Il caso Moro nei cable americani

Posted on 21 giugno 2015

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Nel database dei cable delle ambasciate americane ormai pubblici e ora resi consultabili online da Wikileaks, si è aggiunta una serie di dispacci diplomatici che partono dal 1976 e arrivano al 2010, e che comprendono anche diversi messaggi relativi al caso Moro.

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Nell’ultima release pubblicata da Wikileaks e relativa principalmente al periodo della presidenza Carter, ci sono 372 dispacci inviati dall’ambasciata romana degli Stati Uniti relativi al caso Moro, solo 35 dei quali erano in origine classificati come segreti. Intuitivamente i messaggi inviati a Washington in relazione al caso dovrebbero essere molti di più e come è accaduto per altri casi e periodi storici non hanno ancora passato il filtro dei censori a guardia dei documenti classificati, destinati ad emergere solo in futuro quando cambieranno le decisioni o quando un ricercatore fortunato compilerà la giusta richiesta a norma del Freedom Of Information Act (FOIA). I cable venuti recentemente alla luce sono comunque utili a ricostruire il clima del periodo storico e alcuni passaggi dietro le quinte della crisi che impegnò l’Italia dal 16 marzo al 9 maggio del 1978, giorno nel quale il rapimento di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse si concluse con il ritrovamento del cadavere dello statista democristiano e presidente della Democrazia Cristiana in carica al momento del rapimento. A leggere i dispacci diplomatici si può concludere che gli americani furono di pochissimo aiuto, anche se si prestarono offrendo comunque quel che potevano.

In un cable del  30 marzo si descrive un incontro con Nicola Lettieri, sottosegretario agli Interni, nel quale il consigliere politico americano gli comunica di non avere informazioni utili sulle Brigate Rosse, anzi, di non averne proprio. A Lettieri dissero che non avevano raccolto informazioni sul terrorismo domestico in Italia e che non avevano le capacità di farlo. Lettieri ci rimane male e promette di provare a convincere i suoi interlocutori che gli americani davvero non ne sanno niente. Nei 55 giorni del sequestro fiorirono diverse teorie del complotto e anche nella Democrazia Cristiana c’era chi temeva ci fosse lo zampino degli americani, perché Moro era l’uomo del compromesso con il PCI e il compromesso con i  comunisti a Washington non era mai piaciuto. Gli americani riflettevano in effetti sulle conseguenze politiche del rapimento e dell’eventuale morte di Moro, ma il lavoro dell’ambasciata sembra essere quello di riferire a Washington il quadro dei movimenti della politica italiana più che essere interessati a questo o quell’esito del sequestro, che fin dall’inizio appare d’estrema rilevanza anche a loro, ma non come potrebbe essere stato se davvero gli Stati Uniti avessero temuto una destabilizzazione «rivoluzionaria» del paese.

L’aiuto più evidente e all’apparenza pregiato fornito dagli americani fu l’invio discreto e riservato di  Stephen Pieczenik, un uomo che aveva servito come Deputy Assistant Secretary of State and/or Senior Policy Planner sotto i Segretari di Stato Henry Kissinger, Cyrus Vance, George Schultz e James Baker. Uno che era stato il principale International Crisis Manager e Hostage Negotiator dis Kissinger e Vance. Specializzato nella liberazione e nel salvataggio degli ostaggi attraverso la trattativa, si trovò però ad operare in un contesto nel quale i due maggiori partiti dell’epoca avevano sposato la linea della fermezza e ripudiato ogni trattativa, almeno ufficialmente. La presenza di Pieczenik, inizialmente nota solo a Cossiga, provocò in seguito polemiche e ipotesi poco piacevoli.

L’ipotesi che possa finire male comincia ad aleggiare presto, tanto che il 19 aprile 1978 un cable reca una bozza del messaggio di condoglianze da presentare a Forlani in caso di esito fatale, e sempre nello stesso periodo si comincia a fare il conto dei leader che saranno presenti ai funerali di Moro, se saranno funerali di stato. Dai cable emerge anche il sospetto tra gli italiani che gli Stati Uniti possano aver stimolato il Segretario Generale dell’ONU Kurt Waldheim a rivolgere un messaggio alle Brigate Rosse, cosa che non era piaciuta in Italia  perché forniva ai brigatisti una legittimazione che il governo italiano aveva penato per evitare. Il sospetto fu espresso dai giornali di sinistra e fu il senatore democristiano Giuseppe Bartolomei a recarsi all’ambasciata americana e a chiedere lumi. Gli americani negarono.

