L’impronta saudita sul 9/11

Posted on 9 agosto 2015

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Il governo degli Stati Uniti ha finalmente tolto il segreto sulla parte del rapporto conclusivo sul 9/11 che riguarda il coinvolgimento e le indagini sui sauditi negli attacchi alle torri gemelle e al Pentagono. Purtroppo i documenti rimangono coperti da omissis che li rendono quasi inutili, ma sembrano ribadire che nascondono informazioni che amministrazione, CIA e Pentagono non vogliono ancora rendere pubbliche.

La domanda principale alla quale per ora le indagini sul 9/11 hanno dato una risposta non conclusiva è se dietro all’attentato ci sia stata la mano o l’ombra di uno o più stati. I complottisti sono ormai sicuri nel sostenere che la mano fu americana, mentre le indagini e molti dati di pubblico dominio sembrano piuttosto puntate verso il Pakistan e l’Arabia Saudita, che ha fornito più dei 3/4 della manodopera. Poi c’è una parte residuale e minoritaria di complottisti in maggioranza musulmani che accusano Israele. Le indagini americane si sono ufficialmente fermate al punto nel quale l’ipotesi di un coinvolgimento saudita è stata esclusa, anche se l’amministrazione Bush non ha mancato di accusare il governo talebano in Afghanistan prima e persino l’Iraq di Saddam poi di aver collaborato all’impresa, senza che prove in questo senso siano emerse da indagini e inchieste. Escluso ogni coinvolgimento iracheno, anche quello afghano rimane a tutt’oggi indimostrato e non solo perché non c’erano afghani tra gli attentatori, 15 dei quali venivano dall’Arabia Saudita, 2 dagli Emirati, uno dall’Egitto e uno dal Libano.

Posto che Bin Laden era all’epoca ospite dei talebani, non ci sono comunque prove del coinvolgimento della dirigenza talebana nella preparazione o nell’esecuzione del piano, portato a termine da uomini che provenivano quasi tutti dai paesi del Golfo e in particolare dall’Arabia Saudita. E, com’è normale o forse no, una volta negli Stati Uniti sono entrati in contatto con altri compatrioti, tra i quali almeno un ufficiale di consolato e un religioso, figure pagate dal governo che avrebbero agevolato la loro missione, anche se non in maniera diversa da quella adoperata per assistere altri sauditi in America con intenzioni lecite.

Le indagini su queste persone sono state incredibilmente limitate e poi definitivamente accantonate una volta che questi sono tornati in Arabia Saudita. Agli americani non è stato permesso d’interrogarli liberamente e nemmeno d’interrogare i parenti degli attentatori del 9/11, si sono dovuti accontentare di quanto hanno riferito loro i sauditi, subito accolti come preziosi collaboratori nelle indagini. Se almeno l’attacco all’Iraq è stato sicuramente sferrato per motivi diversi da una reazione agli attacchi del 9/11 o alla «minaccia» delle armi di distruzione di massa, è altrettanto evidente che all’Arabia Saudita sia stato risparmiato ogni fastidio e persino il peso del sospetto, non solo perché in ottimi rapporti con l’amministrazione Bush, la famiglia Bush ma anche perché da sempre collaborativa con il personale delle agenzie d’intelligence, che dalle operazioni congiunte con i sauditi, o semplicemente dalla loro raccolta d’informazioni, è sempre tornato contento e gratificato in maniera tangibile. La generosità dei sauditi con gli incaricati della loro sicurezza negli Stati Uniti e in generale con i funzionari pubblici è da sempre leggendaria.

