È cominciata l’invasione dello Yemen

Posted on 7 settembre 2015

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I bombardamenti cominciati il 25 marzo scorso non hanno ancora convinto gli yemeniti ad accettare il governo del «presidente» Hadi, che la coalizione raccolta attorno ai sauditi vorrebbe imporre al paese.

Come ampiamente prevedibile e previsto non sembra ottenere risultati l’azione militare in Yemen, azione chiaramente diretta dall’Arabia Saudita, alla guida di una coalizione che comprende i paesi del Golfo, meno l’Oman, l’Egitto, il Sudan, il Marocco e la Giordania. Una coalizione che gode del sostegno logistico e politico degli Stati Uniti e di altri paesi occidentali, su tutti quelli che come l’Italia riforniscono la macchina bellica impegnata in Yemen e che si pone come obiettivo quello di rimettere al potere il dimissionario presidente Hadi. A fronte dei modesti successi militari che hanno permesso di allontanare gli Houthi da Aden e dal Sud, la coalizione guidata da Riyad si è ritrovata senza alleati sul terreno e con la prospettiva di dover andare a stanare da soli i miliziani zayditi e quel che rimane dell’esercito yemenita dalle loro roccaforti nel Nord. Beffa delle beffe, cacciati gli Houthi da Aden, la capitale del Sud, sono spuntati i qaedisti ormai simpatizzanti per l’ISIS e, ancora peggio, gli indipendentisti del Sud che hanno combattuto volentieri per cacciare i nemici del Nord, e che ora vogliono l’indipendenza e non ne vogliono sapere del governo Hadi. Proprio il governo che invece i sauditi meditavano d’installare proprio ad Aden, suo ultimo domicilio conosciuto nel paese prima di fuggire in Arabia Saudita, da dove non è più tornato.

La situazione dello Yemen è da sempre estremamente complessa e le parti sono abituate da sempre a trattare le loro questioni a mano armata, tanto che il paese è in gara per la più alta densità di armi pro-capite al mondo e che i tentativi di dargli un governo unitario non sono mai durati troppo a lungo. Complessa e bizzarra, e quanto bizzarra lo spiega bene l’episodio che ha visto un portavoce governativo lamentarsi della cronaca della BBC sulla situazione ad Aden e ha invitato i giornalisti dell’emittente britannica a verificare di persona. Emittente che ha avuto buon gioco a rispondere che accetterà l’invito quando il governo sarà ad Aden e nelle condizioni di invitare qualcuno. Una risposta che spiega bene che bluff sia il «governo» di Hadi e quanto sia rappresentativo, impossibilitato a entrare persino nelle zone liberate dai suoi tutori e mentori.

Lo Yemen così com’è oggi è nato moribondo il 22 maggio 1990 con l’unione del Sud (ex marxista-filosovietico, ora indipendente e moderatamente filo-saudita) e del Nord, che fin dal 1978 era governato da Ali Abdullah Saleh con il pugno di ferro, reprimendo tra l’altro gli Zaydi, minoranza sciita che la Nord non era così minoranza e che aveva governato buona parte del Nord per mezzo secolo a dispetto del tentativo ottomano d’imporre l’ordine coloniale. Diviso in due e sommariamente dalla guerra fredda, lo Yemen si è trovato poi riunito sotto l’ala di Saleh e del suo rapace partito, che hanno bene o male controllato il paese fino a che la sua logora leadership non è caduta sotto la spinta della locale primavera araba e di una generale ribellione al suo governo, che mai è riuscito a spingere la sua autorità fino all’estremo Sud e all’estremo Est del paese. Saleh è caduto principalmente perché era ormai impresentabile, al punto che anche i media più cauti usavano il termine cleptocrazia per descrivere l’assetto politico yemenita. Il 27 febbraio 2012 Ṣaleḥ ha così formalmente ceduto il potere al suo ex vice, Abd Rabbih Manṣur Hadi. Una soluzione nel segno della continuità, sostenuta dai paesi del Golfo e dagli Stati Uniti, che da anni hanno deciso di fare da balia al paese, ma non è finito in galera e nemmeno in esilio, è rimasto anzi rilevante e assecondato da un buon numero di fedelissimi. Lo Yemen è anche un paese nel quale gli americani hanno licenza di bombardare i qaedisti, che invece sono ignorati dai sauditi, che li snobbano ostentatamente.

