Perché votare sì al referendum sulle trivelle

Posted on 21 marzo 2016

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Nell’aprile del 2006 il governo Berlusconi licenziava il «Codice dell’Ambiente» ovvero il d.lgs. n. 152/2006 (T.U. ambiente), che all’articolo 6 recita:

«Ai fini di tutela dell’ambiente e dell’ecosistema, all’interno del perimetro delle aree marine e costiere a qualsiasi titolo protette per scopi di tutela ambientale, in virtù di leggi nazionali, regionali o in attuazione di atti e convenzioni dell’Unione europea e internazionali sono vietate le attività di ricerca, di prospezione nonchè di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi in mare, di cui agli articoli 4, 6 e 9 della legge 9 gennaio 1991, n. 9. Il divieto è altresì stabilito nelle zone di mare poste entro dodici miglia dalle linee di costa lungo l’intero perimetro costiero nazionale e dal perimetro esterno delle suddette aree marine e costiere protette».

Ai fini di tutela dell’ambiente e dell’ecosistema, si decideva che entro le 12 miglia marittime di distanza dalle coste italiane non sarebbe più stato possibile svolgere alcuna attività relativa alla ricerca o all’estrazione d’idrocarburi, con una significativa eccezione: gli impianti già esistenti potevano continuare ad operare in deroga alla legge e in regime di proroga fino all’esaurimento dei giacimenti. «Ai fini di tutela dell’ambiente e dell’ecosistema» si decideva in pratica di lasciate tutto come stava, poco importa se lasciare attive le piattaforme esistenti entro le 12 miglia andrebbe in direzione contraria di qualsiasi tutela dell’ambiente e dell’ecosistema, ai quali procurano e hanno procurato danni da decenni, perché non esiste attività estrattiva di questo tipo che non procuri l’inquinamento dell’ambiente contiguo alle piattaforme. Per questo e per altri motivi i consigli di 9 regioni; Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise; si misero insieme e chiesero alcuni referendum (6) che sarebbero intervenuti sui punti più critici di quella parte del Codice.

Con le assemblee delle regioni, nessuna dei quali a maggioranza ambientalista, nessuna dei quali controllata dal Movimento 5 Stelle, scesero in campo diversi politici, che poi hanno visto riconosciute buona parte delle loro ragioni nella legge di stabilità 2016, in vigore dal 1 gennaio scorso, che è intervenuta a sanare quanto lamentato dai governatori con i referendum proposti, lasciando inesaudita solo la questione della permanenza delle piattaforme esistenti entro le 12 miglia, che sarà perciò sottoposta a referendum. Coerentemente con questa presa di posizione, il governo Renzi si è poi detto ostile al referendum, in una delle sue ultime dichiarazioni ha affermato:

“Non fatevi prendere in giro – esorta -, non è un referendum sulle nuove trivelle, che hanno già la linea più dura d’Europa. È un referendum – del tutto legittimo – per bloccare impianti che funzionano. Io lo considero uno spreco”. “Volete dire che dobbiamo dare un segnale?- chiede-. Non buttate via trecento milioni di euro per dare un segnale”.

Il riferimento ai 300 milioni è relativo alla spesa del referendum, che saranno «buttati via» comunque, che vinca il sì oppure no, non sembra un gran argomento e in effetti da parte del governo e dei suoi sostenitori non è ancora giunta la spiegazione del motivo per il quale i «fini di tutela dell’ambiente e dell’ecosistema» imporrebbero di vietare qualsiasi nuova attività, comprese quelle di ricerca, ma al contempo permetterebbero la permanenza degli impianti esistenti. L’esortazione andrebbe respinta al mittente in attesa di risposte migliori.

