I giri di valzer attorno alla Siria, in cerca di un futuro possibile

Posted on 13 settembre 2015

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Da qualche giorno sembra che sia in corso un reframing della crisi siriana, un assestamento interessato delle cronache che sicuramente è propedeutico ad altri e forse più solidi cambiamenti nelle politiche dei molti paesi interessati alle sorti del paese e, più in generale, alle diverse crisi che dall’Ucraina allo Yemen, passando per Siria e Iraq, stanno seminando destabilizzazione in Medio Oriente e in Europa e hanno acceso un clima da Guerra Fredda tra Mosca e Washington.

Aria di Guerra Fredda è quella che da qualche giorno soffia sui media occidentali con un numero sempre più elevato di «rivelazioni» da fonti più o meno governative che raccontano ai media che i Russi stanno aiutando Assad, con diversi rapporti che dicono anche di un coinvolgimento di personale russo nelle operazioni militari. Aiuto che non è mai stato un mistero, ma l’allarme mediatico è stato seguito da passi ufficiali, con il Segretario di Stato americano Kerry che ha chiamato il collega Lavrov intimandogli di non espandere l’impegno russo in Siria e alcuni paesi come la Bulgaria e l’Ucraina che hanno chiuso lo spazio aereo ai russi dopo il pubblico invito americano a farlo per voce di John Kirby, portavoce del Dipartimento di Stato. Invito che la Grecia non ha raccolto e che comunque disturberebbe poco i russi, che in Siria hanno una base navale e che comunque possono andare e venire anche in aereo nonostante vogliano evitare la Turchia, che in passato ha fatto problemi. A sentire Kirby il problema è che la Russia non fa parte della coalizione contro l’ISIS e che il suo supporto ad Assad avrebbe rafforzato l’ISIS e peggiorato le cose. Se vogliono aiutare a combattere l’ISIS, dice Kirby, devono smettere di aiutare Assad. Ipotesi traballante che non ha convinto i russi, che per bocca di Putin in settimana avevano invece proposto un tutti-contro-l’ISIS e nel tutti ci si erano messi insieme ad Assad. I russi comunque hanno preso con un discreto aplomb il tutto, ricordando che le armi ad Assad le hanno sempre date e che a seguito della mossa americana l’Iran ha aperto il suo spazio aereo ai voli russi da e per la Siria. La conversazione tra Kerry e Lavrov però non si è limitata all’intimazione americana, poiché i due governi hanno diverse questioni in sospeso e, pare, la volontà di risolverne alcune.

Gli Stati Uniti, come la Francia, stanno probabilmente cercando di mostrarsi attenti alla crisi siriania dopo che l’arrivo di centinaia di migliaia di profughi siriani in Europa ha richiamato drammaticamente l’attenzione sul conflitto, ma da quel che pare di capire Obama ha più di un problema quando si tratta di tracciare piani per la Siria, l’Iraq o lo Yemen. Uno scandalo scuote in questo ore Washington, sollevato da 50 esperti che le agenzie hanno arruolato per compilare rapporti sulla situazione in Siria, quelli che poi sono trasmessi a Obama e ai vertici che decidono politiche e azioni militari. I 50 dicono che i loro rapporti sull’ISIS sono stati manomessi, tagliati o censurati al fine di rappresentare una realtà edulcorata e allineata alla politica del governo, che comunque minimizza la minaccia dell’ISIS e la situazione in Iraq. La pratica non sarebbe nuova, succedeva anche durante l’amministrazione Bush, prima impegnata ad esaltare i rapporti, anche dubbi, sulla pericolosità di Saddam e poi a censurare quelli che raccontavano di un Iraq allo sbando. L’amministrazione Obama si è fin da subito risolta a minimizzare la minaccia dell’ISIS, che è insorta anche a causa di mancanze americane e di sventatezze degli alleati, e di conseguenza a predisporre una risposta «light» fatta D’assistenza a distanza al governo iracheno e di troppo sporadici bombardamenti sull’ISIS, anche per mancanza di bersagli e di sponde sul terreno.

Quel che resta di Homs

Quel che resta di Homs

Una mancanza, quella di forze affidabili e robuste che possano approfittare del sostegno aereo americano, che è sentita anche dall’esercito siriano, che nei giorni scorsi ha perso la base aerea di Abu a-Dhur, nei pressi di Idlib, dopo un paio d’anni d’assedio. Colpa della tempesta di sabbia ha detto il governo, ma è chiaro che 4 anni di guerra si fanno sentire anche per l’esercito siriano, che a differenza dell’ISIS non può contare su forze fresche dall’estero e che ora comincia a subire anche la coalizione islamista della quale fa parte al Nusra, che gli americani bombardano, ma che è variamente assistita, finanziata e armata dai paesi del Golfo e dalla Turchia.

