Il golpe in Turchia e i golpisti italiani

Posted on 16 luglio 2016

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Il tentato golpe in Turchia ha evidenziato un terribile gap nella formazione di molti italiani, che ieri sera si sono ritrovati a fare il tifo per i golpisti contro il «dittatore» Erdogan.

 

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Recep Tayyip Erdogan ha sicuramente le sue colpe e non è mai stato un campione della democrazia, ma non è un dittatore e stupisce che a definirlo così siano spesso persone che non usano lo stesso termine per Putin, per al Sisi o per i sovrani del Golfo. Ma la Turchia è un paese a maggioranza musulmana, il suo è un partito «islamico» e di recente le sue evoluzioni in politica estera e interna gli hanno procurato più nemici che amici. Al netto della difficile posizione del suo paese sullo scacchiere regionale, Erdogan non ha dato buona prova e in più ha cercato di consolidare il suo potere con ogni mezzo, comprese la censura e la repressione violenta, mentre cercava di ottenere i voti per modificare la costituzione in senso presidenziale. Gli è andata male, ha perso le elezioni perdendo la maggioranza assoluta e poi, dopo aver tentato un impossibile governo di coalizione, è tornato al voto e l’ha riconquistata di misura, dovendo abbandonare il sogno di conquistare quella maggioranza qualificata che gli avrebbe permesso di fare la riforma presidenziale in solitudine. Nel mezzo Erdogan fa la guerra ai curdi, con i quali aveva fatto pace da poco, tutti contenti, e poi è ricominciata la guerra. Che non è escluso sia stata alimentata proprio dallo «stato profondo» specializzato in strategia della tensione e fin troppo zelante nel bombardare i curdi. Tutte cose che i curdi hanno provato sulla loro pelle e che tutti i turchi conoscono, anche per questo non stupisce che preferiscano la zoppa democrazia con Erdogan al potere a una dittatura dei militari nazionalisti.

La più poderosa arma repressiva peraltro è fornita al governo proprio dalla costituzione e dal codice penale voluto dai «laici» militari, che tra «offese alla turchità» e all’onore delle istituzioni offrono un ampio ventaglio di soluzioni apparentemente legali per colpire chi critica il governo e la sua politica, soprattutto contro i curdi e il «terrorismo», lasciando carta bianca alla repressione più violenta. È su queste premesse che i partiti curdi sono sempre stati vietati con il consenso dai militari ed è su queste premesse che Erdogan pensa di riprovarci, perché con un concorrente in meno in parlamento i suoi voti peserebbero di più. Il divieto comunque non ha mai impedito ai partiti curdi di rinascere in altra veste, ma a ogni round di questa tragica commedia i loro gruppi dirigenti sono stati falcidiati dalle accuse di terrorismo. Non per niente l’Europa ha posto come precondizione all’accesso all’Unione proprio la cancellazione di quegli articoli e del ruolo di «garante» assegnato all’esercito, incompatibile con ogni ordinamento democratico. Una richiesta che all’inizio della sua avventura politica Erdogan non poteva esaudire perché minacciato dai militari e che ora forse non vuole esaudire pensando alla loro utilità per chi è al governo. Il golpe dovrebbe illuminarlo sulle ragioni dell’Europa e dei tanti turchi che da sempre ne chiedono la rimozione, perché un governo sotto «tutela» dei militari non risponde alla definizione di democrazia e perché quelli sono gli strumenti attraverso i quali l’esercito e lo stato profondo hanno sempre legittimato i loro tentativi di prendere il potere e la pretesa di governare occultamente. Erdogan gode di un consenso reale nel paese, conquistato negli anni e non estorto, fortificato grazie alla frammentazione delle opposizioni più che grazie agli espedienti con i quali ha cercato di silenziare critici e oppositori. Erdogan vuole trasformare la Turchia in repubblica presidenziale, ora che è presidente, ma non può farlo perché non ha i voti, così li cerca nelle urne, ma finora inutilmente. Erdogan non è un paladino della democrazia, ma non è neppure un dittatore ed è curioso che questa etichetta gli sia appiccicata di preferenza proprio da quanti fanno il tifo per Putin, che non osano invece definire dittatore.


