I dieci anni di YouTube

Posted on 20 giugno 2015

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Youtube compie 10 anni da campione indiscusso del settore, è il terzo sito web più visitato al mondo dopo Google e Facebook, la sua app è sul 35% degli smartphone ed è la terza più usata al mondo. Per farlo funzionare serve buona parte delle capacità delle enormi server farm di Google, ma soprattutto la partecipazione di centinaia di milioni di persone che ne hanno uno dei loro canali televisivi d’elezione e anche un enorme social network, anche se poco considerato come tale.

Il primo video caricato su YouTube

YouTube è nato nel febbraio del 2005 da Chad Hurley (amministratore delegato), Steve Chen (direttore tecnico) e Jawed Karim (consigliere), in precedenza tutti dipendenti di PayPal e studenti dell’Università dell’Illinois di Urbana-Champaign. Il sito è andato online pubblicamente per la prima volta nel maggio 2005 in versione beta e a pieno regime a giugno dello stesso anno. Il primo video (Me at the zoo, Io allo zoo), è stato caricato dallo stesso Karim alle 20:27 del 23 aprile 2005, ha una durata di 19 secondi ed è stato girato di fronte alla gabbia degli elefanti dello zoo di San Diego. I tre ricevettero poi un solido sostegno in un finanziamento di 11 milioni e mezzo di dollari da Sequoia Capital tra il novembre del 2005 e l’aprile del 2006 per sostenere i costi in vertiginoso aumento, a luglio 2006 il sito riceveva 65.000 nuovi video e faceva 100 milioni di contatti al giorno, a novembre dello stesso anni Google comprerà il sito per 1,65 miliardi di dollari, rilevandolo e limitandosi a potenziarlo senza stravolgerlo fino a oggi.
Nel 2014, secondo dati forniti dall’azienda, ogni minuto trascorso ha visto caricare sui server nei datacenter di Google 400 ore di video, tre volte di più dell’anno precedente, con circa tre quarti dei dati caricati al di fuori degli Stati Uniti da 800 milioni di utenti unici al mese. Secondo una stima, nel 2007 YouTube consumava da solo la quantità di banda consumata dall’intera internet nel 2000. Per rendere un’idea, la stima dei costi della diffusione del video di Gangnam Style è attorno ai 300.000 dollari per aver trasmesso le diverse versioni per diversi dispositivi del video 530 milioni di volte. YouTube infatti procede a comprimere e a a codificare a seconda delle diverse esigenze e risoluzioni ogni file che riceve e infine a conservarlo in 2 copie più una di backup supplementare, teoricamente per sempre. Il limite evidente dell’impresa è che qualora dovesse fallire economicamente, l’umanità rischierebbe di perdere l’archivio video mondiale di almeno un decennio, e non solo la sua fruizione, ma anche buona parte dei contenuti.

Gli inizi di questa incredibile espansione non furono del tutto entusiasmanti, tanto che YouTube arrivò ad offrire cento dollari alle ragazze alle ragazze carine che avessero postato 10 o più video con un annuncio su Craiglist, che ricevette una sola risposta. Il sito aveva sicuramente enormi potenzialità, ma i suoi creatori avevano ancora un’idea incerta su come proporlo e lo presentavano così:

Mostra a tutti i tuoi video preferiti

Riprendi il tuo cane, il tuo gatto e i tuoi animali domestici

Blogga i video che realizzi con la telecamera digitale o con il telefono cellulare

Mostra i tuoi video ai tuoi amici, alla tua famiglia in giro per il mondo in modo sicuro e privato

… e molto altro!

Il sito fu presentato anche come «archivio dei tuoi video digitali», uso molto lontano dal motto «Broadcast yourself» che forse fu il claim più accattivante e riuscito, ma i tre erano partiti con l’idea di un sito per ospitare video amatoriali perché non avevano trovato un sito sul quale mettere i loro e, pur credendo nell’impresa non avevano ancora la percezione dell’enorme potenziale del progetto. Su una cosa non sbagliarono e riuscirono a distinguersi dalla piccola folla di siti che più o meno proponeva servizi simili in quello stesso periodo, erano almeno una decina secondo un articolo di Techcrunch del novembre 2005 intitolato «I Flickr dei video», che oltre a YouTube catalogava: CastPost, ClipShack, DailyMotion, Grouper, OurMedia, Revver, Vimeo e vSocial. Di questi sopravvivono solo Vimeo, Daily Motion e Grouper, diventato Crackle dopo essere stato acquistato proprio nel 2006 da Sony per qualche decina di milioni, ma del tutto incapace di competere con YouTube a causa di fatali scelte strategiche, su tutte quelle di non usare la stessa indifferenza di YouTube verso i contenuti coperti da copyright, che furono invece quelli che portarono il sito a essere apprezzato e conosciuto più velocemente da una platea vastissima.

