L’ENI e l’enorme giacimento che arricchisce l’Egitto e impoverisce Israele

Posted on 11 ottobre 2015

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La scoperta di un enorme giacimento di gas in Egitto da parte dell’ENI avrà ripercussioni notevoli sull’economia di diversi paesi. Con l’importante scoperta l’azienda italiana e l’Egitto hanno bruciato sul tempo la concorrenza dei paesi vicini, benedetti a loro volta da scoperte simili, ma incapaci di portare il loro gas sul mercato prima di quello egiziano.

Il giacimento scoperto dall’ENI nelle acque egiziane è classificato «supergiant» e non entra nella top ten mondiale solo per un soffio, un gran colpo anche perché il blocco di Shorouk è al 100% dell’azienda italiana. Ma la scoperta ha portato altri bonus accessori,  si tratta infatti di un gas dalle caratteristiche «incredibili», ha spiegato l’amministratore delegato Claudio Descalzi. «Non c’è Co2, non c’è zolfo, è praticamente metano, quasi non deve essere trattato, c’è una grande pressione e una temperatura bassa». Inoltre c’è il vantaggio di avere, «a poche decine di chilometri dalla nostra installazione, e praticamente di fronte, Al Gamil, il nostro centro di trattamento del gas». E non è finita, perché sotto il giacimento di Zohr, «probabilmente ce n’è un altro, forse di condensati o olio». Si passerà a breve a verificare questa possibilità, nella «speranza che i volumi possano aumentare, anche se», ha ammesso, «siamo già contentissimi così». Una contentezza che si traduce in una corsa ad approvare l’investimento necessario, nell’ordine dei dieci miliardi di dollari, perché l’Egitto di al Sisi vuole fare prestissimo e interfacciarsi con una dittatura offre l’indubbio vantaggio di non dover temere intoppi burocratici, soprattutto se il progetto sta a cuore al regime, tanto più che «se vogliamo andare veloci, Saipem giocherà un grande ruolo» e quindi ci sarà gloria (e denaro) anche per la controllata.

Il giacimento presenta un potenziale valutato in 850 miliardi di metri cubi di gas in posto e un’estensione di circa 100 chilometri quadrati. Zohr rappresenta la più grande scoperta di gas mai effettuata in Egitto e nel Mar Mediterraneo. Il primo pozzo è stato perforato a 1.450 metri di profondità, le trivelle hanno poi proseguito fino a quota 4.131 bucando uno strato dell’epoca del Miocene e uno del periodo Cretaceo, entrambi molto promettenti.

La fretta egiziana è sicuramente benvenuta anche da parte italiana, perché non c’è motivo di dilazionare le prese di profitto ed è sorretta da solidi motivi, che eccedono le esigenze di propaganda e di bilancio del regime egiziano, pur imperative. La scoperta dell’ENI in Egitto è infatti solo l’ultima di una serie di scoperte che hanno interessato il bacino orientale del Mediterraneo, che ha già rivelato da tempo simili ricchezze anche nelle acque d’Israele e di Cipro. Con Cipro che sconta l’handicap di un’amministrazione divisa e l’ostilità turca, Israele ha intravisto un enorme bonus inatteso con la scoperta dei giacimenti Tamar (2009) e Leviathan (2010), che è circa un terzo più piccolo di quello egiziano di Zohr e il doppio di Tamar. Fautori della scoperta la texana Noble Energy e l’israeliana Delek in società, per Israele si era aperta la possibilità di coprire i consumi domestici con la produzione di Tamar e dedicare il giacimento maggiore all’export. Un bell’aiuto per un paese che non ha fonti energetiche e anche per il bilancio statale, ma le previsioni trionfali ormai vecchie di 5 anni si sono trasformate in un nulla di fatto per colpa della politica.

Le attività ENI in Egitto (Fonte ENI – 2014)

Le attività ENI in Egitto (Fonte ENI – 2014)

Il Chief Economist della banca Leumi, Gil Bufman ha detto che «sembra che abbiano fatto ogni errore possibile», in particolare sembra che il governo si sia perso a pensare a come spendere i soldi ricavati dal gas, dimenticando che prima d’incassare bisogna fare in modo che si possa vendere. Così 5 anni dopo la situazione vede ancora Noble e Delek con gli investimenti fermi a causa dell’incertezza legislativa, mentre la politica è alle prese con il problema rappresentato dal ministro dell’economia Aryeh Deri, un ultraortodosso che si è trovato di fronte alle dimissioni del capo dell’Antitrust David Gilo, che prima aveva sollevato il problema per il quale l’accoppiata Delek-Noble sarebbe stata forza troppo dominante il mercato e che poi si è dimesso quando le due società si sono accordate con il governo, per cedere ad altri parte delle attività. MA secondo Gilo nemmeno questo accordo garantisce ancora la concorrenza. Ora Deri aspetta il parere del nuovo capo dell’Antitrust, potrebbe saltarlo con un tratto di penna, ma dice di preferire un secondo parere e Netanyahu non può nemmeno liberarsene, perché governa con appena un voto di maggioranza e il partito di Deri gli serve come l’ossigeno. Delek e Noble intanto minacciano di portare la questione all’arbitrato internazionale in Svizzera, altra sicura complicazione. Se i lavori partissero oggi il gas comincerebbe a essere pompato tra il 2019 e il 2020 e nel frattempo è sparito il principale cliente immaginato dagli israeliani: l’Egitto. E con lui potrebbero sparire la Giordania -era pronta a spendere 15 miliardi per il gas israeliano – e altri paesi vicini che avevano già espresso il loro interesse. Partiti contando i futuri guadagni, ora gli amministratori e i commentatori israeliani sono passati a contare i soldi persi a causa dell’inazione del governo.

Spariti i clienti vicini, è tramontato anche il progetto di diventare un hub regionale per il gas da vendere in Europa, perché l’hub probabilmente lo farà l’ENI in Egitto, che ha già promesso ponti d’oro all’idea. Anche Cipro ha concluso un accordo con la BP e invierà il suo gas in Egitto, dove sarà lavorato per essere inviato sui mercati più lontani, almeno queste sono le idee che fanno i conti con gli impianti esistenti e con il loro potenziamento futuro. È stata proprio ENI in questo frangente a offrire a Israele una ciambella di salvataggio, invitando Tel Aviv a considerare l’ipotesi di associarsi all’hub egiziano, che resterebbe plausibile anche nella migliore delle ipotesi, quella per la quale i giacimenti nell’area eccedano le già splendide promesse, caso nel quale diventerebbe ragionevole collegare quei giacimenti all’Europa con un bel tubo. Tubo che non può passare per la Grecia da Cipro per via delle acque troppo profonde e non può passare dalla Turchia per attaccarsi al gasdotto che dall’Asia porta il gas in Europa, per questioni politiche. Quando e se verrà il tempo potrebbe essere ancora l’ENI a trarne vantaggio, perché l’alternativa potrebbe essere quella di far correre il tubo lungo la costa africana dall’Egitto fino a Melitha in Libia, da dove parte il gasdotto costruito di recente dall’azienda italiana per collegare l’hub in Libia a Gela e poi all’Italia settentrionale.

Pubblicato in Giornalettismo

 

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