La ludopatia tra i giovani, una tassa sui più poveri e meno istruiti

Posted on 4 luglio 2015

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La ricerca presentata mercoledì primo luglio da Nomisma e intitolata Young Millennials Monitor,  presenta un quadro della ludopatia giovanile non particolarmente preoccupante, ma comunque problematico, perché dimostra ancora una volta come il gioco d’azzardo mieta le sue vittime principalmente tra i più poveri e meno istruiti.

 

Secondo la definizione del ministero della Salute:

Per ludopatia (o gioco d’azzardo patologico) si intende l’incapacità di resistere all’impulso di giocare d’azzardo o fare scommesse, nonostante l’individuo che ne è affetto sia consapevole che questo possa portare a gravi conseguenze.
Per continuare a dedicarsi al gioco d’azzardo e alle scommesse, chi è affetto da ludopatia trascura lo studio o il lavoro e può arrivare a commettere furti o frodi. Questa patologia condivide alcuni tratti del disturbo ossessivo compulsivo, ma rappresenta un’entità a sé.

È una condizione molto seria che può arrivare a distruggere la vita.
Durante i periodi di stress o depressione, l’urgenza di dedicarsi al gioco d’azzardo per le persone che ne sono affette può diventare completamente incontrollabile, esponendoli a gravi conseguenze, personali e sociali.

La ludopatia può portare a rovesci finanziari, alla compromissione dei rapporti e al divorzio, alla perdita del lavoro, allo sviluppo di dipendenza da droghe o da alcol fino al suicidio.

I Millennials sono invece i giovani che hanno tra i 14 e i 35 anni, quelli nati tra il 1980 e il 2000, in parte adulti in parte i prossimi a diventarlo,un segmento della popolazione da tenere d’occhio per cercare di capire dove va il paese. In questo caso la ricerca indaga tra i più giovani tra loro fino alla maggiore età.

La ricerca di Nomisma presentata a Bologna, nel corso di una conferenza stampa alla quale sono intervenuti il rettore uscente dell’università, Ivano Dionigi, il presidente della regione Stefano Bonaccini e i rappresentanti dei dipartimenti universitari che hanno affiancato l’istituto bolognese nella raccolta e nell’elaborazione dei dati, è la prima del genere dal 2009, anno nel quale Nomisma provò per la prima volta a penetrare il fenomeno. Prodotta in proprio e non su committenza, grazie alla collaborazione con l’università, le scuole e gli enti locali è riuscita a interrogare ben 14.000 giovani dell’età compresa tra i 13 e i 19 anni, che hanno risposto a un questionario sulle ludopatie affinato e più dettagliato rispetto all’originale. Una ricerca con lo stesso tema condotta dall’IPSAD, (Italian population survey on alcohol and other drugs) dell’Istituto di Fisiologia clinica del Cnr di Pisa, nel 2013 aveva calcolato in circa 630.000 i giovani che hanno giocato almeno una volta, la ricerca di Nomisma rivela che il numero oggi è doppio e che, anche se il quadro non è inquietante come quello offerto dai 19 milioni di scommettitori adulti, di cui almeno un milione è considerato a rischio ludopatia. Ma che resta preoccupante lo stesso, in particolare considerando che la legge vieta il gioco ai minori, che quindi non dovrebbero proprio giocare.

I dati raccolti dicono prima di tutto che, nonostante il gioco sia vietato ai minori, molti giovani giocano abitualmente e più o meno tutti hanno giocato almeno una volta nella vita, almeno la metà nell’ultimo anno scolastico. I numeri riferibili all’insorgere di ludopatie, cioè quelli che evidenziano i minori che giocano abitualmente e più (anche parecchio) di 5 euro a settimana, sono all’apparenza modesti, però sono potenzialmente traducibili in migliaia di casi di ludopatia conclamata, che sono quasi sempre molto penosi e sempre costosi e difficili da trattare con successo.

Il dato che emerge con prepotenza dalla ricerca di Nomisma è che i principali fattori di rischio sono la mancanza d’istruzione e il censo. La natura anticiclica del business dell’azzardo è testimoniata dal raddoppio del fatturato del settore in Italia dal 2007 al 2014, a dispetto della crisi o più probabilmente grazie alla crisi, che spinge più persone a gettare i pochi soldi che hanno nel sogno senza speranza di una vincita che cambia la vita da grama a sopportabile. Al raddoppio del fatturato ha sicuramente contribuito l’elevato e concomitante aumento dell’offerta, ma anche negli altri paesi europei si è assistito all’aumento delle giocate in controtendenza rispetto al calo delle economie ed è abbastanza assodato che in condizioni del genere aumenti la propensione al gioco delle classi meno abbienti, tanto che c’è chi ha definito il gioco d’azzardo come una «tassa sulla povertà». La ricerca non ha rilevato la condizione socio-economica degli intervistati, ma alcuni dati sembrano convergere a confermare che, anche tra i giovani, i più esposti sono quelli che appartengono alle classi meno abbienti.