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Il riassunto del contenuto del rapporto da poco «pubblicato» dice che «non si è trovata prova» che il governo saudita abbia «consapevolmente o volontariamente aiutato i terroristi di al Qaeda», il che è un po’ poco, ma abbastanza, anche se lascia buona parte dei documenti appena pubblicati ricoperti di omissis, tanto che la pagina qui sopra è l’unica intellegibile e in grado di fornire una qualsiasi indicazione. Sono 28 le pagine che sono state coperte dal segreto da Bush e ciascuno può giudicare quanto sia stato rivelato di quei 28 fogli che da anni associazioni e parenti delle vittime chiedono di vedere, finora inutilmente. Altri rapporti hanno concluso con simili e prudenti verdetti che puntano alla mancanza di prove nei confronti del governo saudita, ma l’elefante nella stanza resta il possibile coinvolgimento dei grandi sponsor di al Qaeda nel Golfo, tra i quali inevitabilmente ci sarà qualche membro dell’estesissima famiglia reale o del clero di stato. Un elefante che gli estensori del rapporto non hanno inteso disturbare, si nota ad esempio dal fatto che abbiano scritto che occorrerebbe indagare meglio per escludere un coinvolgimento dell’Iran (!), ma non per l’Arabia Saudita.

Da chi e come abbiano ricevuto aiuto i 19 attentatori è storia ancora largamente sconosciuta e incompleta, e se si pensa al qatariota Khalifa Muhammad Turki al-Subaiy, accusato di aver finanziato nientemeno che Khalid Sheikh Mohammed e per questo detenuto solo brevemente, si capisce come sia difficile ricostruire i finanziamenti eventualmente giunti dall’Arabia Saudita senza l’aiuto dei Saud e dei loro colleghi, e come sia del tutto impossibile giungere all’incriminazione di un saudita di un certo livello. Occorre infatti ricordare che dopo il 9/11 l’Arabia Saudita ha introdotto un programma di recupero per estremisti e foreign fighter (ma solo se sunniti) e che negli ultimi anni sono state più le domestiche decapitate perché riconosciute colpevoli di stregoneria, che i terroristi d’origine sunnita.

I sauditi per canto loro hanno fatto gli indignati e hanno preso la massima distanza dall’attentato, tanto che all’inizio sostennero senza convinzione il coinvolgimento di una «potenza straniera» e che ci misero fino al dicembre successivo all’attentato ad ammettere il coinvolgimento di sauditi, più o meno accertato già poche ore dopo l’attentato. Il principe Naif ci metterà addirittura fino al febbraio successivo ad ammetterlo, salvo a quel punto puntare il dito sui «sionisti» presenti al Congresso e quelli che potrebbero essere dietro il 9/11, che sicuramente si è rivelato vantaggioso per Israele. I sauditi però non hanno offerto alcuna collaborazione alle indagini in Arabia Saudita, gli americani non hanno potuto sentire nemmeno Saleh al-Hussayen, un amministratore delle moschee della Mecca e Medina che si trovava negli Stati Uniti con la moglie da tre settimane quando, dopo un soggiorno di 4 giorni in un hotel in Virginia, cambiò albergo andando a stare proprio dove due degli attentatori stavano per trascorrere la loro ultima notte. Interrogato dall’FBI finse un infarto e poi volò in Arabia Saudita, dove venne promosso ai vertici dell’amministrazione delle moschee sacre, mai più visto o sentito dagli americani.

Molto peggio è andata ad esempio ad Anwar al-Awlaqī, che invece era cittadino americano di origini yemenite, anche lui imam, erroneamente ritenuto membro di Al Qaeda e possibile successore di Osama bin Laden, ucciso in Yemen il 30 settembre 2011 all’età di 40 anni da un drone, organizzato dal Commando congiunto delle Operazioni Speciali sotto la supervisione della CIA. Poco più tardi anche suo figlio, Adbulrhaman, di 16 anni, verrà ucciso nello stasso modo. Al-Awlaqī non ha mai preso parte alla pianificazione di attentati o di crimini, si è sempre e solo occupato di propaganda e il suo è stato il primo caso di omicidio mirato di un cittadino americano da parte di Washington. Una sorte dalla quale sono al sicuro i qaedisti che hanno trovato riparo in Arabia Saudita, che a meno che non si diano al terrorismo in casa sono in genere abbastanza liberi di muoversi e d’andare e venire dai teatri della jihad. Era così ai tempi della lotta contro i sovietici in Afghanistan negli anni ’80 ed è così ora per quanti si recano in Siria e Iraq e poi tornano a ritemprarsi a casa o non tornano affatto, come il kamikaze che due settimane fa si è ucciso facendosi esplodere in un attacco a una moschea sciita nel vicino Kuwait.

