Suicidio coreano per lo scandalo Hacking Team

Posted on 20 luglio 2015

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Un ufficiale del governo coreano si è suicidato lasciando una nota nella quale nega che il National Intelligence Service abbia spiato i cittadini intercettando telefoni e computer. Lo scoppio dello scandalo Hacking Team ha per ora avuto più conseguenze in Corea del Sud che in Italia.

Fa rumore in Corea del Sud il suicidio di un agente del NIS (National Intelligence Service), che è stato trovato morto all’interno della sua auto parcheggiata sulle colline a Sud di Seul sabato scorso. Il quaranteseienne ha lasciato una nota, poi diffusa dalla polizia, nella quale afferma che il NIS «davvero non ha spiato» i cittadini o attività elettorali. L’uomo si è poi scusato con i colleghi perché il suo «eccesso di zelo» nel lavoro ha creato la «situazione odierna».

Gli uomini dei servizi hanno comunicato oggi che l’uomo è il responsabile degli acquisti di sistemi per l’intercettazione di computer e telefoni dall’azienda italiana Hacking Team, recentemente denunciata da un hacker come coinvolta in esportazioni illegali di questo genere di sistemi, dei quali si servono in abbondanza anche le polizie italiane. I servizi coreani al momento sono impegnati nel provare a dimostrare al parlamento che non hanno spiato cittadini e politici con il materiale di Hacking Team. Da quando due settimane fa un misterioso hacker ha pubblicato il database dell’azienda, lo scandalo è scoppiato rumoroso in diversi paesi che avevano avuto contatti con l’azienda, ma non in Italia.
Silenzio invece in Italia, dove pure risiede l’azienda di spioni più ridicolizzata e compromessa al mondo, fortunatamente da noi non c’è il rischio che si suicidi nessuno. La contrario pare quasi che Hacking Team sia parte lesa e non l’organizzazione impegnata in gravissime attività illegali come appare dai dati sottratti ai suoi server e poi pubblicati in rete. Silenzio nonostante, o forse proprio per questo, i servizi e le polizie del nostro paese s’appoggiassero moltissimo sui servizi dell’azienda e che quindi il nostro paese sia in prima linea sia come danneggiato dallo scandalo, che come corresponsabile delle esportazioni verso certi paesi-canaglie e primo governo che dovrebbe rispondere, non solo agli italiani, su uno scandalo che ha sconvolto numerosi governi.

Ma in fondo è difficile pensare che il Renzi che è appena andato in Etiopia a magnificare le sorti del regime, possa poi fare la voce grossa contro Hacking Team, colpevole di aver fornito a quel regime gli strumenti per colpire i giornalisti e gli oppositori. Nel nostro paese se verrà chiarezza non sarà dal governo e nemmeno dai partiti, che tacciono come un sol uomo sullo scandalo, l’unica speranza è che qualche reazione utile e significativa possa venire dell’Unione Europea o, soprattutto, dalla magistratura, visto che l’esplodere dello scandalo ha portato alla luce numerose e gravissime ipotesi di reato.

Pubblicato in Giornalettismo

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