Dopo due anni di «governo» che non ha governato e il tentativo di far passare una riforma costituzionale e una divisione federale del paese che non piaceva a nessuno, Hadi è stato prima sollevato de facto dall’incarico e poi dimesso dall’intervento degli Houthi, che hanno invaso la capitale prima con enormi manifestazioni e poi con milizie che non hanno trovato resistenza. Il 22 gennaio 2015 il presidente Hadi, e il Primo ministro Baḥaḥ, hanno rassegnato le dimissioni, secondo la Costituzione la carica di presidente ad interim dovrebbe passare al presidente del Parlamento, figura ritenuta vicina a Saleh. E gli uomini di Saleh continuano a controllare l’esercito, bastione del vecchio regime armato dagli americani e dai sauditi. Houthi e vicini a Saleh hanno quindi preso la guida di una discussione politica dalla quale erano stati espulsi sia Hadi che i sauditi, anche perché sia gli Zaydi che Saleh sono per un paese unito e ragionano di conseguenza sulla creazione di un governo nazionale. Una discussione nella quale gli Houthi rivendicavano il ruolo di kingmaker più che il potere, una discussione poi dispersa dalle bombe dei Saud. La sorpresa è arrivata quando Hadi si era dimesso e tutti stavano già meditando come rimpiazzarlo, e lui invece è rispuntato ad Aden, il 21 febbraio, e si è detto di nuovo in carica smentendo le dimissioni. Giusto qualche giorno, poi è fuggito in Arabia Saudita non appena i suoi nemici si sono diretti sulla capitale del Sud, che nel frattempo aveva dichiarato nuova capitale del paese, e da Riyad ha invocato l’intervento saudita.

Da allora Hadi sta in Arabia Saudita, nomina membri scegliendoli tra gli yemeniti all’estero i membri di un governo che i paesi della coalizione prendono sul serio e del quale nemmeno l’ONU sembra contestare la legittimità e rappresentatività, che è prossima allo zero. La finzione è necessaria perché la coalizione è intervenuta in quanto «invitata» dal legittimo presidente, almeno questa è la finzione legale, ma la finzione ha le gambe corte, perché Hadi in Yemen non lo vuole nessuno. Nessuno infatti ha ritenuto onorevole e giusto il suo prestarsi a scatenare i bombardamenti aerei della coalizione sul suo stesso paese, anche perché ai bombardamenti sono seguiti il blocco aereo e navale del paese, con conseguente crisi degli approvvigionamenti e il precipitare della situazione umanitaria, in un paese nel quale di norma qualche milione di abitanti è a rischio di morir di fame e che tra un po’ non avrà più un ospedale funzionante. In mancanza di fondamentali obiettivi militari, i sauditi bombardano case di dirigenti, sedi di partito, industrie e infrastrutture, l’ultima una fabbrica per l’imbottigliamento, 30 operai morti, nessun valore bellico, in compenso una lunga lista di angherie che aumenta il risentimento degli yemeniti. Secondo le stime delle associazioni umanitarie ci sono 21 milioni di yemeniti che hanno bisogno, proprio ora, di aiuti umanitari. È qui che si nasconde la vera dimensione della catastrofe, numeri imponenti, capaci di far impallidire i pur rilevanti 2.000 morti a causa del conflitto, più della metà civili, un quarto bambini. Poi ci sono i feriti, gli ammalati che non si possono curare o che non si possono portare all’ospedale, le code per l’acqua, per la benzina, per il pane, un paese assediato e affamato.

