Si combatte in Europa la battaglia per la neutralità della rete

Posted on 20 marzo 2015

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Negli Stati Uniti il dibattito sulla neutralità della rete si è concluso quasi inaspettatamente con l’adozione da parte della FCC (Federal Communications Commission) di un set di regole che blinda il principio della neutralità della rete inquadrando i fornitori di connessione tra i fornitori di servizi essenziale al pare di luce, gas e acqua, stabilendo che i provider non possono penalizzare o privilegiare i pacchetti di dati che transitano sui loro cavi o le loro trasmissioni.  

La portata di questa affermazione di principio è vasta ed è stata ampiamente discussa, perché la rete fino a oggi ha funzionato secondo il principio mai codificato secondo il quale l’infrastruttura deve essere neutra rispetto al traffico e negli Stati Uniti si era arrivati a dover decidere se codificarla o se prevedere regole diverse all’interno dell’attesissima regolamentazione che andrà a sostituire quella entrata in vigore agli albori della rete. La necessità è stata data sia dall’aumentare degli interessi in conflitto, che dalla pressione esercitata sulle corti da colossi come AT&T e Verizon, che approfittando del vuoto legislativo hanno provato ad affermare la legittimità, per loro, di regolare il traffico che passa per i loro sistemi di trasmissione più o meno a piacimento.

Negli Stati Uniti era cominciata male, con la proposta della Federal Communications Commission sul futuro assetto delle reti che aveva sollevato una vera e propria battaglia con le telecom da una parte e il resto del mondo dall’altra. Lo scorso 8 maggio, ben 150 tra le maggiori società che operano in rete, del calibro di Google, Microsoft, Amazon, Facebook, Twitter o Netflix hanno siglato una lettera aperta che faceva stracci della proposta della FCC, e a loro si è unito il resto del mondo, dalle associazioni dei consumatori fino ai politici, bombardati da milioni di messaggi provenienti dagli elettori. Una pessima soluzione per un problema nato dal fatto che la FCC nel 2002 aveva classificato la banda larga come un «servizio d’informazione» e non come un «servizio di comunicazione» aprendo così la via dei tribunali alle telecom. Il capo della commissione Tom Wheeler aveva allora annunciato una revisione della proposta, Non bisogna tuttavia credere che i giganti della rete abbiano gettato tutto il loro peso nella lotta, che è rimasta sulla spalle di un modesto gruppo di accademici, attivisti e associazioni, supportati però da qualche milione di utenti, di quelli attenti e influenti.

L’idea di discriminare il traffico in base a quanto pagano i suoi utilizzatori o chi lo genera è gustosa per le telecom, ma mortifera per un ambiente che è cresciuto tumultuosamente proprio confidando nell’esistenza di un piano di gioco aperto a tutti e nell’accesso a un’infrastruttura considerata un bene universale, un’infrastruttura costruita grazie ad investimenti pubblici e privati ampiamente ripagati e anche grazie alla passione e al lavoro di milioni di tecnici e di utenti. Concedere alle telecom il potere di costruire caselli a pedaggio o di proporre pacchetti per l’accesso privilegiato a parte della rete non vuol dire favorire investimenti per l’offerta di reti più veloci, ma significa la creazione di diverse internet, ciascuno con la sua velocità e il suo gruppo d’utenti paganti, finendo giocoforza per penalizzare il traffico non premium, quello che resterebbe a disposizione di tutti e che transiterebbe per la rete dopo che è passato quello pagante e/o a una velocità minore.

Tutto sembrava perduto e che persino la presa di posizione di Obama non sarebbe servita a nulla, tanto che a novembre il gruppone di società capitanato da Google si è fatto all’improvviso silenzioso e non ha seguito il presidente, invece la FCC ha stupito gli uccelli del malaugurio licenziando regole che andavano esattamente nella direzione richiesta. Dopo la pubblicazione delle regole le azioni dei provider non sono precipitate, segno che non è vero che fissare il principio della neutralità della rete avrebbe demolito il valore in borsa dei fornitori di banda larga, uno degli spauracchi agitati dagli avvocati delle telecom, che lamentavano anche la possibilità di un congelamento degli investimenti sulla stessa. Ipotesi curiosa visto che finora gli investimenti sono piovuti ingentissimi anche senza i presunti profitti che si potrebbero ricavare mettendo i caselli sui cavi.

Dopo il passaggio negli Stati Uniti ci si aspettava che in Europa la strada si sarebbe fatta in discesa e invece gli accordi che sembrano essere stati conclusi dalla nuova presidenza lettone con i vari attori sembra che la neutralità sarà garantita, ma a condizione che diano comunque l’accesso a internet e lascino un margine per accordi sui servizi speciali come auto connesse o salute. Dopo un anno di discussioni i 28 hanno trovato un compromesso e hanno dato mandato alla presidenza lettone dell’Ue di avviare i negoziati con l’Europarlamento, che fortunatamente non sembra ben disposto ad accogliere una proposta del genere. Il testo rassicura i paesi più piccoli, che avevano il timore di un effetto boomerang sui mercati nazionali, ma è abbastanza chiaro che porgere il fianco all’appetito delle telecom sia poco saggio, come peraltro dimostra le ridicola modifica del roaming telefonico europeo licenziata in contemporanea, per la quale la quantità minima garantita di sms, chiamate e dati a tariffa nazionale, nella proposta dei 28 governi, si limita  ad appena 5 sms, 5 minuti di chiamate effettuate e 5 ricevute, e 5 Mb di dati giornalieri non cumulabili per un massimo di 7 giorni l’anno.

Tra pochi giorni partirà il primo negoziato tra Parlamento, Consiglio e Commissione Ue e si vedrà come andrà a finire, ma è chiaro che in Europa le telecom non hanno ancora esaurito le frecce al loro arco e che come negli Stati Uniti i portatori d’ingenti interessi economici abbiano una corsia privilegiata d’accesso ai luoghi nei quali si preparano le legislazioni che li interessano, resta solo da sperare che alla fine invece prevalga l’interesse collettivo, com’è accaduto che negli Stati Uniti, e che il Parlamento europeo riesca a bloccare l’insano progetto. Purtroppo, se negli Stati Uniti l’interesse popolare per la questione è stato abbastanza relativo, in Europa lo è ancora meno.

Pubblicato in Giornalettismo

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