A complicare le cose ci si è messa la crisi turca, con Erdogan che ha deciso di buttare nel pattume l’accordo di pace con i curdi e di bombardarli, riaccendendo così un conflitto con i curdi turchi e fomentando le violenze contro la minoranza da parte dei nazionalisti e degli estremisti del suo partito. Erdogan è deluso e furioso, è diventato presidente dopo aver esaurito i mandati da primo ministro, si era preparato un palazzo imperiale per l’occasione, ha mandato il paese alle urne dopo aver fatto pace con i curdi e sperava che il suo AKP avrebbe conquistato la maggioranza qualificata che gli avrebbe permesso di trasformare la Turchia in una repubblica presidenziale. Invece l’AKP ha perso anche la maggioranza assoluta che deteneva e poi non è riuscito a formare un governo di coalizione. Così si ritorna alle urne ed Erdogan ha scatenato l’inferno contro l’HDP, una coalizione votata dalla sinistra, dai verdi e dai curdi, che prendendo il 13 è entrata in parlamento e ha tolto all’AKP molti seggi che questo aveva conquistato perché al voto precedente solo 3 partiti avevano superato l’altissima soglia di sbarramento posta al 10%. Così la Turchia è in fiamme e con i curdi si fa la guerra, non solo Erdogan non combatte l’ISIS, ma per i curdi è diventato più pericoloso del califfo e nelle provincie curde finite di nuovo sotto il tallone dello stato d’emergenza sono tornati i guerriglieri del PKK, che avevano cessato le ostilità ed erano andati ad aiutare i fratelli siriani contro l’ISIS.

Non bastasse, anche altri attori attivi in Siria hanno altri problemi altrove, i sauditi hanno lanciato una guerra per imporre il governo desiderato allo Yemen e i paesi del Golfo hanno seguito, ma con i loro alleati sono attivissimi anche in Egitto e in Libia, un attivismo che faticano a sostenere dopo aver contribuito a sdraiare il prezzo del petrolio. Soffrono le loro casse, pur pingui, ma soffre anche una monarchia intrigante che comunque può contare su una popolazione poco numerosa e pugnace, come tutte quelle del Golfo mantenuta e accudita da legioni di espatriati. Il denaro dei sauditi non è riuscito per ora a comprare l’impegno di chi gli uomini ce li ha, su tutti Pakistan ed Egitto, governi pluridebitori dei Saud, ma non tanto da arrivare a mandare militari di cui hanno enorme bisogno a combattere una guerra che per loro, e non solo per loro, non ha senso. Così la grande coalizione annunciata alla vigilia dell’attacco allo Yemen si è rivelata la solita alleanze dei paesi del Golfo, ma senza l’Oman, che non ne ha voluto sapere. La paranoia dei sauditi nei confronti dell’Iran non basta a giustificare lo show di forza in Yemen, che dopo 4 mesi di bombardamenti s’appresta a imboccare la strada delle tragedia umanitaria. Centinaia di migliaia di persone sono già fuggite, persino in Somalia, e il blocco dei rifornimenti imposto dai sauditi a un paese che da sempre dipende dagli aiuti internazionali, si mostra a mostrarsi al mondo per quello che è: un crimine contro l’umanità.

L’idea americana e occidentale che Assad non possa far parte del futuro della Siria si scontra con l’evidente determinazione del siriano e del suo regime a rimanere al potere, ma soprattutto manca di rispondere alla domanda su quello che arriverà dopo Assad. Svanito il regime, nel paese rimangono solo l’ISIS, la coalizione variamente islamista di cui fa parte al Nusra e i curdi barricati nelle loro province. Milioni di siriani che in teoria dovrebbero votare per un nuovo governo sono ormai fuori dal paese, dove restano gli abitanti delle zone protette dal governo, destinati in parte a fuggire in caso di sconfitta di Assad e le formazioni armate d’ispirazione islamista, nessuna delle quali sarà disposta a deporre le armi anche nel caso sparisca l’ISIS, che non può e nemmeno vuole essere inclusa in altro che non sia il suo delirio. Ma perché accada occorrerà un’altra fase di guerra che dopo aver spazzato Assad si rivolga contro gli uomini del califfato. Sostenere ora Assad, invece, vorrebbe dire tradire i siriani che gli si sono ribellati e ai quali l’Occidente ha promesso aiuto e detto che erano nel giusto e combattere insieme all’ISIS, almeno quelli che non accetteranno un compromesso che manterrà il regime al potere. L’ipotesi sembra poco percorribile anche lasciando mano libera ai russi, magari sbraitando contro Mosca, ma è difficile che Putin s’assuma un compito tanto ingrato e oneroso solo per salvare la base navale russa in Siria, serve sicuramente di più per motivare il Cremlino a un’avventura del genere mentre è impegnato nella crisi ucraina e piegato da sanzioni e prezzi di gas e petrolio ai minimi. Quello che è certo è che soluzioni all’orizzonte per la Siria non ce ne sono, non ci sono nel paese e non ci sono nei piani delle potenze mondiali e regionali immischiate nella guerra civile siriana, sarà per questo che quel che resta di Assad sembra essere rimasto l’unico appiglio visibile, al quale ancorare le sorti di un paese distrutto da un incredibile accanirsi di sanguinosi velleitarismi e ingerenze criminali.

Pubblicato in Giornalettismo

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