Dal Darfur all’aborto del Sudan del Sud

Posted on 12 marzo 2015

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Il Sud Sudan è forse il primo caso al mondo di paese abortito sul nascere e passato senza soluzione di continuità dalla guerra per l’indipendenza a quella civile, un disastro che viene da lontano.

La secessione del Sud Sudan è stata fortemente perseguita e voluta da Stati Uniti e Gran Bretagna, che negli anni hanno imbarcato nel progetto l’ONU e la comunità internazionale e coinvolta anche la Cina in un progetto che a oggi può dirsi clamorosamente fallito. Un progetto che ha subito un’accelerazione dopo l’Undici Settembre, che tra le altre cose ha offerto a Washington uno strumento di pressione ulteriore sul regime di al Bashir. Con Khartum Washington era già giunta ai ferri corti perché il regime aveva ospitato Bin Laden e gli americani avevano lanciato un chiaro segnale al dittatore bombardando nel 1998 una fabbrica di medicinali, spacciata per uno stabilimento che produceva armi chimiche.

Dopo il 9/11 Bashir mette così a disposizione della War on Terror i suoi servizi segreti e diventa improvvisamente molto disponibile a trattare la secessione del Sud, da quasi 20 anni impegnato in una guerra per la secessione. Il Sudan era ed è ancora enorme, all’epoca era il paese più vasto d’Africa, titolo ora passato all’Algeria, disegnato dai colonizzatori racchiudeva entro i suoi vastissimi confini popolazioni etnicamente diversissime, da quelle arabe nel Nord fino a quelle tipicamente subsahariane abitate etnie nere e nerissime. Il Sud era effettivamente trascurato dall’amministrazione dello stato, tanto che al momento dell’indipendenza non c’era una sola strada asfaltata al Sud, ma per raccogliere il sostegno delle opinioni pubbliche occidentali si lavorò per inquadrare il conflitto come liberazione dei «cristiani» del Sud dalle angherie dei «musulmani» del Sud. Per finanziare la guerriglia sudista una svelta baronessa britannica, lady Caroline Cox, patrona dell’associazione Christian Solidarity International (CSI), raccolse fondi presso i timorati di Dio dicendo che servivano a ricomprare e liberare i cristiani schiavizzati dai musulmani cattivi. Organizzò anche liberazioni a favor di media in loco, fino a che si scoprì che era tutta una montatura, che non c’erano schiavi e che i soldi raccolti venivano usati per comprare le armi che dalla Gran Bretagna erano esportate in Uganda a pezzi (di ricambio) e lì assemblate per armare i sud-sudanesi. Quattro importanti testate anglosassoni chiesero scusa ai lettori per esserci cascate, l’ONU mise al bando la CSI e la baronessa le cambiò nome in Christian Solidarity Worldwide, che tornò accreditata alle Nazioni Unite.

Il piano per la secessione del Sudan comprendeva un incentivo formidabile, che avrebbe dovuto dare anche ossigeno a un paese che nasceva privo di qualsiasi infrastruttura, un’immensità priva di strade asfaltate nella quale convivono diverse etnie non necessariamente «cristiane»: il petrolio. Settecentomila (700.000) lavoratori cinesi hanno invaso il paese all’inizio del secolo e hanno costruito un oleodotto che va dai campi petroliferi del Sud Sudan a Port Sudan, trasformato in un hub petrolifero moderno dal quale la produzione sudanese prende la via dei mercati internazionali. Il Sud Sudan non ha sbocchi sul mare, ma aveva la maggior parte del petrolio, il pagamento per il trasporto del petrolio fino a Port Sudan fornisce un’ulteriore entrata al bilancio di quel che rimane del Sudan, che ha dovuto rinunciare alla maggior parte del petrolio. Petrolio che va per lo più in Asia, ma che è estratto e venduto da cinesi, indiani, britannici e persino svedesi.