In tutto sono una ventina le concessioni ancora attive e interessate dal referendum perché situate entro il fatidico limite delle 12 miglia. Si tratta per la precisione di piattaforme d’estrazione e non trivelle, termine usato comunemente in questi giorni, perché le trivellazioni necessarie sono già state fatte da tempo, anche se non è escluso che vi si faccia ricorso nel caso di uno sfruttamento continuato dei giacimenti. Le concessioni in mare sono divise in 7 zone, di cui 5 sono interessate dal referendum: la zona A (Alto Adriatico), la zona B (medio Adriatico), la zona C (tratto di mare a sud della Sicilia), la zona D e F (Mar Ionio). In mare (entro e oltre le 12 miglia dalla costa) viene estratto l’1,30% del petrolio che l’Italia consuma ogni anno e circa il 7,85% di gas naturale (su dati 2014 forniti dal Ministero dello Sviluppo Economico). Petrolio e gas estratti entro le 12 miglia sono il 27% del totale del gas e il 9% del greggio estratti in Italia, che coprono circa il 10% del fabbisogno nazionale e rappresenterebbero lo «spreco» di cui parlano Renzi e molti altri. Però è uno «spreco» anche vietare per sempre nuove ricerche e nuovi impianti, visto che in questo caso si definisce sopportabile o moderato il contributo inquinante di questi impianti, lo stesso che ha spinto a vietarne di nuovi.  Inquinamento certificato e riconosciuto da dati ufficiali, che fa il paio con l’inquinamento prodotto bruciando quel gas, che anche essendo meno inquinante di petrolio e carbone resta una scelta energetica perdente, ancora di più considerando che nel 2013 un terzo dell’energia prodotta in Italia è stata generata bruciando gas naturale. Il necessario per arrivare al 64% dell’energia elettrica prodotta in Italia bruciando combustibili fossili, è stato prodotto da centrali a petrolio e carbone.

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I sostenitori del no peraltro focalizzano la loro azione sulle virtù «ecologiche» del gas e omettono di dire che anche il petrolio viene estratto da 7 piattaforme divise in 4 concessioni dislocate tra Adriatico centrale e nel Canale di Sicilia. Secondo i sostenitori del no le piattaforme petrolifere, che in caso d’incidenti possono produrre veri disastri ecologici, spariscono per il semplice fatto di essere di meno e il referendum s’accanisce quindi contro il gas buono. Per capire di cosa si parla bisogna ricordare che gli impianti termoelettrici sono il sistema energeticamente meno efficiente per produrre elettricità, funzionino a gas o con qualsiasi carburante. Poi può essere utile la visione dei dati proposti da Michele Mercuri, relativi al funzionamento di una centrale a gas, che spiegano come di ecologico nella pratica ci sia ben poco.

Nel 2013 ad es. la centrale di Simeri Crichi (CZ – Calabria) per produrre 2.426.322MWh di corrente elettrica ha consumato:
a) 17.133.000 metri cubi di acqua marina
b) 2.122 metri cubi di acqua potabile
c) 2,4 tonnellate di gasolio
d) 241,24 tonnellate di ipoclorito di sodio (lo usano per i depuratori)
e) 4,77 tonnellate di acido cloridico
f) 2,95 tonnellate di idrossido di sodio
g) 1,59 tonnellate di deossigenante
h) 0,89 tonnellate di disincrostante
i) 462.303.000 metri cubi di gas metano
k) 3,90 tonnellate di azoto tecnico

La stessa centrale ha immesso nell’atmosfera e nel mare in un anno (2013):
l) 320,27 tonnellate di ossidi di azoto
m) 279,02 tonnellate di monossido di carbonio
n) 9.907.444,42 tonnellate di Anidride carbonica
o) 15.467.000 metri cubi di acqua di scarico trattata (finita in mare).

I sostenitori del no però hanno già deciso che il gas è «pulito» e che sarebbe da sciocchi andarlo a comprare altrove quando ce l’abbiamo in casa, i «fini di tutela dell’ambiente e dell’ecosistema» sembrano del tutto irrilevanti o affrontati minimizzando l’impatto inquinante degli impianti e del gas, che per il solo fatto d’essere meno inquinante di petrolio e carbone all’improvviso diventa addirittura «ecologico». In quasi tutto il mondo sta calando il numero di centrali termoelettriche, che vengono spente perché sostituite da fonti rinnovabili, mentre da noi c’è chi ritiene razionale e sensata la scelta di espandere la quota di generazione a gas per ridurre la quantità di petrolio e carbone che finiscono bruciate allo scopo. Anche quando s’arriva ai conti e a ragionamenti di carattere economico e strategico, i sostenitori del no vagheggiano. Una persona esperta come Romano Prodi, ad esempio, ha affrontato il tema del referendum allo sbaraglio, affidandosi più all’istinto che a un approccio ragionato nel definire il quadro economico della disputa:

