Una Turchia nuova per Erdogan

Posted on 15 giugno 2015

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Le elezioni hanno imposto uno stop alle aspirazioni di Recep Tayyip Erdoğan, da molti turchi considerate pericolose megalomanie, ma pongono anche la Turchia di fronte a uno scenario improvvisamente incerto dopo 13 anni di dominio dell’AKP, il partito moderato d’ispirazione islamica al potere dal 2002 . Anni che non hanno fatto male al paese, almeno facendo il paragone con il passato, segnato da governi corrotti e da frequenti interferenze golpiste dei militari, ma che non sono bastati a garantire all’AKP il via libera per una trasformazione radicale della repubblica turca.

I sondaggi attribuivano alla vigilia un consenso tra il 40-44% all’AKP, in calo netto rispetto al 49,9% delle politiche del 2011, molto lontano dalla soglia necessaria per raggiungere i 311 seggi che avrebbero consegnato al partito la maggioranza dei due terzi, necessaria a riscrivere la costituzione in solitudine. Il partito repubblicano del popolo (Chp) invece era dato tra il 23 e il 30%, il partito di azione nazionalista (Mhp, destra nazionalista) tra il 14-18% e l’HDP tra il 9 e l’11%. L’84% degli aventi diritto di voto ha risposto alla chiamata alle urne e la chiamata di Erdogan perché i turchi gli consegnassero maggior potere si è trasformata in una disfatta, anche se il premier Davotoglu si è presentato in televisione dicento che l’AKP ha vinto perché è ancora il primo partito con il 40,87%, seguito a grande distanza dal Partito Repubblicano del Popolo (CHP) che si è fermato al 24,96%. Al terso posto si sono piazzati quelli del Movimento Nazionalista (MHP), mentre il quarto posto è stato conquistato con un grande risultato dall’HDP, partito che riunisce una piattaforma di realtà di sinistra e raccoglie il voto curdo e che ha raccolto il 13,12%. Per il gioco dei collegi l’HDP e riuscito però a prendere gli stessi seggi del MHP (80) grazie alla minore dispersione dei suoi elettori, concentrati nell’Est e nelle aree metropolitane occidentali, almeno stando ai risultati provvisori comunicati dalla commissione elettorale. Il superamento della soglia di sbarramento del 10% ha determinato così l’entrata in parlamento dell’HDP e la riduzione dei seggi a disposizione per gli altri partiti, con l’AKP che è precipitato dai 276 seggi che aveva a 258, perdendo così la maggioranza dei 550 deputati, altro che due terzi. Il risultato ha inoltre fatto giustizia delle numerose accuse relative a brogli, i casi denunciati realmente e all’esame delle commissioni elettorali sono pochi e lo stesso i voti coinvolti, peraltro il sistema elettorale turco offre discrete garanzie di regolarità. La forte risposta degli elettori contribuisce a dimostrare che gli stessi turchi vi ripongono fiducia e che nei momenti importanti, com’era questo nel quale di chiedeva in pratica un referendum su Erdoğan e sui suoi progetti di revisione costituzionale, accorrono numerosi alle urne.

Il premier Ahmet Davutoğlu si è dimesso come è consuetudine avendo perso la maggioranza e dovrebbe ricevere l’incarico dal presidente Erdoğan per la formazione di un nuovo governo, necessariamente di coalizione. Non dovesse riuscire, il testimone passerebbe a Kılıçdaroğlu, leader dei repubblicani. Se entro 45 giorni dal voto il governo non vedrà la luce si tornerà alle urne. Il risultato elettorale ha fatto scendere dell’8% la borsa turca e precipitare gli altri indicatori economici, insieme alla lira, ponendo particolare pressione sulla politica, chiamata a dare ai mercati un segnale che dimostri che i progressi dell’era Erdoğan non saranno gettati al vento.

Una prospettiva che spinge l’AKP verso il governo di coalizione e che preme anche sugli altri possibili partner, che pure in precedenza avevano escluso ogni collaborazione con l’AKP e ora hanno cominciato a dettare le loro condizioni per un governo di coalizione. Devlet Bahceli del MHP, considerato l’alleato più «naturale» di un AKP non certo progressista, ha presentato pubblicamente le sue condizioni per sostenere un governo Davutoğlu, che comprende la rinuncia al presidenzialismo, la difesa dell’identità turca in Costituzione, l’esclusione dei corrotti e il cestinare per sempre l’accordo di pace con i curdi del PKK. Condizione questa molto problematica per l’AKP e per lo stesso presidente, che hanno puntato molto sulla normalizzazione dei rapporti con la minoranza curda (il 18% circa dei turchi) e ottenuto dal PKK e da altre forze ostili ad Ankara la rinuncia al separatismo e alla lotta armata in cambio di autonomia amministrativa e della fine della repressione, che da sempre caratterizza il rapporto tra il governo centrale e le province a forte presenza curda. Anche il partito repubblicano (CHP) ha aperto uno spiraglio alla possibilità di un governo di coalizione con l’AKP, il suo leader Kemal Kılıçdaroğlu ha dato la disponibilità dei 132 voti del suo partito «per rispetto agli elettori» e, seppure ideologicamente lontano dall’AKP, chiarito che l’accordo è possibile in cambio dell’attuazione di alcuni punti programmatici promessi agli elettori in campagna elettorale. «Due mensilità bonus ai pensionati, aumento del salario minimo, sgravi per il gas agli agricoltori, la cancellazione delle leggi introdotte dai golpisti nel 1980 e l’eliminazione dell’intermediazione sul lavoro, entro un anno».

