La Tunisia ce la può fare

Posted on 29 marzo 2015

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La strage di Tunisi ha riportato l’attenzione sul paese dove la primavera araba si è manifestata per prima, dove sembra essersi radicata meglio che altrove e dove l’estremismo islamico non ha la forza destabilizzante mostrata altrove.

La Tunisia ha un territorio che è circa la metà di quello italiano ed è abitato da 10 milioni di abitanti, l’80% dei quali vive nei pressi delle coste in centri urbani di modeste dimensioni: la capitale non arriva a un milione d’abitanti e il secondo centro del paese, Sfax, ne ha 250.000. La demografia del paese è rilevante perché rende difficile l’esistenza di gruppi numerosi, vista le scarse probabilità che passi inosservata, ancora di più in una nazione nel quale le istituzioni vengono da una lunga tradizione di severa repressione dittatoriale e di assoluta ostilità a qualsiasi sussulto legato all’estremismo islamico.

A differenza di altri paesi in Tunisia si è assistito alla dissoluzione morbida di un regime al potere dal 1956, dall’indipendenza dalla Francia, nel quale fino al 2011 si erano avvicendati solo due presidenti, con Ben Ali che nel 1987 aveva deposto e sostituito Habib Bourghiba, padre della patria e del regime, con un golpe morbido all’interno dei ranghi del regime ratificato dalla elezioni del 1989 nel quale raccolse un modesto 99,27% dei voti. Già nel 1988, e come si vedrà con scarsissimi risultati di fronte alla repressione, le opposizioni tunisine hanno costituito un coordinamento per la transizione democratica (Pacte National) , ma solo nel 2011 la Tunisia ha trovato la forza di rovesciare il regime di Ben Ali.

Come in altri paesi arabi il 2011 è arrivato a spazzare via la cortina di ferro che era calata sui paesi arabi durante la War on Terror, lo strumento grazie al quale i regimi della regione hanno potuto calare il pugno di ferro sulle opposizioni senza incorrere nelle critiche delle «grandi democrazie», su tutti gli antichi referenti coloniali e gli Stati Uniti. Ma il pugno di ferro da solo non è bastato e quei dieci anni sono serviti solo a rendere più sfacciati, corrotti e arroganti quei regimi, fino a quando il passare del tempo e il cumulo dei loro fallimenti non hanno disinnescato il pretesto della lotta al terrorismo. Un pretesto giocato con spregiudicatezza dai regimi dell’area, come nel caso egiziano in cui si sono visti i servizi ordinare attentati alle chiese cristiane per poi chiedere sostegno morale ed economico all’Occidente in nome della protezione della minoranza cristiana.

 

All’inizio del 2011 la Tunisia era un paese povero, bloccato da un’élite corrotta che esercitava una morsa ferrea sulla società, censura della rete compresa, eppure a meno di 200 chilometri dalle coste dell’Europa e immersa nella cultura francofona grazie al passato coloniale e all’emigrazione sostenuta verso la Francia. Un paese di giovani disoccupati per lo più, nel quale la corruzione del governo, della burocrazia e della polizia erano benzina sul fuoco del malcontento sociale, che in effetti scoppiò innescato proprio da un rogo, quello con il quale il 4 gennaio si suicidò Mohamed Bouazizi, un povero venditore ambulante stanco delle vessazioni delle forze dell’ordine.

Il regime cercò di auto-riformarsi, il dittatore riparò in Arabia Saudita, lesta ad offrirgli asilo, e si andò ad elezioni dopo un breve periodo di transizione. Come in Egitto e altrove a trarne vantaggio fu il partito islamico moderato, l’unico che negli anni della dittatura aveva potuto darsi un’organizzazione parallela a quella del culto senza che il regime intervenisse a cancellare il minimo accenno di attività politica e sociale. Ennada, il partito della rinascita islamica, ha vinto abbastanza facilmente la prima tornata elettorale, pur senza conquistare la maggioranza assoluta, ma non è poi stata capace di consolidare questo primato attraverso l’azione di governo, che ha decisamente scontentato i tunisini, al punto che presidente è diventato Béji Caïd Essebsi (di Nidaa Tounes), che non è certo un uomo nuovo e che è già stato al governo durante il “regno” di Ben Ali.

Durante tutte queste evoluzioni il terrorismo non si è fatto troppo sentire in Tunisia, dove gli islamisti di Ansar al Sharia sono presenti e attivi, ma decisamente emarginati, al punto che pare trovino rifugio soprattutto sul massiccio di Jebel Chaambi, nel remoto Sud-Est montagnoso del paese, al confine con la Libia e il grande deserto. Sul Jebel Chaambi hanno trovato rifugio anche i qaedisti della brigata Uqba ibn Naf, gruppo più cosmopolita che già l’anno scorso aveva minacciato attacchi a Tunisi. Minacce alle quali solo nel mese di gennaio il governo ha risposto con l’arresto di 100 persone, tutte sospettate di pianificare attacchi nelle principali città tunisine. Fosse vero ci sarebbe da stupirsi dell’efficienza dei servizi tunisini, che si sono fatti scappare solo i tre che hanno attaccato prima il parlamento e poi il museo del Bardo, ma c’è poi da considerare che qualche centinaio di tunisini pur essendo estranei a questi gruppi ha maturato una certa esperienza in proprio, in particolare andando a combattere in Siria e Iraq, quando non nella vicina Libia. Risale al luglio scorso l’ultimo episodio eclatante, con l’attacco che ha portato alla morte di 15 militari nei pressi di Kasserine, assaliti da una cinquantina di militanti, al quale hanno risposto vaste retate. Quanti di questi s’ispirino più o meno all’ISIS o al qaedismo e quanti siano disposti a portare la guerra settaria in Tunisia non è dato saperlo, ma i numeri non sembrano tali da autorizzare evoluzioni simili a quelle in Siria o in Libia.

A differenza della Libia e più similmente all’Egitto, in Tunisia non si è assistito al disgregamento delle istituzioni, che rimangono presidiate da uomini scelti dal vecchio regime, così come sono uomini del vecchio regime quelli che si sono alleati ai «rivoluzionari» laici per sconfiggere Ennada e portare Essebsi al potere, cassando l’esperienza islamista senza bisogno di ricorrere a un golpe come nel vicino Egitto. Un passaggio nel quale bisogna rimarcare che Ennada ha riconosciuto la sconfitta e rivestito con dignità l’ingrato ruolo di campione uscente. Merito di una società che tutto sommato rigetta l’idea di un’islamizzazione del paese e di una cultura che emargina l’estremismo religioso, che ha una penetrazione molto residuale tra la popolazione, ma merito anche di circostanze storiche e politiche che hanno consentito alla Tunisia, unico tra i paesi investiti dalle primavere arabe, di pervenire a un vero cambiamento di regime e di passare (quasi) indenne il primo esperimento d’alternanza democratica al potere senza rischiare di cadere nella guerra civile e nell’oltranzismo autolesionista.

 

Pubblicato in Giornalettismo

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