Dopo Parigi, quello che non vogliamo vedere

Posted on 17 novembre 2015

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Dopo gli attacchi a Parigi si può tranquillamente affermare che non sia successo niente d’imprevedibile e anche che ora non esiste una «risposta» a quegli attacchi che non fosse possibile prima. Di più, non esiste una risposta risolutiva a un problema che non è quello, che pur ci tocca molto da vicino, degli attacchi a Parigi, ma quello più vasto e complesso del deteriorarsi della situazione internazionale dopo il 9/11.

L’ISIS è un’organizzazione brutale ispirata da un fanatismo religioso di stampo medioevale che è cresciuta nel vuoto creatosi dall’assenza di uno stato funzionale in vaste zone dell’Iraq prima e della Siria poi. La Francia, con il governo Hollande in particolare, ha bombardato in Libia e Siria, sostenuto il governo golpista di al Sisi in Egitto che è andato al potere facendo strage di musulmani moderati, schiantato il tentativo di costituire un califfato islamista in Mali, armato le monarchie del Golfo, sostenuto innumerevoli autocrazie africane poco tenere con i movimenti radicali e ha persino assistito impassibile alla pulizia etnica nella Repubblica Centrafricana, un paese dove mai c’erano state tensioni interreligiose, dove i «cristiani» hanno cacciato i musulmani al completo dalla capitale e dalla parte orientale del paese. Una storia che ha avuto così poca risonanza che probabilmente nemmeno nel califfato ne hanno saputo qualcosa, ma sicuramente non sono sfuggite le prese di posizione «laiche» contro l’estremismo domestico e ancora meno le bombe made in France piovute sulle loro posizioni in Siria, contro le quali l’attacco a Parigi rappresenta la risposta tipica del califfato e di tutte le formazioni d’ispirazione qaedista da che si conoscono. Risposte che hanno mietuto ormai migliaia di morti in molti paesi.

Musulmani o no, da un’organizzazione con le caratteristiche dell’ISIS è normale attendersi reazioni del genere, che infatti erano attese. Anche in Kenya gli Shabaab somali hanno fatto più di 500 vittime per vendicarsi dell’intervento dell’esercito di Nairobi nel Sud della Somalia, fondamentale per sottrarre loro il controllo della regione. E attacchi simili si sono visti all’opera dall’India all’Africa fino all’Europa senza soluzione di continuità negli ultimi anni, intervallati dai più tradizionali attentati con l’esplosivo, impiegati ad esempio per colpire Londra e Madrid all’inizio del secolo, con bilanci di sangue non dissimili da quello di Parigi. L’organizzazione è cresciuta negli anni compiendo migliaia di attacchi e attentati prima in Iraq e poi nel resto del Medio Oriente. Pratiche abbracciate fin da subito già dai talibani sloggiati dal potere nel 2001 e ampiamente impiegate prima in Pakistan e poi in molti altri paesi.

Gli attacchi di Parigi non devono quindi essere considerati particolarmente eccezionali, lo diventano naturalmente perché hanno colpito vicino e hanno colpito persone alle quali ci sentiamo vicine nei costumi e nei sentimenti, nelle quali ci immedesimiamo. Non deve stupire, e non è nemmeno strano o riprovevole, che si dia più attenzione agli attacchi di Parigi che a quelli dei Boko Haram in Nigeria. Con i parigini ci identifichiamo, a Parigi ci andiamo, mentre dei villaggi del Nord della Nigeria o delle scuole e dei centri commerciali del Kenya e di chi li anima sappiamo poco, e poi viene naturale pensare prima e più intensamente al pericolo più vicino e incombente.