Che il qaedismo e le varie declinazioni dell’estremismo sunnita che preferiscono la conquista del potere per la via militare a quella politica traggano il loro alimento economico e umano nei paesi del Golfo non è una novità, come non è una novità che diversi principi e alti dignitari delle diverse famiglie reali abbiano finanziato questo o quel gruppo in odore di terrorismo. Per questo non stupisce che in quel che è diventato visibile del rapporto ci sia una frase che ricorda che la CIA ha «speculated» che alcuni ufficiali sauditi sleali possano aver aiutato le azioni di al Qaeda nel 2001. Quella che traspare è quindi al massimo un’apertura alla teoria dei «rogue officials», delle mele marce, che comunque sarebbero pur sempre sauditi di un certo livello che vanno ad aggiungersi al gran numero di sauditi che si è ritrovato tra gli autori materiali degli attacchi del 9/11. Un’evidenza che naturalmente ne rileva l’apporto decisivo. Circostanza che rende abbastanza curiosa anche una dinamica delle indagini orientata a seguire i loro movimenti in giro per il mondo per capire complicità e genesi del piano, ma che ha trascurato o non è riuscita a illuminare i movimenti dei kamikaze del 9/11 che possono aver avuto luogo in Arabia Saudita o negli Emirati. Circostanze da indagare, ancora di più considerando che si tratta di persone indottrinate localmente e per molti versi perfettamente in sintonia con l’islam che è liberamente predicato in Arabia Saudita, nonché promosso all’estero da ministeri e ONG che ad esempio in Pakistan e Afghanistan finanziano le madrasse e combattono l’istruzione pubblica sostenute dal Ministero degli Affari Islamici, principale braccio finanziario dell’evangelizzazione wahabita all’estero e del mantenimento dell’ortodossia all’interno.

I membri del Congresso che hanno letto le 28 pagine ancora sigillate hanno riassunto la questione contenuta nel rapporto circoscrivendola tutta al dubbio se la famiglia reale sia stata coinvolta nella preparazione dell’attacco o meno. Il che lascerebbe intendere che le mele marce indicate nel rapporto stiano abbastanza in alto nelle gerarchie saudite, siano quelle secolari o quelle religiose, ma anche in questo caso le indicazioni si limiterebbero a ipotesi e poco più. Come per le indicazioni che indicano il coinvolgimento di membri dell’ambasciata di Washington e del consolato di Los Angeles, circostanza che se confermata trasformerebbe la qualificazione dell’attacco da atto terroristico ad atto di guerra, volenti o nolenti i Saud.