Selahattin Demirtas e Figen Yukseldag, co-leader dell’HDP


È invece rimasto sulle sue posizioni Selahattin Demirtas, il leader dell’HDP che è il vero trionfatore delle elezioni e che è riuscito a portare finalmente in parlamento i curdi e al tempo stesso ad arrestare le ambizioni presidenzial-imperiali di Erdoğan, che una volta esauriti i mandati da primo ministro si è fatto presidente e ha piazzato il fido Davutoğlu al governo, si è fatto un enorme palazzo presidenziale e ora voleva farsi anche una costituzione di stampo presidenzialista. Un successo accolto con favore dai quasi tutti i curdi anche all’estero, con il presidente del Kurdistan iracheno, Masoud Barzani, tra i primi a congratularsi. «Sono felice perché i curdi in un’atmosfera democratica e all’interno di un partito sono entrati nel Parlamento della Turchia. È un grande successo per il mantenimento della pace e della democrazia».

Il successo dell’HDP e di Demirtas, da noi definito come l’Obama o lo Tsipras turco, ma che personalmente paragona la sua piattaforma diventata partito agli spagnoli di Podemos, non ha tuttavia suscitato reazioni preoccupate, a parte quelle scontate dei nazionalisti e dei fan della «turchità», che è ancora protetta con la forza del codice penale. L’HDP è l’evoluzione di una piattaforma che comprendeva partiti di sinistra come il Partito Socialista Rivoluzionario dei Lavoratori, il Labour, il Partito Socialista degli Oppressi, il Partito Socialdemocratico, il Partito Socialista della Rifondazione, i Verdi, il Partito di Sinistra del Futuro, il Partito della Pace e della Democrazia, oltre a gruppi e associazioni di sinistra, femministi e LGBT. Una piattaforma che per la prima volta si è presentata sotto le insegne di un partito che si presenta come socialdemocratico e anticapitalista invece di presentare candidati «indipendenti» e sfuggire così alla soglia di sbarramento. La decisione di correre il rischio di non entrare per niente in parlamento ha pagato e ora per la prima volta i curdi hanno una rappresentanza in parlamento, anche se l’HDP si propone come partito nazionale e rifiuta la dicotomia turchi/curdi.

Lo stesso Erdoğan ha incassato la sconfitta con toni concilianti verso la formazione curda «liberale» e riconoscendo che «la nostra nazione e sopra qualsiasi altra cosa». Un cambio di tono netto rispetto ai discorsi polarizzanti e ansiogeni della campagna elettorale, alla quale ha preso parte con forza anche se da presidente di una repubblica non ancora presidenziale avrebbe dovuto tenersene lontano. Ieri invece ha rivestito panni più acconci e sollecitato i partiti a lavorare per conservare il capitale di fiducia e stabilità accumulato dal paese. S’apre ora quindi una fase di trattative delicate, con l’AKP che rischia di restare con il cerino in mano dopo una sconfitta che lo accompagna al tavolo delle trattative indebolito dall’evidente manifestazione di sfiducia da parte dei turchi, che hanno respinto la chiamata plebiscitaria di Erdoğan e privato per la prima volta dal 2002 il suo partito della maggioranza. Una condizione dalla quale potrà muoversi solo in condizione di ulteriore sfavore verso un altro voto, perché il risultato elettorale impone al partito di maggioranza di rinunciare ad alcune delle sue aspirazioni, non solo a quelle di Erdoğan, e di accogliere le richieste dei potenziali partner, tutti usciti più o meno rafforzati dal voto. Un sacrificio che potrebbe estendersi anche alla gestione della politica estera turca, finora monopolizzata da Erdoğan, riguardo alla quale sono forti le opposizioni dei potenziali alleati. L’AKP resta fortissimo e la crisi di consensi sembra figlia degli ultimi eccessi del suo leader più che di un’erosione della sua solida base di consenso, ma la perdita della maggioranza non passerà senza conseguenze, costringendo i vertici del partito a confrontarsi con una realtà sconosciuta e con l’esperienza inedita di un governo di coalizione.

Pubblicato in Giornalettismo

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