FRANCE-HISTORY-WWII

Tutto questo però non rende i fatti di Parigi davvero straordinari e nemmeno può farli ritenere uno spartiacque tra un prima e un dopo che probabilmente invece si assomiglieranno tantissimo, e non solo perché non è pensabile che ora qualcuno tiri fuori dal cilindro un’idea risolutiva per rimuovere quell’ISIS, che universalmente è considerata un tumore e contro la quale sono già schierate risorse apparentemente sufficienti. L’idea risolutiva c’è già, ed è quella di annientare l’organizzazione, su questo c’è un notevole unanimismo. Bisogna infatti ricordare a quanti sollecitano risposte militari, che contro l’ISIS sono attualmente e attivamente impegnati: l’esercito siriano, buona parte dei ribelli siriani, tutti i curdi, ogni genere di milizia non sunnita, l’Iraq, l’Iran, la Giordania, il Libano, l’Egitto, La Francia, La Gran Bretagna e due superpotenze come Stati Uniti e Russia. In più ci sarebbero anche i paesi del Golfo e la Turchia, sull’impegno dei quali è lecito dubitare, e una pletora di paesi che forniscono piccoli contributi militari o grossi contributi di natura diversa.  Alla guerra all’estremismo di stampo qaedista collaborano inoltre con estrema decisione altre due potenze come Cina e India e tutti i governi d’Asia e d’Africa ancora capaci. L’idea che il nostro paese sia, nelle parole della povera Fallaci fatte proprie da Pier Luigi Battista:«avamposto comodo strategicamente perché offriamo buonismo e collaborazionismo, coglioneria e viltà»; è l’esempio di una sciocchezza caricaturale buona per i celoduristi tra i lettori e per i guerrieri da tastiera. Non solo perché in realtà l’Italia contribuisce già moltissimo sia allo sforzo bellico che a quello logistico e sociale, che l’Europa e l’Occidente in generale si sono accollati con la serie d’interventi dal 2001 ad oggi.

È poi da considerare che l’idea di risolverla con le bombe porta dritta alla collaborazione con la Russia per una soluzione in stile ceceno. Già l’intervento «chirurgico» su Kobane dimostra che la presunta prudenza americana si risolve nella distruzione di intere città, con i bombardamenti di russi e siriani va anche peggio e sul terreno la crescente fornitura di armi pesanti a lealisti e ribelli conduce allo stesso esito: le città siriane coinvolte nel conflitto saranno rasate o quasi. Il che significa ancora più profughi e tempi lunghissimi per il loro rientro, che più s’allunga il tempo e meno diventa probabile. Non è che americani e russi siano particolarmente spietati, è che questa è la guerra moderna, cosiddetta asimmetrica, e gli americani e i russi fanno la guerra cercando di non perdere soldati americani e russi. Non sono certo disposti a sacrificare i loro uomini per mettere in salvo i civili o ridurre il numero delle vittime e delle distruzioni in altri paesi, anche perché quando cominciano a tornare i cadaveri in patria il consenso per la guerra precipita, non solo nei paesi afflitti da «buonismo e collaborazionismo, coglioneria e viltà». Bush non avrebbe ordinato di nascondere le bare dei caduti e Putin non farebbe lo stesso in paesi che sono considerati coraggiosissimi nell’opinione dei più e che nei fatti si sono sempre dimostrati pugnaci ben oltre la media. Il problema non è colpire militarmente, semmai è proprio che si è fatto troppo affidamento sul colpire militarmente, spesso da lontano e all’ingrosso, invece di mettere mano alle contraddizioni locali e globali cercando di dirimerle o di affrontarle in maniera dedicata a seconda delle diverse caratteristiche e dei diversi teatri. Poi c’è che L’ISIS non è solo in Siria e in Iraq e che riportare la Siria alla quiete e alla stabilità, e ci vorranno parecchi anni, non risolverà la questione come non l’ha risolta la cacciata dei talibani dall’Afghanistan. La questione, messa nei termini della guerra all’ISIS è sicuramente malposta, anche se è questa la narrazione che si è riaffacciata nell’ultimo anno dal mainstream, nonostante l’evidente fallimento della precedente «War On Terror». Dichiarata esaurita proprio dagli americani perché considerata un approccio fallimentare.

Non si può dimenticare quell’approccio e quel che ne è scaturito dopo l’undici settembre del 2001, quando per fare la guerra all’al Qaeda rintanata in Afghanistan si decise d’invadere il paese e in seguito d’invadere pure l’Iraq, trascurando così il destino dell’Afghanistan e innescando in Medio Oriente un domino che ha portato alla perdita di controllo di numerosi governi su vastissime parti del loro territorio. Ma non è stata solo la guerra al terrore a determinare il fallimento di un numero di stati sempre maggiore, aprendo spazi ad estremismi che diversamente non avrebbero potuto godere di tali zone franche nelle quali crescere e prosperare.