L’accordo portava con sé anche lo sdoganamento di al Bashir, a lungo sulla lista dei cattivi, ma quando ormai era giunto al suo compimento è scoppiata la crisi del Darfur. Il Darfur è grande come la Francia, ma ospitava appena 4 milioni di persone divise in tribù ed etnie quando nel 2003 è stato scosso da un conflitto che ha messo gli uni contro gli altri gli abitanti e ne ha spinto alla fuga la metà in Ciad e Repubblica Centrafricana. Il conflitto del Darfur è stato venduto in Occidente come l’ennesima levata d’ingegno di musulmani cattivi contro, questa volta, diversamente musulmani perché cristiani non ce n’erano. Seguendo le cronache quello che emergeva era un conflitto degenerato in guerra civile totale dopo che per anni la regione era stata scossa dai conflitti tra il Ciad di Deby, il Sudan di Bashir e la Libia di Gheddafi, in particolare dal montare degli attriti tra il ciadiano e il sudanese. Nel 2003 e anche in tempi più recenti dal Darfur sono partiti attacchi che sono arrivati fino alla capitale e la risposta del regime è stata quella di arruolare le popolazioni non coinvolte negli attacchi in una guerra senza quartiere a quelle che supportavano la ribellione.

A questo punto bisogna aprire un inciso sulle capacità militari sudanesi, perché pur trattandosi di un regime d’estrazione militare, quello sudanese non è molto dotato, mancando di un’aviazione moderna e anche di uomini e mezzi sufficienti a presidiare un territorio immenso. Prova ne siano appunto i convogli di fuoristrada che hanno portato più volte guerriglieri dal Darfur fino alle porte della capitale sorprendendo tutti. La soluzione di armare i locali portò alla pulizia etnica del Darfur, da dove le tribù sbagliate furono convinte a darsi alla fuga a suon di massacri e i villaggi bruciati dai temibili «janjaweed» parola diventate d’uso comune in Occidente, che significa banalmente uomini a cavallo.  La crisi in Darfur finì per attirare l’attenzione della comunità internazionale e dell’ONU e molti si spesero per aiutare i profughi, ma finì malissimo. L’impeto dell’ONU era infatti sostenuto da molti spinti da motivi umanitari, dei quali alcuni poco consapevoli, ma poco condiviso dagli Stati Uniti e dagli altri paesi occidentali, che avevano in mente la secessione del Sud e la firma dell’accordo, che avverrà nel bel mezzo della crisi del Darfur senza subire ritardi e senza che il mondo sia insorto contro al Bashir o che gli Stati Uniti abbiano bombardato Khartum.

Poi la crisi del Darfur è sfumata dai teleschermi, noi ci abbiamo consumato il sincero impegno delle ONG serie, un’orrida comparsata di Barbara Contini, peggiore anche di quella irachena, e qualche spicciolo offerto da un paio di artisti presenti a Sanremo, per costruire un monolocale in pietra in mezzo al nulla che avrebbe dovuto diventare un ambulatorio. L’UE arrivò a fornire peacekeeper e la logistica per i campi profughi nei paesi vicini, il Darfur cadde nel dimenticatoio e i rapporti tra Sud e Nord entrarono in un periodo di cogestione prodromico all’indipendenza. La storia è corsa impetuosa, al tempo il ciadiano Deby è arrivato a trovarsi i suoi ribelli alle porte del palazzo presidenziale e si è salvato solo per l’intervento dei militari e dei mezzi aerei francesi. Un volta salvatosi ha usato i soldi del progetto di sfruttamento «etico» del petrolio del Ciad, finanziato a precise condizioni dalla Banca Mondiale per la gioia della EXXON, per armarsi come si deve e ha regolato i conti con i ribelli. Ne ha approfittato anche il suo protetto, il centrafricano Bozizé, in due hanno messo a ferro e fuoco vaste regioni e creato altre centinaia di migliaia di profughi che si sono confusi, anche nelle cronache, con quelli del Darfur. Negli ultimi anni ha prestato il suo fresco ed efficiente esercito, ormai inutile in patria, in Mali, in Repubblica Centrafricana, in Nigeria e altrove ancora. E ha anche sposato la giovanissima figlia del capo dei mitici janjaweed, lui è ottantenne e musulmano plurimaritato, in una sfarzosa cerimonia nella capitale sudanese, presente al Bashir con il quale i rapporto sono tornati al sereno. Al Bashir si è però trovato nel mirino del Tribunale Penale Internazionale di Luis Moreno Ocampo, che dalla sua costituzione ha imputato solo africani, accusato degli evidenti crimini in Darfur. Bashir non si è scomposto molto, ha continuato a essere ricevuto in qualità di capo di stato in tutti i paesi della regione e anche molto oltre, la sua condizione di ricercato non gli ha tolto il sonno, tanto che ha potuto anche togliersi la soddisfazione di mandare uomini e armi in Libia, partecipando alla coalizione che ha rovesciato l’odiato Gheddafi. Bashir ha poi riconosciuto il referendum con il quale gli abitanti del Sud hanno scelto l’indipendenza e il Sud Sudan ha potuto finalmente dichiarare la sua nascita il 9 luglio del 2011, diventando il paese più giovane al mondo, un paese grande il doppio dell’Italia, con appena 12 milioni di abitanti e discrete risorse naturali, anche se tra i più poveri al mondo.