I primi 20 video caricati su YouTube

Secondo Jawed Karim il grande successo del sito è frutto di 4 caratteristiche: la possibilità di raccomandare i video di altri, il collegamento mail per la condivisione, i commenti e la possibilità d’incorporare con facilità i video su altre pagine web. Sono queste le caratteristiche che hanno contribuito fin da subito a creare una vera e propria comunità di youtuber e a permettere il decollo ad alta viralità dei video di maggior successo. Ma soprattutto queste opzioni hanno permesso una molteplicità di usi di YouTube che ne ha fatto una piattaforma sulla quale s’incontrano sia i prodotti delle grandi multinazionali dell’intrattenimento che i video autoprodotti, in un fluire ininterrotto e possente di materiale di ogni genere. YouTube è così diventata molto di più di una piattaforma per il videoblogging o per il content sharing tra amici e familiari, è anche un social network con propri codici e una propria cultura, il canale video d’elezione per media e organizzazioni di ogni tipo, per lo streaming, una finestra per il citizen journalism o per evadere alla censura governativa, una mezzo per l’autopromozione di attività artistiche, una canale news e altro ancora. Secondo il Pew Research Center a seguito dello sviluppo del «visual journalism», quello in cui i testimoni oculari e i professionisti dell’informazione condividono la creazione dei contenuti, YouTube è anche un canale attraverso il quale s’informano sempre più persone, tendenza e crescita solide, che durano da tempo.

L’essere una piattaforma particolarmente flessibile e utilizzata quotidianamente da centinaia di milioni di persone rende YouTube un oggetto difficile da studiare e persino da definire anche per chi vi abbia avuto grande familiarità fin dagli esordi. La considerazione fondamentale da tener presente è però che YouTube non è un’idea originale né un’invenzione, ma uno dei frutti della rivoluzione tecnologica digitale, peraltro previsto con largo anticipo da chi annunciava che la rete avrebbe aperto spazi immensi alla cultura partecipata, e in questo YouTube e i suoi concorrenti hanno finito per offrire ai contenuti video quello che già era stato offerto alla comunicazione scritta prima e alla condivisione d’immagini fotografiche poi. YouTube e i suo concorrenti sono emersi non appena la tecnologia ha reso possibile registrare e condividere video in formato digitale a costi irrisori, quando tutti o quasi hanno cominciato a portare sempre con sé una telecamera l’esigenza di condividere parte del materiale girato è diventata una domanda fortissima per i servizi di condivisione, che con l’aumentare progressivo della velocità delle connessioni e il calo del costo di stoccaggio dei dati, i video «pesano» parecchio e occupano molto spazio su disco anche compressi, ha completato l’elenco delle precondizioni di un’inevitabile rivoluzione nella produzione, distribuzione e fruizione dei contenuti video.

Un’evoluzione inevitabile prevista con largo anticipo, già nel 1997 ad esempio Marc Davis scriveva che una rivoluzione simile a quelle del desktop publishing avrebbe interessato a produzione e la condivisione dei video, portando alla creazione di comunità che avrebbero avuto «la realizzazione e condivisione di video come parte della comunicazione quotidiana». Al moltiplicarsi e decentralizzarsi delle fonti di produzione ha però risposto una centralizzazione dei canali di distribuzione, la massa ha infatti trovato comodo e gratuito albergo sui server di YouTube e, com’è accaduto per Facebook, e ne ha presto fatto il proprio strumento d’elezione, come tale ambito anche da chi ha aspirazioni diversi da quelle amatoriali, perché l’enorme audience del tubo è una ricompensa che non lascia indifferenti.

YouTube ospita oggi una grande varietà di comunità legate dagli interessi più diversi, ma ospita anche la grande industria dell’intrattenimento e la convivenza non facile ha prodotto relazioni sempre più complesse tra produttori e consumatori nella creazione del senso e del valore dell’opera, oltre a notevoli frizioni da industria, produttori amatoriali e YouTube stessa. Una situazione non facile da gestire che Google ha attraversato con estremo pragmatismo, dedicando energie alla rimozione dei contenuti coperti da copyright e chinando il capo senza tanti problemi alla censura imposta dai peggiori governi, per i quali il canale resta comunque una spina nel fianco. Anche in Italia YouTube si è adeguata, nel 2010 ad esempio ha firmato un contratto con la SIAE, riuscendo a soffocare quasi sul nascere l’ondata di «moral panic» che si era scatenata all’affermarsi di YouTube. Il rischio di associare per sempre la propria immagine a un luogo di crimini e nefandezze era alto quando i media hanno cominciato a indicare il «tubo» come il canale sul quale si consumavano inenarrabili atti di bullismo ai danni dei diversamente abili o attraverso il quale i giovani condividevano con facilità contenuti in qualche modo proibiti o sconsigliati.

Google però aveva i mezzi e le professionalità per affrontare la crisi, senza considerare che in breve la stessa rivoluzione che aveva permesso l’avvento di YouTube avrebbe spianato le autostrade digitali alla diffusione ubiqua, incontrollata e incontrollabile dei video porno, un settore che a differenza dell’industria cinematografica tradizionale è stato devastato dall’avvento delle nuove tecnologie di produzione e distribuzione e dal diluvio di produzioni a basso costo. Quando Davis scriveva che «Nei prossimi 50 anni assisteremo all’esplosione di accessi e della produzione e distribuzione dei video da parte delle comunità che prima non potevano permettersi la produzione di video nelle loro case, scuole e uffici», era molto prudente sui tempi e non aveva in cima ai suoi pensieri l’industria del porno, che tratta un prodotto facilmente riproducibile da chiunque con risultati comunque interessanti per buona parte della platea dei consumatori, ma i rovesci subiti dall’industria del porno dicono che i timori dell’industria dell’intrattenimento non sono infondati e che la lotta senza quartiere scatenata dalle multinazionali in difesa dei diritti proprietari è comprensibile, anche se condotta giocoforza confrontandosi con un fenomeno che, come lo stesso YouTube o la rete in senso più ampio, è in continuo divenire e destinato a una tumultuosa espansione che durerà ancora qualche decennio.

Pubblicato in Giornalettismo

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