Nel periodo della guerra fredda non esistevano stati falliti, nemmeno tra i paesi non allineati. Non esistevano perché la competizione tra i due blocchi sconsigliava e impediva che anche uno dei paesi non allineati potesse cadere senza essere raccolto da una potenza interessata, ma soprattutto perché l’intero periodo fu dominato dalla competizione tra due ideologie laiche, una competizione tale da mettere in secondo piano ed eclissare le pretese dei religiosi e persino quelle dei nazionalisti in buona parte dei paesi del mondo. Con il crollo delle cortina di ferro questa competizione è finita e con essa è finita la compressione delle rivendicazioni nazionaliste e religiose, che con il passare del tempo sono esplose con tutte le loro notissime e tragiche conseguenze, persino in Russia, dove il clero ortodosso è tornato ad essere parte integrante e funzionale di un nazionalismo russo sempre più violento e incline al fanatismo reazionario.

Se la dissoluzione della Jugoslavia ha attivato il tutoring diretto e interessatissimo di Europa e Stati Uniti, non così si può dire della Somalia, l’altro stato fallito negli anni ’90, dove l’intervento di Restore Hope si risolse in un disastro a causa di una competizione interna alla stessa alleanza occidentale, intervenuta per «salvare» il paese dalla fame e dall’anarchia. Un errore ripetuto poi da Washington sollecitando nel 2006 la guerra per procura da parte dell’Etiopia contro il governo delle Corti Islamiche che si era consolidato a Mogadiscio, d’ispirazione musulmano-moderata. Un altro intervento che ha nutrito l’emergere degli al Shabaab, l’al Qaeda locale, e di fatto le ha consegnato vaste zone del paese per anni. Prima del 2000 il qaedismo e gli estremismi variamente islamici potevano contare su pochissimi posti sicuri, principalmente in Afghanistan, dopo il 2001 si sono progressivamente aperte per loro vaste porzioni dell’Iraq, della Siria, dell’Egitto, della Libia, della Somalia e di numerosi altri paesi africani della fascia sahariana e sub-sahariana, quasi un terzo del continente, anche se per lo più si tratta di un territorio poco o niente infrastrutturato e composto per lo più di deserti e zone semidesertiche. Ed è lì, come nelle parti meno popolate e controllate di Iraq e Siria, che sono cresciuti gruppi come Boko Haram, al Shabaab e Aqmi, l’al Qaeda del Maghreb.

SYRIA-CONFLICT-AVIATION

A complicare la situazione si sono poi manifestate le ambizioni e l’arroganza di numerose potenze regionali, che con il passare del tempo hanno capito che la fine della guerra fredda aveva liberato nuovi spazi d’iniziativa. È sotto gli occhi di tutti come le pretese dell’Arabia Saudita, per non dire quella del minuscolo Qatar con meno di un milione di abitanti autoctoni, d’atteggiarsi a potenze regionali e pretendere d’imporre governi di loro gusto con la violenza a paesi come Siria, Libia, Tunisia, Libano, Egitto, Yemen e altri ancora, siano risultate incendiare, portando alla catastrofe e alla guerra civile più d’uno tra questi. Ed è altrettanto evidente che ai tempi della guerra fredda non sarebbe potuto accadere. Ancora meno probabile vedere sauditi, qatarini, turchi e altri che stanno nell’orbita americana e che sono armati dagli americani, combattere guerre per procura in altri paesi, persino contro gli stessi interessi americani. E combattono contro gli occidentali, contro gli sciiti, ma anche e soprattutto contro i sunniti, perché è tra i sunniti che si attirano i giovani nelle scuole finanziate dai wahabiti ed è ai giovani sunniti che è rivolto il materiale di propaganda di qaedisti e simili, tutte varianti dello stesso format by Bin Laden Un format fondato sul salafismo wahabita che propugna un ritorno al medioevo e alla guerra santa e che mira all’egemonia sull’Islam sunnita. Un salafismo con infinite sfumature locali, che concedono spazio alle fantasie d’avventura di molti giovani, anche occidentali, ai quali offre scenari eroici ed assicura emozioni forti, ancora di più nella versione dell’ISIS, che propaganda un califfato nel quale il maschio guerriero armato può godere di benefit e vantaggi altrove impensabili. Incentivi che al tempo del qaedismo, più severo, non erano contemplati.