E’ un tema importantissimo. Ci ho riflettuto bene e devo dire che mi sono sempre schierato sull’assoluta necessità di avere, ovviamente nella massima sicurezza, una produzione nazionale, come hanno tutti i Paesi. E’ assolutamente necessario anche attrarre gli investimenti esteri, come accade in tutte le nazioni del mondo, certamente, come detto, garantendo la massima sicurezza. E comunque – spiega il Professore – se non lo facciamo noi nello stesso mare lo fanno altri.

Prodi si è salvato in corner aggiungendo sul finale «sul caso specifico della consultazione referendaria, rifletterò bene quando torno in Italia» e ha fatto bene, non solo perché non si capisce che investimenti dovrebbero attrarre i giacimenti già esistenti o quelli che son stati vietati e lo resteranno, entro le 12 miglia. Nessun «altro» poi potrà trivellare nell’area marina interessata o oltre le 12 miglia, dove gli impianti continueranno a operare come prima, rappresentando comunque una minaccia all’ambiente più diretta di quella rappresentata da impianti sulle sponde dell’Adriatico o del Mediterraneo opposte alle nostre, rendendo oltremodo specioso l’argomento secondo il quale è inutile che noi limitiamo l’inquinamento, perché ci sono già i nostri vicini che inquinano e che approfitterebbero. Arriviamo primi noi comunque. Non si capisce chi potrebbe venire a rubarci il nostro all’interno delle aree marine coperte dalla nostra sovranità e nemmeno come possa essere giudicata strategica una produzione nazionale che copre a stento il 3% del fabbisogno nazionale. L’unica produzione locale implementabile a livelli significativi è quella d’energia rinnovabile, che peraltro a differenza dei giacimenti non si esaurisce e non produce emissioni inquinanti. L’indipendenza energetica non arriverà mai dalle estrazioni di combustibili fossili dal nostro territorio, che siano in mare o in terra non possono scalfire minimamente una situazione che ci vede importare il 90% del fabbisogno nazionale d’idrocarburi. Una totale mancanza di senso e di conoscenza della questione, ma Prodi nell’occasione ha definito la decisione «un suicidio economico» e l’espressione è subito stata utilizzata diffusamente dagli oppositori del referendum, poco importa se fondata su tali presupposti.

È ovvio che vietando la presenza d’impianti d’estrazione in certe zone del paese si rinunci ai proventi che producono, ma se accade è perché si ritiene più importante l’oggetto da tutelare, l’ambiente costiero in questo caso, dei guadagni apparenti portati dalle estrazioni allo stato. Stato che è poi quello che comunque si fa carico di tutte le conseguenze di cui non si fan carico i petrolieri, da quelle ambientali a quelle sanitarie, che possono manifestarsi a lungo, anche una volta esaurito lo sfruttamento dei giacimenti. Chi lamenta che la decisione non sia economicamente conveniente, dovrebbe fare i conti includendo tutta una serie di spese ed economie che per ora non ha messo insieme nessuno, limitandosi i più a considerare la chiusura come la perdita secca dei guadagni assicurati dalle piattaforme e rimuovendo ogni altra considerazione di carattere economico.

Per il resto ci si accapiglia sull’inquinamento prodotto dalle piattaforme attorno ai dati di una ricerca per l’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) curiosamente sovrintesa e sponsorizzata dall’ENI nella doppia veste d’investigatore e principale indagato in quanto proprietaria della maggioranza degli impianti interessati, che ha  rilevato attorno a due piattaforme su tre la presenza di sostanze (molto) inquinanti e persistenti nella catena alimentare. Per quelli secondo i quali non è rilevante: «I limiti presi a riferimento per le sostanze oggetto di monitoraggio e riportati nel rapporto di Greenpeace non sono limiti di legge applicabili alle attività offshore di produzione del gas metano. Valgono per corpi idrici superficiali (laghi, fiumi, acque di transizione, acque marine costiere distanti 1 miglio dalla costa) e in corpi idrici sotterranei.» Che vuol dire che gli impianti inquinano, ma «poco». Poco perché più si va al largo e più è consentito inquinare, così quelle che sarebbero acque inquinate restano acque inquinate, ma entro i limiti di legge perché non si trovano entro un miglio dalla costa, ma entro le 12 miglia. Acque tanto inquinate sono pericolose per farci una nuotata a riva se sei un uomo, ma non per viverci se sei un organismo marino o un pesce, che poi porterà quelle sostanze su per la catena alimentare fino alla nostre tavole.

