Caro Molinari, ti spiego il Gramellini d’Arabia

Posted on 10 giugno 2016

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Ieri Massimo Gramellini ha pubblicato uno dei suoi famosi «Buongiorno» suscitando notevoli proteste perché il pezzo è stato giudicato da molti, in estrema sintesi, bugiardo e razzista.

Accuse che la public editor della Stampa e il condirettore hanno rigettato senza dubbio alcuno, in particolare Massimo Russo, che è intervenuto con energia in difesa del collega, com’è naturale che faccia un direttore, ma sbagliando completamente bersaglio e finendo così per parlare d’altro senza rispondere alle critiche rivolte al pezzo di Gramellini.

Si può capire che Russo abbia sentito il bisogno di difendere Molinari appena investito da una bordata d’insulti da parte dei razzisti perché ha visitato la moschea di Roma in occasione dell’inizio del Ramadan, e con lui Gramellini dalle critiche meno urbane che ha ricevuto, ma il tenore delle accuse rivolte da tanti a Gramellini avrebbe consigliato d’entrare nel merito del pezzo e non di perdersi in una tirata poco sensata contro quelli che «eravamo tutti Charlie Hebdo» (?). Tanto più che l’articolo non è un pezzo satirico e che la risposta di Russo sembra quella di chi non ha letto l’articolo incriminato e lo difende sulla fiducia.

Eccomi allora, caro Molinari, permettimi di spiegarti con l’auspicata leggerezza come il pezzo di Gramellini abbia proprio superato quelli che: «Per noi gli unici confini sono l’istigazione all’odio e la negazione dei fatti». E di come lo abbia fatto di slancio, senza limitarsi al giudizio estetico sulle divise, peraltro criticate da molti senza tirare in ballo i musulmani.

Gramellini sostiene che la scelta delle divise delle hostess dell’Alitalia sia il risultato delle pressioni moralizzatrici dei nuovi padroni della compagnia. Poco importa che Montezemolo abbia spiegato quanto si è battuto per l’adozione del rosso, che è il colore della Ferrari, di Italo e di altre imprese che hanno visto coinvolto il manager e non certo il colore dell’Islam. Di queste pressioni non c’è traccia, nessuno le ha lamentate, ma Gramellini ne denuncia l’esistenza con certezza, anche se non cita alcuna fonte in merito. Potresti dunque cominciare con il chiedergli, e con il farci sapere, se è una sua intuizione, se lo ha saputo da un suo cugino o se si tratta di un’indiscrezione proveniente da fonte fededegna?

Le pressioni sarebbero dimostrate, par di capire, anche dalla fattura delle divise che, scrive Gramellini hanno un problema: «Dalla punta dei capelli a quella dei piedi, sarebbe vano cercare un centimetro di pelle scoperta».

Ecco, questa è una plateale falsità e si può affermarlo senza ulteriori indagini perché le maniche delle divise arrivano poco sotto il gomito e il bordo della gonna si ferma sopra al ginocchio, come per tutte o quasi le divise di tutte le compagnie del mondo, comprese quelle di Etihad, che non sono per nulla castigate. Nemmeno il capo è coperto, se s’esclude un piccolo cappello da portare sulle ventitré. Molte divise Alitalia del passato, anche recente, sono più coprenti e non hanno mai destato scandalo per questo. Inoltre in cabina le hostess non indossano i guanti di pelle, in tinta con le borse, che si vedono in molte delle immagini promozionali che hanno accompagnato la loro presentazione. Non si capisce quindi quali centimetri di pelle in più vorrebbe vedere esposti Gramellini per giudicare la divisa sufficientemente «non musulmana», ma di sicuro non quelli degli steward, gli interessano infatti solo quelli delle hostess. E così c’è chi ha visto nell’articolo anche un approccio sessista da tipico maschio italiano di una certa età, di quelli che misurano con sguardo preciso i centimetri di carne esposta o nascosta nelle donne che sottopongono ad attento esame visivo e che, nel caso, ne lamentano la mancanza. Un maschio che da sempre riserva alle hostess un posto preciso nel suo immaginario erotico, ma le hostess sono lavoratrici impegnate in mansioni faticose in un ambiente molto particolare, pretendere che esibiscano le carni per soddisfare chi ne apprezza la vista può effettivamente giustificare sospetti e accuse di sessismo.

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Le premesse fattuali si dimostrano quindi del tutto infondate, compreso il collegamento tra una qualsiasi cultura musulmana e le calze verdi delle hostess, che per le assistenti di terra Alitalia sono invece di un peccaminoso rosso sotto la divisa verde. Dettaglio che da solo basterebbe ad azzerare le pretese dell’autore. Gramellini non si limita ad esprimere opinioni, ma verga una serie di falsità auto-evidenti, per di più a danno di un’azienda che ha già le sue disgrazie e che occupa tanti lavoratori e lavoratrici con la cittadinanza italiana, sicuramente poco felici di veder descrivere Alitalia come il cavallo di troia di una cultura aliena e loro stessi come vittime o complici del fenomeno. Etihad inoltre è un’azienda internazionale che opera in tutto il mondo senza mai aver suscitato accuse come quelle che le ha rivolto Gramellini. Ethiad poi non è «una cultura» e ancora meno: «una cultura che, quantomeno in materia di donne, si trova nelle condizioni più di prendere esempi che di imporne». Etihad potrebbe giustamente risentirsi delle sparate di Gramellini, magari va a finire che in redazione telefona un Montezemolo arrabbiato, per non dire del povero stilista Ettore Bilotta (in copertina con le sue creazioni) che lavora da anni per Alitalia e ora fa la figura di quello venduto al barbaro invasore e complice della sottomissione delle «nostre donne».