Per troppo tempo queste zone temporaneamente autonome dell’estremismo sono state tollerate, se non incentivate, proprio teorizzando che le loro capacità attrattiva avrebbe prosciugato altrove le velleità combattive e terroristiche di questo genere di fanatici e aspiranti martiri, che infatti per anni si sono diretti con piglio sicuro in Iraq, dove sono morti a migliaia, ma dove, più che a cavallo di Pakistan e Afghanistan, hanno trovato anche una palestra facilmente accessibile dove maturare e prosperare. In Iraq affluivano cittadini dei paesi del Golfo che andavano a compiere attentati nel weekend per poi tornare al lavoro o agli studi durante la settimana e quando la situazione ha permesso di fare lo stesso in altri paesi, è accaduto lo stesso. Lo scoppio della guerra civile siriana, fortemente sostenuto da molti dei paesi che ora combattono l’ISIS, ha offerto al qaedismo iracheno una retrovia sicura lontana dagli occhi e armamenti che gli islamisti hanno saputo usare meglio di altri oppositori di Assad, anche perché nella loro lotta alla maggioranza sciita in Iraq avevano raccolto la complicità di parecchi tra gli ex militari sunniti che sostenevano il regime Saddam e che poi sono diventati disoccupati e minoranza discriminata, se non perseguitata.

La dimensione del danno si è potuta apprezzare quando nell’estate dell’anno scorso l’ISIS è calata su Mosul mettendo in mostra il progetto del califfato, che diparte nettamente sia dalla lotta dei siriani contro Assad, che dagli sforzi delle fazioni irachene di ridare quiete e stabilità al paese e anche dalle aspirazioni dei sunniti iracheni. E la lezione non è bastata, perché proprio quest’anno l’Arabia Saudita e i paesi del Golfo hanno scatenato un’altra guerra in Yemen per imporre un governo di loro gradimento, dopo che la minoranza Houthi e i loro ex nemici e persecutori del regime di Saleh avevano messo in mora il governo provvisorio del presidente Hadi. Presidente che governava poco e male e che avrebbe voluto imporre una costituzione scritta dai sauditi e sgradita alla maggioranza degli yemeniti. Scappato Hadi, i sauditi hanno messo insieme una coalizione che ha «risposto» alla sua richiesta d’aiuto e ha cominciato a bombardare lo Yemen per salvarlo da una presunta influenza dell’Iran in combutta con gli Houthi, che sono sciiti. Ma gli iraniani non c’erano e Hadi nel frattempo si era dimesso e non era più presidente e nel paese godeva di così scarso appoggio che il governo fantoccio che ha costituito governando da Riad è stato cacciato o ignorato persino nelle zone «liberate» dai sauditi o in teoria controllate dai loro alleati. Migliaia di morti in pochi mesi, un paese in pieno disastro umanitario e ora ad Aden, la capitale del Sud «liberata» da sauditi e alleati imperversa l’ISIS/al Qaeda locale. Mentre gli Yemeniti attaccano le città saudite vicine al confine, dimostrando l’inconsistenza militare di un regime come quello saudita, che si crede una potenza perché può comprare miliardi di dollari d’armamenti, ma che non ha uomini e soldati per impiegarli. Il tutto con il consenso americano e la collaborazione anche dell’Europa che ha venduto e vende armi a tutti i governi e regimi della regione. Anche dell’Italia, che oltre al sostegno morale e politico, nel suo piccolo fornisce a sauditi e sceicchi le bombe prodotte in uno stabilimento in Sardegna e altri accessori.