C’è addirittura chi ha avuto il coraggio di scrivere che le piattaforme sono aree di ripopolamento ittico, mostrando di non sapere che in quel caso si tratta di piattaforme sommerse una volta esauriti i giacimenti o perché vittime d’incidenti, se volete che diventino aree di ripopolamento ittico, votate sì al referendum. Quanto alla pericolosità degli impianti, all’improvviso sembra sparita, gli impianti sono diventati sicuri e il rischio di disastri sparito, anche se ovviamente non è così e la sicurezza assoluta non la può offrire nessuno e dimenticando che anche in Italia si sono visti incidenti come quello che riguardò la piattaforma Paguro nel 1965, che esplose provocando la morte di tre operai e che:

… s’incendiò e si inabissò nel cratere formato nel fondale dal gas, che continuava ad uscire alla pressione di circa 600 atmosfere. Parte della piattaforma metallica era fusa dal calore del fuoco, le fiamme raggiunsero un’altezza di 30 metri fuori acqua, e solo tre mesi dopo, grazie ad una nuova perforazione laterale riuscì a cementare il PC7. Da allora sono passati 50 anni, la situazione del relitto non è mutata granché, la parte più alta si trova sempre a meno 10 metri, buona parte degli alloggi è collassata corrosa dall’ossido e correnti galvaniche ed il cratere è sempre a meno 33 metri.

Oggi la piattaforma Paguro giace ancora a 14,5 miglia dal porto di Marina di Ravenna, ed è un’area di ripopolamento ittico, così come lo sono altre strutture sottomarine che con la loro presenza impediscono la pesca a strascico sui fondali altrimenti sabbiosi dell’Adriatico e offrono un habitat altrimenti inesistente, le piattaforme attive invece non sono adatte. Ma nessuno ancora spiega perché gli stessi «fini di tutela dell’ambiente e dell’ecosistema» che non sono lesi dall’operatività degli impianti, impongano con forza di legge (Vedi Renzi:«la linea più dura d’Europa») di non aprire altri impianti.

Che quella del governo e degli allineati sia un atteggiamento di retroguardia e antistorico lo dimostra anche il fatto che dal 2010 al 2014  il fabbisogno totale di gas naturale dell’Italia si è ridotto del 25,70%, con uno spettacolare -40% di consumo di gas nelle centrali termoelettriche italiane, un risultato che è figlio del calo dei consumi e dell’aumento della generazione di energia elettrica da fonti rinnovabili. Risparmio energetico e rinnovabili hanno ridotto grandemente la nostra dipendenza dai combustibili fossili, che invece non può essere incisa significativamente dalle estrazioni. Invece in pochi anni abbiamo ridotto in maniera significativa l’uso di fonti fossili nella generazione d’energia e i numeri ci dicono che è come aver scoperto giacimenti molto più estesi di quelli ora presenti in tutto il territorio nazionale , giacimenti eterni d’energia pulita, non solo meno sporca di quella prodotta bruciando carbone e petrolio.

