i cosiddetti progressisti sembrino quasi intimoriti dall’usare le parole giuste nel descrivere e condannare la strage, evitando come la peste di qualificare come razzista, nazista o fascista l’autore della strage e l’humus culturale che ha alimentato le sue azioni. Succede spesso in occasione di fatti di violenza che hanno una chiara matrice d’estrema destra, i sedicenti campioni della democrazia faticano a individuarla e a condannarla per quello che è. Così, forse per non turbare troppe persone con questioni evidentemente sgradite, l’anniversario della strage di Utoya sta passando in sordina, ignorato dai grandi giornali e derubricato allo scoppio d’ira d’uno squilibrato dalla maggior parte dei commentatori. Oggi non c’è da stupirsi che il razzismo sia in aumento ovunque e in Italia forse di più. C’è solo da chiedersi, anche se la risposta dovesse essere spaventosa, chi e quando si mobiliterà per ricacciarlo dove dovrebbe stare, tra i brutti ricordi della storia.

 

Post scriptum: poche ore dopo la pubblicazione di questo pezzo, una tragica conferma. A Monaco un giovane ammiratore di Breivik ha aperto il fuoco su un gruppo di adolescenti. La polizia locale ha detto che il legame tra i due fatti è «ovvio» in quanto il giovane autore, un diciottenne si sarebbe ispirato proprio a l massacro di Utoya, anche se forse le sue motivazioni personali andavano oltre xenofobia e razzismo. 

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