Il  28 marzo si parla in un cable della teoria espressa dall’ex segretario del PSI Giacomo Mancini, che ipotizzava un intervento intimidatorio dopo l’esplosione del caso Lockeed e del comunista Emanuele Macaluso che parlò di un intervento nel quadro della strategia della tensione da parte degli americani. In un cable successivo si dice che i socialisti hanno represso Mancini e quanti avevano la stessa idea e che lo hanno fatto sapere agli americani. Il caso Lockheed era partito da un’indagine americana (commissione Church) e sconvolse Olanda, Germania, Giappone e Italia, dove i partiti di maggioranza si trovarono in grosso imbarazzo perché indicati come percettori di tangenti, pagate dall’azienda americana per favorire l’acquisto di aerei da trasporto Hercules C-130. Dai documenti americani emersero due nomi in codice riferiti ai percettori italiani delle tangenti:«Antelope Cobbler» e «Pun». La Corte costituzionale stabilì successivamente, dalle testimonianze e dai documenti, che Antelope Cobbler fosse molto probabilmente Mariano Rumor, che però ha sempre negato, mentre Pun era con più sicurezza il capo dello Stato Maggiore dell’Aeronautica, cioè Duilio Fanali. Nei cable pubblicati di recente invece Antelope Cobbler è associato al nome di Aldo Moro, anche se solo ed esclusivamente fondandosi sull’affermazione di un’unica persona. Se la circostanza corrispondesse al vero, oltre a macchiare l’immagine di Moro renderebbe meno «complottista» e infondata la tesi di Mancini, peraltro molto debole proprio dal lato del movente collegato alo scandalo Lockheed.

L’equazione Moro-Cobbler aveva destato clamore e poi era stata dismessa dai giudici, più inclini a puntare il dito contro Rumor, anche se incapaci di giungere a conclusioni definitive. Sembra di capire che nella ricerca dell’identità che si celava dietro al nome in codice s’infiltrò anche un tentativo americano di accollare la responsabilità dello scandalo a Moro, ma l’emersione di quest’ultima edizione dei cable non ha trovato grande attenzione presso i media italiani, con l’eccezione di Stefania Maurizi che vi ha scovato un Indro Montanelli d’epoca che racconta agli americani di preferire una «democrazia alla Pinochet» a un governo DC-PCI. Nei cable realtivi al caso c’è anche una curiosa notazione, che rileva come due dei protagonisti del telefono senza fili che aveva portato fino alle orecchie del presidente Leone la notizia, tra i quali Howard Stone, ex capo stazione della Cia fossero poi stati assunti da Montedison, all’epoca azienda di stato.

Secondo il comunista Sergio Segre, che si confidava con l’ambasciata, Moro era comunque un politico finito dopo il rapimento e l’Unione Sovietica non era capace di produrre idee nuove sulle questioni internazionali, il «compromesso storico». I comunisti che parlavano con gli americani tendevano a rassicurare Washington, un cable del 2 maggio racconta che Luciano Barca incontrandosi con l’ambasciatore americano disse di non avere notizia di complicità americane con le Brigate Rosse e che la direzione del partito aveva ordinato a Macaluso di non ripetere l’ipotesi. Barca riconobbe che il PCI aveva tardato a percepire la minaccia e che era venuto il momento di agire decisamente contro la minaccia. Barca disse che in passato il partito comunista aveva fornito al ministero dell’Interno informazioni su «alcuni dei nostri amici» che si ritenevano vicini alle BR in alcune aziende industriali come la SIP o la Siemens. Barca si lamentò persino della tolleranza degli estremisti di sinistra all’interno della UIL e della CISL, accusando il segretario Pierre Carniti di attirare quelli troppo di sinistra nel sindacato democristiano. Nei cable americani si parla anche di Craxi e della sua posizione sostanzialmente opportunistica, tesa a rompere l’alleanza tra comunisti e democristiani e a capitalizzare al meglio la tragedia. Sostenendo da solo la posizione favorevole alla trattativa, Craxi si era messo nella posizione migliore a prescindere dagli esiti futuri e cercava sintonie con quella parte dei democristiani che invece avrebbero voluto trattare per salvare Moro.

Pubblicato in Giornalettismo

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