In morte di Oussama Khachia

Posted on 22 gennaio 2016

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Oussama Khachia è stato espulso dall’Italia all’inizio del 2015 nel corso di una delle periodiche retate con le quali il ministro dell’Interno Alfano «risponde» alle campagne terroristiche agitate dalla destra ad ogni attentato dell’ISIS. Oussama aveva la colpa di simpatizzare per l’ISIS, una simpatia esclusivamente intellettuale, che ne faceva un paladino del califfato su Twitter, dove interagiva con altri utenti tenendo le parti del gruppo di fanatici alla luce del sole.

Oussama però non era un terrorista e in nessun modo faceva parte dell’organizzazione, né la supportava in maniera diversa dall’esprimere la sua simpatia per il progetto del califfato. Espulso dall’Italia Oussama era ritornato in Marocco, da dove era partito all’età di 9 anni per seguire la famiglia in Italia, a Brunello, in provincia di Varese, dove ha fatto le scuole e ha trovato lavoro come saldatore. Dal Marocco si è poi trasferito in Svizzera, ottenendo un permesso di soggiorno grazie al fatto che la moglie ha la doppia cittadinanza svizzera e italiana, ma è durato poco. Pressato dalle autorità e pedinato quotidianamente, ha mollato il lavoro ed è sparito a metà del luglio scorso, a novembre le autorità di Berna hanno comunque comunicato di averlo espulso e di averlo bandito dalla federazione per un periodo di 10 anni, anche se nemmeno in Svizzera risultano imputazioni a suo carico.

 

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Oussama ha continuato a farsi vivo sulla chat di whatsapp e su Twitter fino al 28 ottobre, dopo di che nemmeno parenti e amici sanno più nulla di lui, che si sospetta abbia raggiunto la Siria per portare il suo sostegno ideologico all’avventura del califfato. Oussama infatti ha sempre affermato di rigettare la violenza  e di non aver alcuna intenzione di prendere le armi e chi l’ha conosciuto lo descrive come una persona mite che rifiuta nettamente la violenza, in diversi hanno quindi ipotizzato che come altri si sia recato nelle zone del califfato per vedere e vivere quel che vi accade e non per combattere. Sia come sia, pochi giorni prima di Natale un uomo ha telefonato al padre di Oussama e gli ha comunicato che il figlio è morto, riuscendo a convincere il genitore. Amici e parenti lo hanno pianto pubblicamente e fino ad oggi, a più di un mese dall’annuncio non sono emerse altre novità. Nessuno conosce i particolari della presunta morte di Oussama e la famiglia dispera anche di recuperarne il corpo. La persona che ha telefonato al padre non ha detto dove o come il giovane avrebbe trovato la morte, ha solo spiegato di aver trovato numeri telefonici e riferimenti tra i suoi effetti personali. Tutto da prendere con il massimo beneficio del dubbio, ma che Oussama sia sparito è un fatto, anche se non si può escludere che in realtà sia ancora vivo e magari online (P.s. L’account qui indicato è gestito dal padre).

Il caso di Oussama Khachia sembra somigliare in molte cose a quello non meno tragico di  Abdel Majid Touil, il giovane marocchino accusato per la strage del Bardo e detenuto per oltre cinque mesi in carcere nonostante la sua plateale innocenza, visto che si trovava presso la madre in Italia mentre avrebbe dovuto trovarsi a Tunisi a far strage. Touil è uscito devastato dall’esperienza, Khachia sembra essere finito in Siria dove ha trovato la morte e dove probabilmente non sarebbe mai andato, se non lo avessero espulso prima dall’Italia e poi dalla Svizzera. Come loro, in Italia e altrove, sono centinaia le persone che ci sono ritrovate rovinate dall’invadenza d’indagini superficiali che si sono sommate ad annunci roboanti con i quali i governi, fin dal 2001, hanno presentato al paese la cattura di pericolosi estremisti che non lo erano. Operazioni fondate più sulla necessità di suonare la grancassa e fare ammuina mostrando che i governi in questione stavano facendo qualcosa contro il terrorismo islamico, che su prove e riscontri, quasi sempre dimostratisi inconsistenti alla prova dei giudici. Operazioni che hanno rovinato la vita a più di un incolpevole immigrato, perché quando le vittime di questi show non sono state espulse sono state arrestate e hanno dovuto sopportare l’invadenza, le limitazioni alla libertà e le spese imposte loro dall’accanirsi degli investigatori e dall’apertura di procedimenti giudiziari che ne hanno sconvolto le vite, le loro e quelle dei loro familiari. Per non dire del comportamento dei media, veloci nell’annunciare con clamore arresti ed espulsioni, distratti quando le operazioni si risolvono in un fallimento. Anche nel caso di Oussama Khachia la notizia dell’espulsione ha strappato le prime pagine, mentre quella della sua morte appena un trafiletto nelle cronache di Varese e della Svizzera, Un fenomeno che negli anni ha riguardato diverse migliaia di persone senza incidere minimamente sulla «war on terror», rimediando figuracce epocali come nel caso della rendition di Abu Omar, e semmai spingendo verso posizioni radicali e tra le braccia degli estremisti quanti, tra i colpiti e i loro parenti, sono stati investiti dalle conseguenze ingiuste d’indagini approssimative, se non di vere e proprie operazioni di marketing politico orchestrate a loro spese.

 

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Posted in: Italia, War on Terror