Il rientro delle salme dei soldati negli Emirati

Il rientro delle salme dei soldati negli Emirati

È una strategia, ma è quella sbagliata, non sembra proprio che gli yemeniti si rivoltino contro i nemici di Hadi, che anzi sono legittimati agli occhi di tutti in quanto si battono contro l’ingerenza straniera. Non è chiaro se la volontà dei sauditi d’ingerire sia dettata dall’ostilità agli Zaydi in quanto sciiti, in quanto «alleati» dell’Iran o semplicemente da una tendenza all’egemonia sul Golfo che ha radici antiche, ma è abbastanza chiaro che i sauditi non potranno giovarsi troppo della superiorità aerea e che l’intervento di terra rischia di trasformarsi in un incubo. Tra i paesi alleati infatti solo gli Emirati hanno offerto truppe, che sono già arrivate al Sud e sono già state attaccate. Ma gli Emirati, che hanno introdotto la leva obbligatoria l’anno scorso, hanno una popolazione autoctona che non arriva ai due milioni, mediamente ricca, mediamente istruita e più che mediamente refrattaria alla guerra, in ogni caso ben poco d’aiuto per mancanza di manodopera.

E di aiuto ce ne sarebbe bisogno, anche se i sauditi dicono di aver impegnato 150.000 uomini delle forze di terra e 100 aerei dell’aeronautica militare, se si pensa che gli uomini del «governo» di Hadi non hanno ancora osato sbarcare ad Aden «liberata» dagli Houthi, ma non per questo grati all’autoproclamato presidente-fantoccio, che in Yemen avrà moltissimi problemi a tornare in futuro, data anche la natura vendicativa di molti dei suoi connazionali e le più che esplicite promesse di morte che gli sono state rivolte in quanto traditore del suo paese da più di una fazione. Fazioni che in Yemen sono numerosissime anche all’interno dei gruppi più numerosi, ma nemmeno all’interno di queste fratture si trovano sostenitori di un ipotetico governo Hadi. Un fatto che frustra qualsiasi piano saudita, perché li priva di qualsiasi sponda locale di rilievo e di conseguenza di qualsiasi ragionevole speranza di prevalere militarmente. L’ultima volta di un esercito straniero in Yemen racconta del «Vietnam egiziano» di Nasser, intervenuto negli anni ’60 a favore dell’insorgente repubblica contro il regno zaydita, all’epoca spalleggiato da sauditi e giordani, che repubblicani non sono mai stati, ma che all’epoca brillavano per inconsistenza militare. Una debolezza compensata peraltro dall’efficiente sostegno britannico, che dai tempi dell’impero ottomano continuava a disputarsi il controllo della Penisola Arabica e dei regni che nascevano sotto l’ala protettrice e complice della corona britannica. Un disastro al quale Nasser imputerà la sconfitta subita con Israele, ma anche un monito al giovane principe figlio del nuovo sovrano, il belligerante Salman. Che dovrebbe ricordare che con i 70.000 egiziani dotati di armi chimiche c’era anche lo Yemen repubblicano che ha combattuto con decisione. Finora le sortite saudite in territorio yemenita non sono apparse irresistibili e i Saud in cambio hanno dovuto assistere a diversi bombardamenti entro i loro confini, ai quali hanno risposto a loro volta bombardando pesantemente la capitale degli Houti e altre infrastrutture di nessun interesse militare o strategico. Combattimenti e bombardamenti che non provocano stragi enormi, ma che susseguendosi da mesi hanno spinto verso l’alto il numero delle vittime dirette e soprattutto di quelle indirette del conflitto, che ora a seguito del blocco imposto dalla coalizione rischia di balzare a dimensioni apocalittiche in un tempo brevissimo. L’obiettivo della missione militare guidata dai sauditi è quella d’imporre il governo di Hadi, Hadi in Yemen non lo vuole nessuno e ora anche i sauditi hanno accusato un crollo della loro popolarità. I Saud hanno in mano un candidato bruciato e nessun alleato di peso in un paese che rischia di frantumarsi e di diventare una festa per i qaedisti alle porte di casa, qualche conto devono averlo sbagliato. Forse sarebbe il caso che qualcuno si decidesse a spiegarglielo bene, prima che in Yemen vada a finire veramente male.

P.s. Dalla pubblicazione di questo pezzo a oggi la coalizione ha subito diverse perdite, qualche decina di uomini tra sauditi ed emiratini, che ha vendicato bombardando la capitale yemenita nei giorni successivi. I colloqui di pace in Oman si sono interrotti oggi pomeriggio con un nulla di fatto, mentre è stato annunciato l’arrivo di 1.000 soldati del Qatar, dal Kuwait e l’invio di 6.000 sudanesi.

Pubblicato in Giornalettismo

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