Perché la crisi di Glencore fa paura

Posted on 31 ottobre 2015

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Glencore International plc è una multinazionale che abbraccia il commercio delle materie prime dall’origine al mercato delle commodity, un mostro cresciuto dalla dimensione di trading desk a quella di gigante che controlla una parte significativa delle transazioni globali di materie prime. Le sue dimensioni e il sospetto che sia in crisi, fanno tremare i mercati.

Glencore vende le miniere, Glencore vende sussidiarie, Glencore è soffocata dai debiti, ma ai più è difficile persino afferrare cosa sia la Global Energy Commoditity Resources, multinazionale anglo-svizzera con sede a Baar, in Svizzera e ufficio registrato a Saint Helier, Jersey, Isole del Canale, opportunamente off shore. Quotata a Londra, Hong Kong e Johannesburg la Glencore è la più grande trading company di materie prime nel mondo, nel 2010 controllava ad esempio metà del mercato del rame, il 60% di quello dello zinco, il 9% di quello del grano e il 3% di quello del petrolio, l’anno scorso era classificata al decimo posto tra le compagnie più grandi al mondo nella lista di Fortune Global 500, una dimensione raggiunta anche grazie all’acquisizione di Xtrata nel 2013, un altro gigante del settore che però ora pesa su bilanci di Glencore, che all’epoca si è impegnata a sborsare 30 miliardi di dollari per l’operazione. Nel 2014 era anche l’unica azienda tra le blue chip a non avere una sola donna nel suo board, ma dopo le proteste di alcuni fondi pensione e azionisti ha rimediato nominandole una, anche se senza eccessivo trasporto.

Glencore a differenza dei trading desk tradizionali è evoluta negli anni fino a possedere una grande quantità d’impianti di produzione in tutto il mondo e di joint venture o partecipazioni in società minerarie, giganti dell’agroalimentare, industrie per la produzione di metalli e altro ancora, come la proprietà della più grande area di stoccaggio e distribuzione al mondo per metalli. La sua natura ibrida di trader e produttore le ha dato enormi vantaggi competitivi, ma sembra che la distribuzione multinazionale dei suoi interessi sia sufficiente a farle sfuggire il sindacato delle autorità antitrust in tutto il mondo e conservare le sue dimensioni monstre.
http://www.giornalettismo.com/archives/1914393/glencore/Dimensioni ora messe a rischio dal drastico calo delle quotazioni delle materie prime in tutto il mondo. Finito il tempo nel quale i prezzi salivano anno dopo anno trainati dal boom cinese, Glencore si è trovata a corto di mezzi per onorare gli impegni previsti e coprire il buco nei conti provocato dall’acquisizione di Xtrata, comprata quando ancora andava bene e non a prezzi di saldo visto che ha portato in dote dozzine di miniere, investimento fatto in un momento di prezzi alti e destinato a portare ritorni molto bassi nei prossimi anni. Così le azioni sono andate a picco e la società si è trovata costretta a mettere sul mercato parte delle sue attività per fare cassa. Il taglio della produzione di zinco è stato drastico, equivalente al 4% della produzione mondiale, un taglio operato vendendo miniere, ma anche chiudendone, con ovvi effetti sull’occupazione in Australia, Kazakhstan e Cile. Glencore ha anche sospeso la distribuzione di dividendi e disposto l’emissione di nuove azioni per raccogliere denaro fresco.

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A creare panico non è però solo la situazione di Glencore, il cui fallimento da solo potrebbe avere conseguenze severe per l’economia mondiale. Glencore è anzi l’unico mostro del genere ad essere quotato e in qualche modo soggetto ad obblighi di trasparenza. Trafigura, Vitol e molte altre trading house hanno seguito Glencore nella strategia di mettere le mani sulla produzione mettendosi così in concorrenza con quelli che erano i loro clienti, spesso comprandoli, ma presumibilmente lo hanno fatto usando una leva finanziaria eccessiva, che ora in tempi di vacche magre rischia di trasformarsi in una lama nel cuore di questo tipo di business e rischia di produrre effetti a catena difficili da immaginare anche a causa dell’opacità di questi genere di attori, dei quali non si conoscono i reali volumi d’affari, né dimensioni e qualità delle esposizioni.

Così come non si conosce l’esatta dimensione delle garanzie che prestano ai loro clienti, che a loro volta sono bastonati dalla depressione dei prezzi delle materie prime o quante di quelle transazioni siano garantite da lettere di credito, che secondo una stima dell’UNCTAD reggono il peso del 60% delle transazioni sul mercato delle materie prime. Il passaggio da trading house pure ad organizzazioni che controllano l’intera catena del valore di molte materie prime, ha però esposto le prime al rischio di fluttuazione delle loro quotazioni. Le trading house però oggi sono soggetti che hanno una contabilità molto particolare e che allo stesso tempo esercitano le funzioni di produttori, trader, banchieri d’affari e assicuratori. Praterie nelle quali il dare e l’avere fanno fatica ad incontrarsi e a confrontarsi, almeno fino a quando i soldi continuano a girare. Il timore che serpeggia attorno alle difficoltà di Glencore è che il crollo dei corsi delle materie prime possa provocare lo scoppio di quella che in definitiva può essere considerata una bolla alimentata dalla crescita impetuosa delle quotazioni delle materie prima negli anni scorsi. Anche in questo caso si teme quindi che i principali attori del mercato abbiano preso impegni che potevano sostenere solo se il corso delle materie prime avesse continuato a crescere o almeno a mantenersi negli anni. Se così fosse le difficoltà di Glencore potrebbero essere solo la punta visibile di un iceberg fatto di conti in rosso, che la recessione spinge verso un crash prevedibilmente molto doloroso per tutta l’economia globale.

Pubblicato in Giornalettismo

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