Panama Papers & «The opposite of journalism»

Posted on 4 aprile 2016

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I Panama Papers sono appena stati annunciati, nessuno li ha visti, se non i giornali che stanno collaborando per diffonderli, ciascuno secondo il proprio interesse locale. Ma ecco, subito,  che un siparietto tra Gianni Riotta e Guido Crosetto ci presenta un’ipotesi complottista sulla loro genesi.


brividi panama

Peccato che il leak in questione riguardi un unico studio legale panamense e che ce ne siano a decine, se non centinaia, nel mondo, coadiuvati da altri migliaia che con questi collaborano a beneficio dei propri clienti. Impossibile quindi ritrovare nei suoi documenti tutto il mondo o coltivare la pretesa che la composizione della lista abbia qualche significato diverso dalla rappresentazione della clientela di Mossack Fonseca, semmai sarà da tener d’occhio come e quanto ne riferiranno i media che vi hanno accesso, che finora si sono segnalati per puntare il dito su Putin, anche se a ben vedere il nome di Putin nei documenti non l’ha ancora trovato nessuno. È di conseguenza insostenibile l’ipotesi di Riotta e di altri complottisti, basata esclusivamente sull’apparente assenza di nomi «americani». Assenza che non è, perché conosciamo già un dato grezzo che ci dice del coinvolgimento di 3.000 società statunitensi (e oltre a 9.000 britanniche), senza considerare quelle ormai domiciliate all’estero. Il tutto per non dire della nota del direttore di Süddeutsche Zeitung, la testata tedesca che ha ricevuto per prima il massiccio database, che in merito ai dati «americani» all’apparenza mancanti, invita ad attendere. Il The International Consortium of Investigative Journalists che coordina lo sforzo ha annunciato che la lista completa dei nomi d’individui e società sarà pubblicata in maggio.

Come nel caso di altri massicce fughe di dati, e questo è il più massiccio mai visto finora, i media che ricevono le informazioni devono prima vagliarle e poi proporle ai lettori nei tempi e modi propri del giornalismo, evitando ad esempio di bruciarle e svilirle proponendole tutte insieme. Per questo anche le rivelazioni di Wikileaks sono spesso uscite «a puntate» e sarà così anche in questo caso, che offre  2,6 terabyte di dati da analizzare e organizzare, una massa enorme. Finora è stato presentato al pubblico poco più di un centinaio di documenti su oltre 11.000, per quello che riguarda l’Italia meno di 10 nomi sugli oltre 800 che vi sarebbero contenuti. Questo significa che fare potesi su quello che c’è o che non c’è all’interno del grande leak è prematuro e quantomeno avventato. Come già è successo per i file della NSA diffusi da Snowden ci vorranno settimane e forse mesi per esaurire le storie che si possono trarre dall’archivio venuto alla luce. Anche il quel caso Riotta cercò d’anticipare tutti sostenendo che l’oggetto dello spionaggio NSA fossero «solo metadati», salvo essere smentito brutalmente dalla realtà subito dopo.

 

C’è da dire che l’interesse di Riotta per il caso è soprattutto quello di chi, da anni, cerca di sminuire, se non calunniare, le imprese di Wikileaks, Snowden o altri whistleblower e giornalisti che con le loro rivelazioni hanno messo in difficoltà gli Stati Uniti. Giornalisti ed ex ufficiali americani spesso presentati da Riotta ai lettori come complici, se non spie, al soldo di Putin. Non è infatti la prima volta che Riotta sostiene che siano tutti più o meno complici di Cina e (soprattutto) Russia in un attacco all’Occidente e agli Stati Uniti in particolare. Poco importa che in questo caso tra le rivelazioni siano già spuntati tra gli altri alcuni finanziatori della Clinton, il fido alleato ucraino Poroshenko, il padre del britannico Cameron o che il primo governo a cadere per il lor effetto sia quello occidentalissimo d’Islanda, dove contrariamente a quanto raccontato da alcuni non c’è stata nessuna rivoluzione, tanto che si è scoperto che l’attuale primo ministro nascondeva offshore la sua partecipazione nelle banche, che la vulgata vorrebbe nemiche del nuovo governo.

Ovviamente Riotta e quanti ne condividono l’approccio, e in Occidente non sono pochi, hanno mancato di sostenere l’ipotesi complottista  con qualcosa che assomigliasse a una prova e non è rimasto loro che rimestare lo stesso fango per anni. Se questa ostilità non è una novità, è invece una novità vedere Riotta & co. affiancati ai complottisti di sempre, per i quali il leak del database della Mossack Fonseca «è tutta colpa di Soros» o comunque della longa manus di quelli impiegati nel big complotto che promana dalla Spectre pippo-pluto-giudaica per dominare il mondo.

Tutti a inseguire le proprie fissazioni e fantasie e ben pochi che cerchino di capire meglio il valore dei dati diventati pubblici e il loro reale contenuto, preferendo come al solito il lancio d’ipotesi e titoli ad effetto, quanto di dubbia corrispondenza alla realtà. Troppo faticoso studiare e cercare di capire, meglio rilanciare all’infinito le proprie ipotesi preconfezionate aggiustandole ancora una volta su quello che offre la cronaca, the opposite of journalism, ma questo è quello che passa il convento. Lavorare seriamente stanca e, in tutta evidenza, paga di meno del darsi a questo genere di cabaret.

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