Verso COP21, l’ultima possibilità contro il global warming

Posted on 31 maggio 2015

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Se si dovesse giudicare dalle parole spese dai governi negli ultimi 20 anni si potrebbe pensare che il problema del global warming sarà contrastato con successo e speditezza come sembra che sia stato fatto con quello dei CFC, i gas che minacciavano lo strato d’ozono. Se invece si guarda allo stato dei negoziati, ai punti fermi messi finora e all’inarrestabile aumento delle emissioni inquinanti bisognerebbe al contrario concludere che siamo fritti, se non destinati a cercare d’adattarci a un pianeta più caldo.

Ora s’attende COP21 sperando che questa sia la volta buona per cominciare a invertire la tendenza. Il 7 e l’8 dicembre prossimi nella capitale francese, zona Paris-Le Bourget, si terrà il COP21, che nelle speranze di molti dovrebbe rappresentare un passaggio decisivo nel pietoso percorso che dovrebbe portare a scrivere le regole che dopo il 2020 dovranno provare a mettere un freno a un inquinamento atmosferico che continua a crescere e che già ora ci condanna ad alcuni decenni di temperature planetarie aumentate dall’effetto delle attività antropiche. La novità è che per la prima volta dopo 20 anni di negoziati si potrebbe arrivare a una firma condivisa da tutti i paesi del mondo, su un documento di valenza universale e dalle grandi ambizioni, che dovrebbero essere almeno pari alla dimensione della minaccia da a affrontare. Nonostante i 20 anni di negoziati ancora però non ci siamo, così è previsto che da qui a dicembre molti dei maggiori player mondiali gettino sul piatto il loro peso cercando al tempo stesso d’attirare l’attenzione delle opinioni pubbliche distratte e il consenso dei parlamenti che poi dovranno ratificare quegli accordi. Il 27 maggio a Roma si terrà ad esempio l’International Symposium on Climate Change al Teatro di Adriano, piazza di Pietra a Roma, il 27, 28 e 29 maggio. Presenti l’ex presidente sovietico Gorbaciov, il consulente del Presidente Usa Obama, Bill Ritter, e  il senior advisor delle Nazioni Unite, Martin Lees, saranno per la prima volta riuniti intorno a un tavolo con l’intento di delineare un accordo preliminare al summit mondiale di dicembre.

A giugno toccherà a un’enciclica papale, poi a luglio Obama dovrebbe varare il Climate Change Act, un provvedimento che dovrebbe mostrare al mondo come gli Stati Uniti siano pronti a fare sul serio dopo aver traccheggiato più o meno come gli altri paesi, abbiano o no sottoscritto il protocollo di Kyoto. Se Hollande mira a fare la parte del leone, l’Italia ospiterà in ottobre la Pre-COP 21,  lo ha ricordato il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti nella newsletter pubblicata sul sito del dicastero spiegando che «la Francia, presidente della Conferenza Onu, ha infatti aderito alla proposta del nostro paese si far svolgere una pre-conferenza che serva a spianare la strada all’accordo globale sul clima che tutti auspichiamo venga firmato a fine anno nella capitale francese».

Molto si muove anche dal basso, da noi il 7 maggio scorso è nata dall’unione di 50 associazioni, una coalizione italiana per sensibilizzare l’opinione pubblica, la stampa e i decisori politici sul tema del cambiamento climatico in vista di COP21. L’obiettivo è quello di raggiungere la massima sensibilizzazione sulla lotta ai cambiamenti climatici e sul prossimo appuntamento: «Per raggiungere questo scopo – spiegano i membri della coalizione – sarà necessario interloquire con il governo italiano e con l’Unione europea perché assumano posizioni utili in sede di COP 21, a cominciare dal formale riconoscimento che la ‘Just Transition’ debba essere parte integrante del quadro politico che l’Ue adotterà per organizzare la transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio oltre il 2020. I cambiamenti climatici rappresentano oggi un’emergenza globale e locale che mette a rischio la vita di persone, specie ed ecosistemi in pericolo c’è la sicurezza di intere popolazioni in ogni area del pianeta, costi economici, difficoltà crescenti nell’accesso all’acqua, riduzione della produzione agricola, aggravamento delle condizioni di povertà e nuove cause di conflitto e di fuga: oggi si pongono esplicitamente questioni di giustizia climatica nel mondo». L’obbiettivo più ambizioso di COP21 è quello delineato senza timore dal governo francese attraverso le sue ambasciate: «La Francia desidera un accordo applicabile a tutti, sufficientemente ambizioso per permettere di raggiungere l’obiettivo dei due gradi, e dotato di una efficacia giuridica costrittiva.

L’accordo dovrà trovare un equilibrio tra l’approccio di Kyoto – una divisione matematica degli impegni di riduzione delle emissioni, a partire da un comune limite massimo consentito – e quello di Copenhagen, un insieme di impegni nazionali non costrittivi e senza caratteristiche paragonabili. L’accordo dovrà poi attuare un cambiamento di paradigma, prendendo in conto la sfida climatica non in quanto necessaria « condivisione del fardello » delle emissioni, ma anche come un’opportunità di creazioni di posti di lavoro e di ricchezza, di invenzione di nuovi modi di produzione e di consumo». Obbiettivi molto ambiziosi se confrontati con la lentezza con la quale è maturata la coscienza del problema e quella ancora più esasperante della catena di vertici e documenti che hanno portato il mondo fino a Parigi.

Lo United Nations Framework Convention on Climate Change (UNFCCC) fu stato adottato nel 1992 e ratificato da 195 parti. Il protocollo di Kyoto è stato adottato nel 1997 per dare attuazione all’UNFCCC ed è entrato in vigore nel 2005, dal 2007 sono cominciate le trattative per un trattato che dal 2012 divenisse applicabile a tutti i paesi produttori di gas a effetto serra. L’accordo di Copenhagen del 2009, le conferenze di Cancun (2010), Durban (2011) e Doha (2012) hanno posto le basi per l’accordo atteso a Parigi. C’è però voluto un ulteriore accordo nel quale le Parti hanno stabilito di siglare un accordo entro il 2015, che entrerà in vigore dal 2020. Un cammino accidentato che finora ha prodotto poco più di belle parole, mentre i segni del cambiamento climatico hanno cominciato a farsi sentire e siamo arrivati a livelli d’inquinamento tali che ora l’attenzione è nel limitare e non nell’impedire il riscaldamento del pianeta e nello studiare strategie per l’adattamento a quel che succederà da qui a qualche decennio appena. Il problema è tutto nel ridurre le emissioni a livello globale, una riduzione di cui non c’è traccia, anche perché per ora la capacità di generare energia da fonti rinnovabili, che negli ultimi anni ha avuto grande impulso e attirato grandi investimenti, è andata ad aggiungersi all’utilizzo delle fonti fossili che è tragicamente aumentato, e non a sostituire fonti sporche con fonti pulite.

Pubblicato in Giornalettismo

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