Eppure quando nel 1990 Osama entrò in rotta di collisione con la monarchia perché dopo un ritorno da eroe dall’Afghanistan gli fu vietato d’attaccare Saddam in Kuwait, il suo violento confronto verbale con la monarchia si risolse in una semplice espulsione e nella revoca della cittadinanza nel 1991. Si rifugerà poi in Sudan da dove sarà espulso nel 1996 e quindi rifugiato in Afghanistan, anni nei quali monterà anche il suo sentimento anti-americano senza che il regno abbia mai provato a liberarsi di lui. Anzi, è del 1998 un accordo con il quale i Saud s’impegnano a fornire assistenza ai talibani e a non chiedere la sua estradizione a Kabul e in cambio Bin Laden s’impegna a non far danni in Arabia Saudita. I sauditi erano anzi l’unico governo al mondo insieme ad Emirati e Pakistan a riconoscere il governo dei talibani e non hanno certo fatto pressioni su Kabul perché cacciasse Bin Laden. Sostegno che abbandonerà precipitosamente dopo il 9/11, iscrivendosi tra i più volenterosi nella War on Terror, circostanza apparentemente straordinaria se si pensa che il regime commina condanne a morte per reati assurdi quali l’insulto al monarca, reato sicuramente commesso da Bin Laden quando ha cominciato a denunciare i Saud come sovrani abusivi e lascivi peccatori. Sicuramente gli ha giovato appartenere a una delle famiglie più importanti del paese, che pure l’ha ripudiato per prenderne le distanze, ma altrettanto sicuramente i Saud non se ne sono liberati a causa delle pressioni interne di segno contrario, anche interne alla famiglia reale, che per anni l’aveva incensato e aveva incassato grande benevolenza dagli americani senza coinvolgere ufficialmente il Regno nel confronto con i sovietici. Il riproporsi della stessa tattica nel supporto all’ISIS in Siria fa ritenere che i sauditi si siano scottati abbastanza con al Qaeda e che continuino a ritenere lo jihadismo estremista un utile strumento per la destabilizzazione di governi e regimi sgraditi, e anche una buona maniera per mandare a morire all’estero i giovani più estremisti e irrequieti.

Se è difficile immaginare che i Saud abbiano ordito un attacco agli Stati Uniti di Bush, è invece abbastanza agevole rilevare come negli ultimi decenni sia stato questo l’atteggiamento dominante della monarchia, alle prese con un paese in pieno boom demografico e con un altissimo numero di disoccupati tra una popolazione con l’età media molto bassa, che vive grazie alla rendita petrolifera e al lavoro di milioni d’immigrati senza i quali l’economia saudita si bloccherebbe da un giorno all’altro. Un serbatoio di tensioni che non può essere tenuto a bada solo dalle prediche del clero lealista e dai soldi della rendita petrolifera e che per anni è sfociato nel finanziamento di diverse imprese terroristiche, molte delle quali documentate dai documenti che il primo segretario dell’ambasciata saudita a Washington, Mohammed al-Khilewi, consegnò agli americani al momento di chiedere asilo politico negli Stati Uniti nel 1994. Ma nessuno a Washington ha mai parlato di mettere l’Arabia Saudita nell’elenco dei paesi canaglia e i documenti di al Khilevi furono rifiutati, anche se gli fu concesso asilo.

Posto che è evidente una riservatezza americana che gioca a favore dei sauditi, resta da spiegare la ragione di tale benevolenza, che non può essere imputata solo alla vicinanza della famiglia Bush ai Saud. Molto vicini ai sauditi e con grosse cointeressenze erano e sono moltissimi esponenti de filone neoconservatore, quello che ha teorizzato la War on Terror senza data di scadenza, che per ora è durata quattordici anni senza risultati apprezzabili. Dopo il 9/11 il mondo si divise tra chi stava con gli americani e chi contro: non vi fu pietà verso i talebani che pure avevano cercato un appeasement così come non ebbero dubbi nel rimanere contro Saddam, contro il quale si sfogò il grosso della potenza militare americana, anche se con l’undici settembre l’Iraq c’entrava meno di niente e anche se la rimozione di Saddam ha fatto dell’Iraq un tragico parco-giochi per l’estremismo mediorientale, diventando terreno di formazione dei mestatori delle primavere arabe e d’avventurieri di ogni tipo, molto di più dello scomodo Afghanistan, che è sempre stato un impegno riservato a volontari estremamente motivati e fisicamente resistenti. Con gli americani si schierarono i sauditi e i paesi del Golfo, Gheddafi, il sudanese Bashir, il siriano Assad e in genere una lunga lista di governi autoritari, nonostante il programma dell’amministrazione Bush fosse ufficialmente quello di portare la democrazia in Medio Oriente e nei paesi musulmani. Un proposito che avrebbe dovuto suonare come una minaccia mortale per le monarchie assolute del Golfo, che invece si unirono alla coalizione e si prestarono a combattere il terrorismo e a torturare i «terroristi» con apparente entusiasmo. L’Arabia Saudita interpretò ancora una volta questa impresa a modo proprio, da un lato appoggiando gli Stati Uniti politicamente ed economicamente, investendo in America e comprando armi da Washington per miliardi di dollari, persino più di quante i suoi militari siano in grado di gestirne; dall’altro lasciando che i suoi giovani dal sangue caldo andassero a combattere in Iraq potendo contare sulla comoda retrovia casalinga. Un fenomeno che produsse anche un buon numero di guerrieri da weekend, sauditi che nel fine settimana andavano a uccidere iracheni, preferibilmente sciiti, e che per il resto della settimana stavano a casa da mamma.