Tutto questo nonostante l’Arabia Saudita sia notoriamente un disastro nel rispetto dei diritti umani, circostanza che dovrebbe essere legalmente ostativa a trasferimenti di armi al regime di Riad, per Roma come Parigi, Londra e persino per Washington. L’ultimo «leak» che ha destato scandalo viene proprio dagli Emirati e dimostra come il governo dell’EAU e quello del Qatar abbiano ingerito in Libia, armando fazioni opposte a dispetto dell’esistenza di un embargo dell’ONU e come gli emirati siano arrivati persino a minare i colloqui di pace comprandosi l’arbitro o almeno dando l’impressione di farlo. Anche da queste mail traspare evidente l’insubordinazione rispetto alle pretese americane, al punto che gli emirati si sono messi a comprare armi nientemeno che dalla Corea del Nord, suscitando l’ovvia ira di Washington, costretta ora dalle sue stesse leggi a sanzionare gli Emirati, mettendo a rischio una mole imponente di contratti e interessi.

Dare la colpa alla religione o a qualche sua estrema interpretazione è quindi estremamente riduttivo e ingenuo, così com’è ingenuo o sicuro indice di malafede pensare di proteggere le nostre città respingendo immigrati e rifugiati, non solo perché come s’è visto in Francia i fanatici dell’ISIS nascono anche in Europa e semmai sono migliaia quelli che dall’Europa vanno a combattere in Siria, non viceversa. Non c’è invasione del vecchio continente e non c’è guerra di religione, c’è «solo» un enorme spazio incontrollato che si è aperto al controllo del più forte e del più determinato, grazie alla lotta diretta o per procura tra le diverse aspirazioni delle potenze regionali e di quel che rimane delle due superpotenze. Superpotenze che dopo la fine della guerra fredda si sono ritrovate orfane di un copione conosciuto a memoria, di nemici affidabili e prevedibili, ma che soprattutto hanno assistito a sempre più numerose e pericolose insubordinazioni da parte di potenze regionali, partiti e fazioni un tempo saldamente al guinzaglio di Mosca o Washington. Persino nel Sud Sudan, neonato paese indipendente grazie agli sforzi di americani e britannici, si è assistito a questo genere d’insubordinazione e allo scivolare nella guerra civile di un paese nel quale non ci sono musulmani, ma nel quale esistono due fazioni all’interno del partito di unità nazionale che ha combattuto per l’indipendenza dal Sudan. Fazioni spalleggiate da potenze regionali vassalle degli Stati Uniti in lite tra loro che ora si contendono in una guerra civile che ne ammazza più dell’ISIS le spoglie di un paese nato fallito. Non che fosse preferibile la logica dei due blocchi, ma al tramonto della potenza russa l’illusione che l’unica superpotenza rimasta potesse fungere da poliziotto del mondo si è rivelata quantomeno ingenua.

Barack Obama con il re saudita Salman bin Abd alAziz

Barack Obama con il re saudita Salman bin Abd alAziz

I neoconservatori avevano quindi torto su tutta la linea, l’intervento in Medio Oriente non ha portato la democrazia. Alle primavere arabe emerse successivamente è anzi seguito un risorgere dell’autoritarismo sponsorizzato proprio dai peggiori tra i regimi dell’aerea e in fondo nemmeno sgradito a Washington, restia sia nell’abbattere Gheddafi che ad iniziare una campagna simile contro Assad, al punto da sembrare trascinata nelle due crisi dall’iniziativa degli alleati europei e dai monarchi del Golfo. Avevano invece ragione quanti cercarono di spiegare che l’intervento in Iraq avrebbe prodotto una quantità impressionante di morti e distruzioni e portato alla situazione che ora è sotto gli occhi di tutti. L’idea che il terrore e l’attenzione dei fanatici potesse sfogarsi nella palestra irachena offerta loro cacciando Saddam e spalancando le frontiere del paese è evidentemente fallimentare quanto criminale, e non solo perché gli iracheni prima dell’invasione americana non si davano per niente al terrorismo, né in casa e né in trasferta. E ovviamente non è meno sbagliata quella di armare i qaedisti contro questo o quel regime come fu in Afghanistan contro quello sostenuto dai sovietici e com’è stato di recente in Siria.