Si gioca quindi di più nelle regioni del Sud e nelle isole,  più tra gli studenti degli istituti tecnici e professionali che tra i liceali, ma anche più tra gli studenti che hanno brutti voti in matematica che tra quelli che vi eccellono. L’incapacità di valutare la probabilità della possibile vincita risalta come uno dei fattori che spingono o aiutano a giocare abitualmente, la propensione al gioco è infatti direttamente correlata al rendimento scolastico in matematica: la quota di giocatori raggiunge il 68% tra chi ha un rendimento insufficiente e precipita intorno al 20% per chi ha i voti migliori. La strada verso la malattia spesso è diversa da soggetto a soggetto e nonostante certi fattori pesino di più in tutta evidenza, non è possibile individuare un unico fattore scatenante. Come per molte altre patologie si pesano quindi i fattori di rischio e s’indagano le ricorrenze statistiche che segnalano scostamenti significativi dalla media. Un dato che conferma la correlazione tra censo e propensione al gioco è ad  quello che vede un grande interesse tra i figli delle famiglie d’immigrati, che sicuramente hanno in comune redditi mediamente più bassi della media, e che giocano a prescindere dal fatto che le culture di provenienza siano più o meno ben disposte nei confronti del gioco d’azzardo.

Nel corso dell’ultimo anno scolastico il 54% dei giovani italiani ha tentato la fortuna almeno una volta con il gioco d’azzardo, con punte più elevate al Sud e i minimi al Nord; 3 su 4 sono maschi e 2 su tre risiedono nel Sud o nelle isole. In tutto sono 1,3 milioni di ragazzi che nel 74% dei casi hanno speso meno di 3 euro a settimana nei giochi senza suscitare preoccupazione nei ricercatori, che hanno concentrato invece la loro attenzione su quel circa 7% di giovani giocatori per i quali il rapporto con il gioco d’azzardo si rivela portatore d’implicazioni negative sulla vita quotidiana e sulle relazioni familiari. Il 29% di questi ha nascosto o ridimensionato le proprie abitudini di gioco ai genitori, il 4% ha derogato impegni scolastici per giocare, mentre il gioco ha causato discussioni con familiari e amici o problemi a scuola al 7% dei giocatori. E proprio la percentuale che va dal 5 al 7% dei giovani interrogati è quella considerata a rischio dagli esperti, perché assomma diverse caratteristiche della ludopatia, dall’assiduità nel gioco al tentativo di nasconderlo ad amici e parenti, fino alla compresenza di altre dipendenze quali quelle da alcol, tabacco o sostanze psicoattive, che è stata rilevata in circa metà dei ragazzi più a rischio.

In Italia  nel 2014 sono stati giocati 84,5 miliardi di euro, in lieve flessione rispetto al 2013 (0,3%) ma in forte crescita nel  periodo considerato (100% rispetto al 2007). Al netto delle vincite che ritornano ai giocatori, la raccolta netta del settore è stata pari a 17,5 miliardi, di cui 8 sono stati versati all’Erario. Uno degli obbiettivi della ricerca è quello di aprire un osservatorio sulle conseguenze del gioco d’azzardo sui cittadini più giovani e deboli, quelli ai quali in teoria peraltro sarebbe vietato di giocare. Diventa quindi importante capire come i giovani s’avvicinano al gioco, per lo più per imitazione di amici, conoscenti o di abitudini familiari al gioco già consolidate e capire come e quanto giochino. C’è un aumento delle attività online, per lo più via computer, ma il grosso resta fedele all’offline (55% non gioca online, gli altri nelle due modalità), con una netta preferenza tra i giovani per i gratta e vinci e le scommesse e uno scarso appeal delle slot, alle quali comunque per i minorenni l’accesso rimane più difficoltoso.

L’attenzione alla ricerca da parte degli addetti ai lavori, evidente durante la presentazione e non solo dal parterre di presenza qualificate, deriva dalla necessità di conoscere e pesare le conseguenze negative e i costi sociali del gioco d’azzardo, posto che se a quegli 8 miliardi di tasse che entrano nelle casse dello stato dovesse corrispondere una quantità di denaro maggiore spesa per curare le ludopatie, che sono una grave forma di dipendenza, con conseguenze quasi sempre devastanti sulla vita d’intere famiglie e su quelle delle persone che la sviluppano, occorrerebbe ripensare modi e motivi della liberalizzazione del gioco d’azzardo su presupposti meramente contabili e allo stesso tempo troverebbero conferma le posizioni di quanti considerano il gioco d’azzardo una perdita secca per lo stato e per il corpo sociale. Se come sembra il 3/4% di giovani sviluppa ludopatie prima ancora di compiere l’età legale per giocare è un problema, anche se il dato resta allineato alla stima che nei paesi con condizioni e mercati simili quelli in Italia vede la malattia interessare il 2-4% della popolazione. Un problema che a livello nazionale significa che sono considerati «a rischio» circa 3 milioni d’italiani e che ha spinto il governo a inserire la ludopatia nei livelli essenziali di assistenza (Lea), con riferimento alle prestazioni di prevenzione, cura e riabilitazione rivolte alle persone affette da questa patologia. Resta da vedere se i nostri eroi riusciranno a curare i malati con i proventi del gioco d’azzardo, o dovranno concludere che la liberalizzazione di giochi e scommesse finirà per rivelarsi un’operazione a perdere per le casse pubbliche. Ma resta anche da tenere a mente che comunque non sembra un grande affare che un business come quello del gioco d’azzardo si concluda in pareggio o quasi, con poco o nessun beneficio per i conti pubblici e un enorme carico di sofferenze imposto alle famiglie più deboli, a fronte di guadagni che andranno a beneficiare solo i concessionari del gioco.

Pubblicato in Giornalettismo

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