La strategia dei Saud è stata abbastanza trasparente e al limite anche comprensibile, trattandosi di una monarchia assoluta che si regge con il supporto del clero saudita e che l’idea di mandare a morire all’estero le teste calde ha i suoi evidenti vantaggi, ancora di più se nessuno te lo rinfaccia. Quello che resta meno comprensibile è come anche l’amministrazione Obama abbia deciso di farsi dettare dai sauditi, e in misura minore dagli israeliani, la politica in Medio Oriente nell’ultimo decennio, accettando più volte iniziative evidentemente sgradite, come nel recente caso dell’attacco allo Yemen, da parte di una monarchia politicamente molto meno capace di muoversi sullo scacchiere internazionale di quanto appaia convinta di essere, atteggiandosi a potenza regionale ed esibendo un’arroganza che prima o poi potrebbe contribuire a un disastro.  Ancora più inspiegabile è che Washington abbia lasciato a sauditi e ai vicini del Qatar (che regnano su mezzo milione d’abitanti) il ruolo di registi della strategia anti-Assad, quella che ha armato e favorito l’emersione dell’ISIS come fu per al Qaeda e talibani in Afghanistan. Ambizioni e iniziative non supportate da capacità e forza militare propria sono destinate a finire male, soprattutto in Medio Oriente, dove non basta certo staccare degli assegni e armare questo o quello per ottenere i risultati sperati. Che infatti non sono venuti. Meglio è andata dal punto di vista economico, i sauditi sono solvibili e a differenza d’Israele pagano le forniture militari e con i colleghi del Golfo hanno spiccato ordini negli Stati Uniti, in Francia, in Gran Bretagna e in altri paesi europei che hanno sicuramente portato sollievo alle casse di quei paesi. I Saud da sempre usano i soldi della rendita petrolifera per assicurarsi la benevolenza dell’Occidente e in particolare la protezione americana e così dal 9/11 in poi hanno moltiplicato gli sforzi in questo senso, anche se gli USA si sono smarcati dalla dipendenza dal petrolio del Golfo, non solo perché sono diventati i primi produttori di gas e petrolio al mondo. Per quanto apprezzati dai governi occidentali, soprattutto per la loro capacità di spesa, i Saud sono per converso abbastanza malvisti nella comunità degli stati a maggioranza islamica. Un’ostilità che non è patrimonio esclusivo degli sciiti, ma anche di larga parte dell’opinione pubblica sunnita, che ha poca simpatia per le pretese dei Saud sulle risorse dell’Arabia Saudita, ma che soprattutto non gradisce che la monarchia si sia dichiarata custode dei luoghi santi e li abbia trasformati prima in un business e poi in progetti di speculazione immobiliare. Progetti che hanno cancellato per sempre quello che era l’ambiente nel quale ha meditato e vissuto il Profeta, trasformando un deserto ieratico in una Disneyland nella quale i Saud attirano e spennano i fedeli e i luoghi sacri in uno strumento di potere e di ricatto nei confronti dei musulmani di tutto il mondo. Tensioni che hanno prodotto i disastri che tutti conoscono e che probabilmente hanno finito per contribuire in maniera decisiva al successo degli attacchi dell’undici settembre 2001.

Pubblicato in Giornalettismo

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