I suoi nemici, venuti allo scoperto ieri, erano nascosti nello «stato profondo», misteriosi militari che agiscono all’insaputa degli alti comandi nominati dai governi, quelli di Gladio ed Ergenekon, formati prima alla lotta anticomunista e poi a quella anti-islamista. Maestri della strategia della tensione più volte presi con le mani nel sacco anche in tempi recenti, decisi e determinati al punto di bombardare il parlamento con i deputati dentro. Gli stessi che in questi anni hanno tramato dietro le quinte imponendo alcune scelte al governo, gli stessi che deposero con la sola minaccia il suo predecessore dell’AKP al governo. Anche questa volta avevano come sempre promesso democrazia e libertà, cominciando con il proclamare la legge marziale e la censura militare. Le precedenti dittature militari turche non possono offrire referenze tanto migliori, nel dopoguerra hanno fallito sia nella «democratizzazione» del paese che nella sua gestione, ma anche il tanto decantato Ataturk, fondatore della Turchia moderna, resse fino alla morte il paese con un regime monopartitico nel quale la democrazia non era prevista. Modernizzatore sì, democratico per niente, anche se molti sono invece e stranamente convinti del contrario. Nel dopoguerra la musica non è cambiata e le dittature militari non hanno mai brillato per garbo e grazia, mettendosi piuttosto in concorrenza con le più brutali e sanguinarie e non solo quando trattavano il problema curdo.


Al golpe le opposizioni turche hanno reagito all’unisono, condannandolo senza esitazione e con grande velocità. i primi sono stati i nazionalisti, in teoria quelli ideologicamente più vicini ai golpisti, seguiti a ruota dai curdi, che si sono schierati «per principio», sempre e comunque dalla parte del processo democratico e contro qualsiasi golpe. Un’unità dell’arco costituzionale che è stata probabilmente l’arma migliore contro i golpisti, che fin da subito si sono trovati privi di qualsiasi sponda politica e che dalle strade han visto spuntare solo oppositori.

La presa di posizione del partito curdo

La presa di posizione del partito curdo


Lo stesso ha fatto le cancellerie occidentali, che però in un primo momento han dato l’impressione di stare alla finestra e d’attendere di capire se il golpe avrebbe avuto successo, Un brutto segnale, anche se poi tutte le cancellerie si sono allineate a Washington nel respingere e condannare senza se e senza ma le azioni dei golpisti. Il ritardo però  è stato sicuramente percepito in Turchia e difficilmente porterà del bene al suo futuro democratico. Non c’è niente di più (d)istruttivo dell’esempio e l’esempio fornito dalle grandi democrazie in questa occasione non è stato sicuramente all’altezza.


Non tanto diversamente è andata da noi, il governo ha latitato a lungo e i pochi politici che si sono espressi nelle ore del golpe non lo hanno fatto adottando la posizione unanime di Europa e Stati Uniti. Molti, fin troppi, hanno invece appoggiato con entusiasmo i golpisti dando prova di grande disprezzo per la democrazia.

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I motivi di questa simpatia sono chiari, per molti Erdogan non è altro che un «islamico» intento a «islamizzare» la Turchia e complice dell’ISIS. Poco importa se Erdogan non abbia fatto altro che assecondare il piano anti-Assad sponsorizzato da Washington, Parigi, Londra e dai nostri «alleati» tra i dittatori del Golfo. La Turchia sconta il fatto d’essere un grande paese a maggioranza musulmana che da anni tratta per entrare nell’Unione, per quelli preoccupati della inesistente «invasione» è questa una minaccia da scongiurare a qualsiasi costo. Non è un caso che molte delle persone preoccupate per la democrazia in Turchia, di solito non emettano un fiato quando s’arriva a discutere di regimi veramente totalitari.


Poi ci sono quelli che Erdogan non è democratico e allora sperano che i militari prendano il potere e restaurino democrazia, diritti umani e laicità riconsegnando in fretta il potere ai civili. Davvero, esistono persone convinte che questa sia una possibilità che esiste nel mondo reale e non solo in quello nel quale le marmotte incartano la cioccolata. L’idea è bizzarra e non ha precedenti storici apprezzabili, di solito finisce che la dittatura militare resta al potere fino a che riesce a conservarlo a ogni costo e alla faccia di qualsiasi speranza di democrazia. L’idea poi è anche difficilmente immaginabile nella pratica, un po’ come l’esportazione della democrazia. I militari che prendessero il potere in Turchia e portassero velocemente il paese a nuove elezioni, finirebbero per riconsegnare il potere a un AKP probabilmente rafforzato dal golpe, a meno di non metterlo al bando e con lui metà dell’elettorato turco, e allora addio ripristino della democrazia. Inoltre la presa del potere sarebbe difficilmente una festa per i diritti umani e civili, l’esempio dell’Egitto di al Sisi è lì fresco e abbacinante e i precedenti specifici dei militari turchi fanno sospettare il peggio, tanto che ieri erano partiti subito con la proclamazione della censura militare e della legge marziale, oltre a bombardare il parlamento con i deputati all’interno. Facile immaginare arresti di massa e altri provvedimenti poco simpatici, com’è nella tradizione dei golpisti turchi. Dei colonnelli e generali golpisti inoltre non si sa nulla, potrebbero anche essere i peggiori criminali, ma è un dettaglio di nessun interesse per i loro fan, basta che siano contro Erdogan o, per altri, che facciano casino allontanando l’ipotesi di un ingresso in Europa della Turchia.