consumi

Votare sì al referendum non è quindi questione di «isteria e nel fanatismo ecologista» come hanno suggerito certi randellini subito scesi in campo in soccorso del governo e non è neppure un «suicidio nazionale» come suggerito da Prodi. Si tratta semplicemente di ritenere che gli stessi «fini di tutela dell’ambiente e dell’ecosistema» che impongono di non trivellare mai più entro le 12 miglia, valgano anche a impedire la permanenza degli impianti già operativi che, comunque vada il referendum, resteranno operativi fino alla scadenza delle concessioni o delle proroghe in corso di validità. Votare sì al referendum vuol dire solo evitare che quegli impianti sotto costa restino attivi per altri decenni, non c’è nessun’altra conseguenza apprezzabile, tanto più che viviamo in un periodo storico nel quale l’eccesso d’offerta di combustibili fossili s’incrocia con l’inarrestabile aumento del ricorso a fonti rinnovabili e quindi con una contrazione strutturale e costante della domanda su scala globale. Di gas e petrolio c’è e ci sarà abbondanza e non è vero che rinunceremo agli impianti sotto costa per sfruttare quelli presenti in altri paesi e quindi inquinare là. Il gas lo prendiamo da Russia, Algeria e Libia, fiumi di gas attraversano l’Italia tramite i gasdotti diretti in Europa e non è gas estratto vicino alle coste, e non arriva con le navi metaniere. Inutile quindi lamentare un aumento del traffico di navi che portano gas, se aumenteranno non sarà per soddisfare i nostri consumi o per compensare la perdita di quel po’ di gas e petrolio estratto entro le 12 miglia, l’import di combustibili fossili è destinato inevitabilmente a calare nei prossimi anni. E inutile è anche lamentare la perdita di occupati, negli ultimi 5 anni l’aumento della produzione di energie alternative ha creato decine di migliaia di posti di lavoro e altri ancora ne ha creati il settore dedicato al risparmio energetico, se sono quelli che stanno a cuore, s’investa in progetti energetici sensati e sostenibili.

Una posizione semplice e di facile comprensione, che si fonda sui «fini di tutela dell’ambiente e dell’ecosistema» deliberati dal governo Berlusconi e ribaditi da quello Renzi, niente ecologisti isterici, niente sindrome Nimby, nessuna volontà suicida, nessun primitivismo, nessuna illusione generata dal fatto che gli ultimi inverni più caldi, ai quali fanno da contraltare estati con i condizionatori al massimo, ci abbiano favorito. Anche perché quello è -il- problema planetario e siamo sicuri che saranno sempre più caldi almeno fino alla fine del secolo e oltre, senza che ci si possa far molto. L’azione di riduzione delle emissioni globali ha infatti come obiettivo il contenimento dell’aumento della temperatura del pianeta entro la fine del secolo, che cresca non è in discussione e non è evitabile, nemmeno a esser molto virtuosi. Essere virtuosi vuol dire dismettere le fonti fossili, non mettersi a bruciare gas al posto del petrolio per fare energia elettrica. Essere responsabili vuol dire che se esistono motivi che impongono un divieto delle attività estrattive antro le 12 miglia, questi valgono anche e a maggior ragione per imporre la chiusura degli impianti esistenti, che a differenza di quelli futuri minacciano l’ambiente e l’ecosistema qui e ora, alcuni da decenni.

È poi inutile e persino ridicolo, l’approccio finto-ecologista e l’evocare la difesa dei cittadini e dell’ambiente di paesi meno sensibili al tema del nostro, se a suggerire queste ipotesi è l’ENI, talmente preoccupata dell’ambiente e delle condizioni di vita dei cittadini di altri paesi da aver concluso persino un contratto per lo sfruttamento delle sabbie bituminose nella Repubblica del Congo. Un tipo di sfruttamento del territorio devastante, senza paragoni per le conseguenza che impone all’ambiente e per i costi d’estrazione, elevatissimi. Un accordo siglato con una delle peggiori dittature africane, quella di Denis Sassou Nguesso, che regna sul paese dal 1979, con solo una parentesi di 5 anni in esilio, uno che con l’ENI è da sempre in ottimi rapporti. Uno statista che quando ci sono le elezioni stacca internet e telefoni in tutto il paese per due giorni, non sia mai che qualcuno turbi il plebiscito. Un’enorme area del Congo sarà letteralmente scorticata, il petrolio sarà separato dalle sabbie usando enormi quantità d’acqua che poi avvelenerà l’ambiente anche dove non si estraggono le sabbie. Uno scempio che solo le immagini del Canada devastato dalle estrazioni possono spiegare bene e che ben pochi hanno rimproverato all’ENI, società controllata dal governo che si presenta agli italiani come responsabile e preoccupata della tutela dell’ambiente. Guardate cosa è successo in Canada, dove opera anche l’ENI, è quello che l’ENI farà accadere in una zona ancora vergine del Congo.

