L’Italia della Diaz protegge i torturatori

Posted on 9 aprile 2015

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Ancora un volta l’Italia nel suo insieme dà pessima prova di sé e accade in un momento nel quale la reputazione democratica del paese è fortemente messa in dubbio dalla condanna della corte europea che ha certificato come, nel 2001 a Genova,  le forze di sicurezza dello stato abbiano torturato centinaia di pacifici cittadini. Sentenza che si aggiunge a quelle italiane che hanno concluso che prima abbiano aggredito proditoriamente decine di migliaia di persone che manifestavano altrettanto pacificamente.

L’Italia tortura, questo è il messaggio contenuto in quella sentenza, che accusa anche governi e parlamenti italiani d’ignavia di fronte alla vergogna, visto che sono anni che trascinano in parlamento una legge che non dovrebbe fare altro che recepire la Convenzione dell’ONU Contro la Tortura e che invece è stata ripetutamente stravolta fino a diventare nelle ultime versioni emendate un inutile esercizio di retorica e uno scudo, più che una frusta, per quei «servitori dello stato» che dovessero macchiarsi del reato.

Persino nella definizione del reato la nostra classe politica è riuscita a combinare un disastro, qualificando il reato come comune nonostante nella Convenzione sia previsto solo nel caso sia compiuto: «da un funzionario pubblico o da qualsiasi altra persona che agisca a titolo ufficiale, o sotto sua istigazione, oppure con il suo consenso espresso o tacito». Gli astuti cavillatori che fanno lobby in favore della protezione dei «servitori dello stato» da questa legge, propongono invece di allargare il reato all’universalità dei cittadini, svuotandolo così di significato, poi di limitarlo a una serie di condizioni molto strette e infine di prevedere solo un’aggravante nel caso sia commesso dai soggetti indicati dalla Convenzione, che invece all’art.1, recepito com’è in moltissimi dei paesi firmatari, non potrebbe essere più chiara nel definire il reato di tortura:

” (…) qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona dolore o sofferenze forti, fisiche o mentali al fine di segnatamente ottenere da essa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che essa o una terza persona ha commesso o è sospettata di aver commesso, di intimorirla o di far pressione su di lei o di intimidire od esercitare pressioni su una terza persona, o per qualunque altro motivo basato su una qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o tali sofferenze siano inflitti da un funzionario pubblico o da qualsiasi altra persona che agisca a titolo ufficiale, o sotto sua istigazione, oppure con il suo consenso espresso o tacito.”

Questo testo non sembra poter essere adottato così com’è, e un’altra spia della ritrosia della nostra classe politica è sicuramente il fatto che la  Convenzione, entrata in vigore nel 1987, non abbia ancora prodotto una qualsiasi legge sulla tortura nel nostro paese, nonostante la prima proposta di legge in materia sia stata presentata nel 1989 e altre l’abbiano seguita, ma solo nell’arenarsi tragicamente in uno dei due rami del parlamento. Se ora, sulla spinta della vergognosa condanna da parte del tribunale europeo, il governo Renzi dovesse licenziare un testo compatibile con le proposte espresse dalla sua maggioranza, ci ritroveremmo con la tortura classificata come reato comune e quindi, ancora una volta, con una legge che invece di fungere da deterrente e pericolo per i torturatori, finirebbe per essere applicata per lo più ai comuni cittadini.

tortura

Nel nostro paese la polizia gode di molti estimatori in parlamento e così i carabinieri e le altre forze di sicurezza, sarà per questo che molte delle proposte di legge sembrano scritte per proteggere i servitori dello stato più che per disciplinarli e imporre loro di rispettare quel limite invalicabile per il quale i cittadini non si torturano per nessun motivo. Limite che non avrebbe bisogno di essere ribadito in una legge, almeno in teoria, ma che invece pare essere ben poco condiviso quando s’arriva a confrontarsi con i fatti e la realtà, non solo quella di Genova nel 2001. Giova infatti ricordare che nemmeno le immagini di civili somali torturati dai nostri militari durante la tragica missione Ibis in Somalia (pubblicate all’epoca da Panorama) hanno portato ad alcuna condanna e che l’Italia non ha mai processato neppure i suoi più sanguinari e impresentabili criminali di guerra, per rendersi conto che nel nostro paese la divisa, nei fatti, costituisce storicamente una garanzia d’impunità e una licenza di tortura anche nei confronti dei cittadini italiani.