Al netto di queste considerazioni resta il fatto che molti, troppi, hanno fatto apertamente il tifo per il golpe militare , rivelando così una pericolosa ignoranza per i principi che reggono la democrazia e una preoccupante facilità a passarci sopra quando il suo esercizio non restituisce i risultati da loro auspicati. Persone che incredibilmente hanno sostenuto con entusiasmo gli sconosciuti autori di un golpe militare contro un parlamento e una popolazione che lo ha respinto all’unanimità o quasi, tutte pronte a fare le  democratiche con il culo dei turchi, per parafrasare un’espressione nota e accessibile a tutti. Tutti commentatori molto «realisti», tanti pronti a paragoni assurdi tra Hitler e Erdogan o ad accusare chi obbiettasse ai loro festeggiamenti accusandolo a loro volta d’essere un tifoso d’Erdogan, come ai tempi accusano chi si opponeva all’invasione dell’Iraq di essere complice di Saddam. Tifosi che capiscono solo un mondo nel quale tutti fanno il tifo, ma prima di tutto persone poco educate al confronto democratico e  che di democrazia parlano senza cognizione di causa, invocando il golpe militare con una leggerezza impressionante, un bruttissimo segnale.

 

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Così ai danni provocati dal golpe fallito e all’ovvio vantaggio che ora offre a Erdogan, si sono aggiunti l’attendismo delle cancellerie e il frastuono di tanti autorevoli commentatori occidentali che hanno fatto il tifo per i  golpisti. Tutte cose che osservate dalla Turchia faranno piacere a pochi, tutte reazioni dannose per la stessa democrazia, che quando si comincia ad adottare questo genere di doppio standard finisce inevitabilmente ferita e delegittimata. Reazioni che spingeranno Erdogan a osare ancora di più nel cercare di forzare i limiti che gli impone l’ancora fragile democrazia turca. se si può fare un golpe per dei buoni motivi, si potrà anche passar sopra a qualche limite più modesto. Così muore la democrazia, quando i buoni motivi (soggettivi) portano a fare stracci dei fondamentali, che invece dovrebbero essere inviolabili e per nulla aggirabili a piacimento da quanti usano la difesa della democrazia solo come pretesto, per avanzare o giustificare pretese che non hanno nulla di democratico.


L’aspetto positivo del golpe è invece tutto nella reazione collettiva dei turchi, tutti decisi e reattivi nel rigettarlo come strumento ammissibile per dirimere i pur enormi problemi che flagellano il paese e persino come rimedio all’autoritarismo con il quale Erdogan e il suo partito cercano d’accaparrarsi sempre più potere. Una risposta che finirà inevitabilmente sottovalutata da quanti identificano il paese come una «minaccia islamica», anche se in realtà è stata la miglior dimostrazione di maturità democratica che la politica e i cittadini turchi potessero offrire al mondo. Una grande lezione di democrazia offerta a folle d’occidentali troppo abituate alla democrazia, al punto di essere pronti a svalutarla ad abiurarne i fondamenti per la convenienza del momento. Alla lezione di democrazia dei turchi, in Italia si è purtroppo opposto l’emergere di una grande massa di persone pronte ad applaudire a prescindere l’avvento di una dittatura militare, tra le quali non sono mancati i politici e i commentatori a vario titolo esperti che non hanno saputo schierarsi dall’unica parte giusta. Chi plaude a un golpe militare si mette automaticamente al di fuori della democrazia ed è egli stesso un nemico o un peso per la democrazia, che lo faccia con sconsiderata leggerezza o decorando di sofismi la sua posizione. Ieri s’è vista una massa di persone che ha abiurato, dimenticato o forse che non ha mai imparato a conoscere e rispettare i fondamentali della democrazia, persone che appoggiando con entusiasmo il golpe militare si sono poste al di fuori della civiltà democratica e dell’ideale consesso che dovrebbe comprendere chi lotta e si batte per la democrazia e non solo per i casi suoi. E non è stato un bello spettacolo.

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