E non basta, perché l’ENI in Congo ha investito anche nella realizzazione di enormi piantagioni di palme da olio e colture destinate alla produzione di biodiesel, che di bio non ha nulla. Ai congolesi, il 70% vive sotto il livello di povertà nonostante siano appena in tre milioni e nonostante il paese esporti da decenni grosse quantità di petrolio, l’ENI fornirà anche qualche bella centrale termoelettrica a gas, non impianti fotovoltaici, che avrebbero molto senso all’equatore e anche per la questione del riscaldamento globale. Non male per un’azienda che «considera la tutela dell’ambiente come una componente essenziale di sviluppo sostenibile nella realizzazione dei propri progetti industriali e si impegna a integrare tale obiettivo nelle attività, durante tutto il ciclo di vita dei propri impianti e in tutti i contesti in cui opera». Al disastro ecologico registrato in Canada seguirà uguale disastro in Congo, perché l’ENI non ha la bacchetta magica e come funzioni lo sfruttamento delle sabbie bituminose ormai è storia.

Il governo italiano, che controlla l’azienda, non ha avuto nulla da ridire, anche se in patria dice di perseguire le normative ambientali più severe d’Europa, e i pochi che ne sono rimasti impressionati sono stati bellamente ignorati dai media e dalla politica e in particolare da quelle stesse menti che ora accusano i sostenitori del sì di voler spostare l’inquinamento degli impianti in altri paesi, andando a inquinare altri. Perché quando serve a sostenere un «argomento» del genere, gli impianti italiani ritornano a essere inquinanti e quelli all’estero inquinano di più, anche se sono dell’ENI. Piattaforme che secondo le autorità preposte alla sicurezza potrebbero diventare oggetto di attacchi dell’ISIS, sono così sicurissime o gravi minacce a seconda della convenienza politica del momento. Così s’arriva a questa improvvisa epifania e qualcuno conclude che i poveri congolesi sarebbero minacciati dagli ambientalisti isterici italiani, che non vogliono le trivelle entro le 12 miglia, non certo dalla sana tendenza al profitto dell’ENI e delle aziende concorrenti.

Purtroppo per tutti la truppa in soccorso del governo e dell’ENI non brilla per acume e buone maniere, c’è quello che annuncia soave di «dover pisciare sui fuochi sacri di qualcuno» e poi si lancia in un delirio contro Grillo, Casaleggio, gli ambientalisti della domenica e tutti quelli che non gli stanno simpatici, ci sono quelli che pasticciano con i numeri, quelli che hanno voltato gabbana e tutto il circo degli opinionisti che devono adeguare la loro opinione alle convenienze politiche estemporanee. Tutta gente che punta a far fallire il referendum evitando che raggiunga il quorum, a proposito di «sprecare» i 300 milioni che costa organizzarlo, senza sentire l’opinione degli italiani. Tutta gente che ha un unico comun denominatore: spara più o meno a caso perché non ha argomenti per spiegare perché ai «fini di tutela dell’ambiente e dell’ecosistema» dobbiamo mettere al bando le piattaforme future e tenerci ancora per decenni quelle che minacciano e danneggiano qui e ora, e da tempo, l’ambiente e l’ecosistema nei pressi delle nostre coste. Tutte persone per le quali l’ambiente e l’ecosistema vengono molto dopo gli interessi di squadra o di partito. Per questo motivo, se nessuno risolverà questo dilemma entro il 17 aprile prossimo, voterò sì al referendum, nella speranza di sanare questa evidente incoerenza del Codice dell’ambiente e contribuire così alla «tutela dell’ambiente e dell’ecosistema», come definita in origine da un governo di centrodestra nel 2006 e poi confermata dal governo Renzi all’inizio del 2016, non da ambientalisti isterici e nemmeno da Grillo & Casaleggio.

 

 

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