Su queste premesse clamorosamente sbagliate Gramellini fonda la sua denuncia dell’invadenza del «committente musulmano», che in realtà sarebbe da individuare tra il presidente della compagnia Montezemolo e l’A.D australiano Cramer Ball. E sulle stesse premesse fonda  la morale a beneficio del lettore che chiude il suo «Buongiorno», una morale per niente «leggera»:

Io vi leggo la certificazione di cosa succede quando un bene italiano finisce nelle mani di una cultura che, quantomeno in materia di donne, si trova nelle condizioni più di prendere esempi che di imporne.

La chiusura del pezzo, tragica e per niente leggera, ci restituisce quello che sembra, sia detto per celia e senza voler imporre a Gramellini la reductio ad hitlerum, il Protocollo del Savio Gramellini. Una versione in sedicesimo dei più famosi e altrettanto falsi Protocolli dei Savi di Sion, che denunciavano l’inesistente piano di conquista del mondo da parte degli ebrei. Questa volta sembra che i musulmani ci vogliano islamizzare e lo vogliano fare anche attraverso le divise dell’Alitalia.

Con questo pezzo, caro Molinari, Gramellini si è armato di Fallaci e fallacie e ha dato alle stampe una robaccia degna dello sproloquio di un razzista al bancone d’un bar. Se non sbagliate a difenderlo in quanto vittima d’insulti, sbagliate invece a difenderlo come autore dell’articolo, perché Gramellini con un pezzo del genere mira ad eccitare esattamente il tipo di personaggi che ti hanno insultato per la visita alla moschea. Quelli che temono l’invasione islamica, quelli che vedono musulmani minacciosi ovunque e quelli che, proprio come Gramellini, si fanno spesso improvvisati paladini delle «nostre donne» con il solo pretesto d’esprimere pensieri razzisti nei confronti dei «musulmani». Di alcuni di loro si può pensare che lo facciano per ignoranza o faciloneria, di Gramellini no.

Gramellini non ha «messo alla berlina» le divise, ma Alitalia ed Etihad. Questo ha scritto e lo ha fatto in un pezzo che ha intitolato «Alì Italia» nel quale scrive persino di «Europa Saudita» anche se i sauditi nella storia non c’entrano neppure di striscio. Tipico dell’approccio razzista, guarda il caso, è fare questo genere di confusione e generalizzazione, ancora più colpevole in quanto identifica dolosamente il «committente musulmano» con l’estremismo wahabita e i sauditi, ma Etihad non è  neppure saudita.

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Per questo e per gli altri motivi elencati sopra, caro Molinari, t’invito a correggere i’intervento di Russo e a chiedere a Gramellini di correggere il suo, non solo nella parte nella quale aveva scritto che l’azienda è di Dubai invece che di Abu Dhabi, l’unico passo sbagliato che ha deciso di correggere in seguito alle polemiche. Pezzi dall’impostazione razzista come questo, l’evocare a sproposito lo scontro di civiltà, l’inventare le cose, sono ingredienti che non possono essere quelli del giornalismo sano, nemmeno dei pezzi «d’opinione». E se ti capita di non vedere il razzismo di primo acchito in questo pezzo, prova a pensare cosa diresti se sul tuo giornale qualcuno scrivesse frasi come: «il committente è ebreo e si vede». Non è forse ancora più pericoloso, quando sproloqui del genere sono pronunciati con assoluta noncuranza nello spazio «leggero» di uno dei giornalisti italiani che ha più visibilità e notorietà, e che per di più si fa vanto d’esser progressista?

La risata ce la siamo già fatta, ora preoccupati di rispondere puntualmente ad accuse e critiche, perché quello di Gramellini non è un esercizio di libertà di pensiero che fa «impazzire di rabbia gli integralisti», ma una sbobba maleodorante che, a chi abbia a cuore la civiltà e la qualità del giornalismo, fa sì venir voglia di tirare la cordicella, ma quella dello sciacquone. Definire queste persone come «maestrini della correttezza» o con altri epiteti poco lusinghieri per difendere un pezzo come quello di Gramellini non vi fa onore, fa male all’azienda che rappresenti e al paese nel quale vivi. Cerca di tenerlo a mente, non è così che si difende «la nostra cultura», non certo difendendo a prescindere pezzi del genere. Non lasciare che «il filo rosso che parte da Alfredo Frassati, passa da Norberto Bobbio e da Alessandro Galante Garrone per arrivare fino a noi, incrociando nel suo percorso l’Unità d’Italia, Giustizia e Libertà, l’azionismo, la nascita della Repubblica» finisca oggi per condurre i lettori della Stampa in una latrina animata e frequentata da razzisti.

 

P.s. Un’ultima nota, forse sono io che sono strano, ma non userei mai una foto di Einstein per decorare una risposta del genere, avrei troppo timore che qualcuno pensasse che io voglia in qualsiasi modo paragonarmi a lui. Usare la sua immagine in un contesto del genere mi pare un’enormità.

P.p.s. Per un errore avevo attribuito la replica di Russo a Molinari, che invece con il pezzo intendo stimolare a intervenire in prima persona

 

 

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