Come detto il problema precede la questione dell’estremismo islamico e attiene più a una questione di assetti geopolitici, che invece di tendere alla stabilizzazione tendono alla disgregazione e all’eversione. Assetti scossi dalle iniziative, dai finanziamenti e dalle forniture d’armi che non provengono da organizzazioni eversive, ma da governi legittimi che agiscono nella totale impunità e spesso persino al riparo delle critiche più elementari, per non dire della legalità internazionale, ridotta a burla prima dalla forzatura necessaria all’invasione dell’Iraq e poi dalle repliche sempre più di frequenti per «aiutare» questo o quel paese o governo in interventi armati discutibili, tanto che alla fine ne ha approfittato anche Putin. E della War On Terror hanno approfittato per anni numerosi governi per regolare i propri conti dove al Qaeda non c’era, da Israele alla stessa Siria fino ai peggiori regimi asiatici, la WOT è stata il pretesto perfetto per accanirsi sugli oppositori e per passare leggi liberticide in nome della lotta al terrore. È successo anche in Occidente, dove l’occasione è stata sfruttata ad esempio per potenziare la sorveglianza di massa dei cittadini occidentali o per tacitare le opposizioni in nome di un’emergenza bellica che non c’era, perché il terrorismo e organizzazioni come al Qaeda e simili andrebbero combattute come si combattono terroristi e altri criminali, con l’intelligence puntuale e dedicata e operazioni di polizia rese alla cattura dei criminali, non con le «esecuzioni mirate» senza processo e ancora meno con i bombardamenti a caso, come ad esempio accade con i «signature strike», i bombardamenti con i droni su quanti «sembrano» terroristi ad osservarli dall’alto e da lontano. Che è la pratica che ha portato a bombardare i matrimoni in Pakistan e in Yemen, dove gli incauti hanno l’abitudine di festeggiare sparando in aria.

Una situazione che sfugge all’attenzione e alla possibilità d’intervento di buona parte dei politici occidentali, che anche per questo trovano naturale scontrarsi sull’arrivo dei rifugiati, l’unico effetto reale e immediatamente visibile della crisi siriana per quasi tutti i cittadini dei paesi europei. Ma i rifugiati non si possono fermare, non ci vogliono invadere e in effetti ne arrivano in Europa solo una minuscola frazione di quelli che in quei paesi hanno perso la casa e sono stati costretti alla fuga. Furono 4 milioni in Iraq e ne sono arrivati pochi in Europa perché 2 milioni si sono fermati proprio in Siria, come oggi i Siriani si fermano a milioni nei paesi vicini che li accolgono, come in Libano dove ormai sono diventati un quarto della popolazione residente. Quelli che fuggono fin qui sono anzi proprio le vittime dell’estremismo islamico e prima ancora delle sconsiderate politiche occidentali degli ultimi anni, in fuga da luoghi che sono diventati molto più pericolosi delle capitali europee «sotto attacco» e avrebbero diritto ad essere trattate come tali, come i fratelli parigini per i quali in tanti si sono preoccupati e commossi negli ultimi giorni.

L’isteria non è buona consigliera e non sono buoni consiglieri quanti pensano che bombardare l’ISIS o altri possa risolvere il problema rappresentato dall’estremismo islamico. Occorre invece adoperarsi per il restauro del diritto internazionale, per l’eliminazione del ricorso alla sospensione delle garanzie democratiche in nome del terrorismo e per una riforma dell’agire del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, se non per una sua sostanziale riforma. Il disastroso dopo-guerra fredda è infatti figlio più delle decisioni prese dalle potenze in Consiglio di Sicurezza, che della reale pericolosità a livello globale della jihad salafita o delle singole insubordinazioni locali che hanno trascinato al fallimento un numero di stati sempre maggiore, ed è lì che occorre intervenire per stimolare un cambiamento, se si vuole mettere mano alla malattia. Diversamente ci si condannerà ad inseguirne le manifestazioni e a cercare di soffocare con grande fatica le infezioni che ha seminato e seminerà per il mondo, mentre l’orologio della storia camminerà all’indietro, allontanando un numero sempre maggiore di paesi dal rispetto della legalità internazionale e dei diritti umani, verso un futuro fatto di sopraffazione, ignoranza e barbarie.

Pubblicato in Giornalettismo

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