L’irresponsabilità e l’impunità garantita informalmente dalle forze politiche alle nostre polizie è chiaramente figlia di un legame simbiotico dimostrato dalla fortuna delle carriere dei torturatori di Genova e dei loro comandanti, che sono sfuggiti alla giustizia penale, ma che ovviamente non possono dirsi ugualmente assolti da responsabilità morali, politiche e nemmeno dalle accuse di aver vigliaccamente tramato, ostacolando la giustizia, per proteggere i torturatori. Per questo fa ancora più tristezza sentire una figura come quella del presidente dell’Autorità nazionale anti-corruzione Raffale Cantone esprimersi dicendo: «Ma De Gennaro è stato indagato e assolto. L’assoluzione conta pure qualcosa, quindi non può pagare le responsabilità complessive di una macchina intera». È vero che De Gennaro sembra l’unico colpevole a leggere certi giornali, ma altrettanto vero è che la sua personale assoluzione per il reato d’istigazione a sabotare il corso della giustizia, non incide per nulla sulle evidenti e pesantissime responsabilità morali di chi all’epoca guidava i torturatori e i picchiatori.

Per quel comando in quelle ore difficili De Gennaro è stato premiato dalla politica e con lui sono stati premiati e promossi i maggiori responsabili della «macelleria messicana» alla Diaz e del lager di Bolzaneto, dove pure il medico torturava le persone che avrebbe invece dovuto curare. Per quelle torture non ha pagato nessuno e ora la politica, che come tutti ha visto con i propri occhi fin da subito quel che era accaduto, prova lo scaricabarile su una polizia che non ha mai avuto neppure il coraggio di criticare. De Gennaro non si deve dimettere ora, doveva dimettersi o essere cacciato nel 2001 e non vestire mai più una divisa, non è tutta colpa sua se non è successo, ma non si vede chi potrebbe essere moralmente meno responsabile di lui, di quelle torture. E non si vede a che titolo le forze politiche responsabili di questo scempio potrebbero lavarsi la coscienza sporca cacciandolo dopo averlo assurto ai vertici di Finmeccanica, una nomina dal sapore chiaramente politico per la quale De Gennaro non aveva alcuna qualifica o competenza specifica, non si è mai visto un capo della polizia passare al comando di una grande azienda statale, se non forse in qualche regime sovietico o ex-sovietico.

La sentenza sulla tortura ci dice che ora la classe politica è a un bivio di fronte al quale dovrà scegliere se imboccare la strada maestra del rispetto dei cittadini e dei loro diritti o pagar dazio per l’ennesima volta e imboccare l’oscura via che porta alla salvezza dei criminali in divisa. La storia del nostro paese ci dice che senza una massiccia resistenza e una robusta opera di vigilanza democratica, il parlamento condurrà il paese attraverso la seconda via, quella che conduce all’impunità. La stessa di cui godono i responsabili politici di quel massacro del 2001 e di cui si sono vestiti molti tra quanti puntano ora il dito su De Gennaro e che invece meriterebbero di vedere i loro nomi accanto a quelli degli altri protagonisti di una pagina infame della storia del nostro paese. Quasi tutta  la classe politica italiana si è rifugiata in un imbarazzato silenzio in merito ai fatti di Genova o ha mentito ai cittadini sapendo di mentire. Non c’è bisogno di alcuna commissione d’inchiesta sui fatti di Genova, i fatti sono noti e le responsabilità evidenti, servirebbe «solo» un’assunzione di responsabilità politica da parte chi l’ha avuta in questi anni, ma è inutile sperare che chi ha vissuto vilmente si riscatti ora per merito della sentenza sulla tortura o di un soprassalto di coscienza e dignità che non ha mai mostrato d’avere.

Pubblicato in Giornalettismo

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