clooney

Salutato con entusiasmo un po’ da tutti, il nuovo paese è presto andato a fondo come un sasso nello stagno. Il leader del partito unico indipendentista ha speso buona parte dei soldi del petrolio per comprare armi, segnatamente un centinaio di carri armati ex-sovietici dall’Ucraina, ma una delle navi che li portava è stata disgraziatamente presa dai pirati somali, si chiamava Faina, nome degno per il Caronte di una tale furbata. Pagato il riscatto, il Kenya ha detto che i carri erano suoi, il Sud Sudan era sotto embargo ONU per le armi, ma pochi mesi dopo i carri sono ovviamente spuntati in Sud Sudan. Riarmato, il premier sud-sudanese Salva Kiir (in copertina)ha pensato bene di andare alla conquista delle aree rimaste da assegnare a cavallo del confine con il Nord, subito dopo la dichiarazione d’indipendenza. Al traino di questo attacco è esplosa una ribellione nel vicino Kordofan, dove gli abitanti del luogo avrebbero voluto andare con il Sud, ed è arrivato di nuovo lo star system, con George Clooney che si è fatto padrino di un progetto che prevede la sorveglianza con un satellite per tracciare le distruzioni provocate dall’esercito sudanese contro i civili del Kordofan e del Sud Sudan.

L’azione è andata male e dopo una serie di bizze, tra le quali l’astuto blocco delle esportazioni del petrolio per più di un anno, Kiir ha trovato un accordo con Bashir e tutto è finito lì, con quelli del Kordofan che sono rimasti con il cerino in mano e i soldati di Khartum che li braccano. Una gestione disastrosa non poteva portare che malumori, per tacitare i quali Kiir è passato alle maniere forti contro l’embrione di stampa sud sudanese. L’atmosfera si è fatta pessima e da Juba se ne sono andati di corsa i sudanesi della diaspora, che erano ritornati dall’estero sperando di contribuire alla nascita del paese. Paese che è stato colpito anche da severe crisi alimentari, che hanno scatenato conflitti sanguinosissimi tra agricoltori e allevatori, tra tribù vicine e infine tra i militari, conflitti che hanno aperto crepe anche all’interno del partito unico, incapace di provvedere ai bisogni elementari dello stato e persino di tenere in riga i propri elementi, visto che tra i protagonisti delle violenze c’erano gli uomini che hanno combattuto contro il Nord, questa volta gli uni contro gli altri.

Si arriva così alla fine del 2013, quando Salva Kiir millanta un golpe e scatena la repressione contro la fazione guidata da Riek Machar, suo vicepresidente, accendendo  un nuovo conflitto, questa volta tutto interno al Sud Sudan, al Sudan People’s Liberation Army (SPLA) e al partito unico che ne è espressione, il Sudan Peoples’ Liberation Movement (SPLM). Tra Kiir e Machar corrono vecchie ruggini che risalgono al 1991, quando la fazione di Machar si ritirò dalla guerra contro il Nord mandando quasi alla rovina lo SPLA e sembra evidente che non riescano a raggiungere una ricomposizione nonostante tutti i rappresentanti dei paesi vicini e lontani stiano esortandoli a farlo.

In poco più di un anno di guerra civile nel paese si sono accumulate decine di migliaia di vittime, intere località devastate, centinaia di migliaia di profughi e almeno 3 milioni di persone che rischiano la morte per fame, ma i due contendenti che un paio di giorni fa erano ad Addis Abeba a subire la paternale di primo ministro etiope Hailemariam Desalegn e le minacce di sanzioni da parte di ONU e Stati Uniti, che hanno rimediato una terrificante figuraccia agli occhi di tutti gli africani, visto che ora a rimediare è stato chiamato un contingente multinazionale alimentato dall’Unione Africana, dall’Uganda schierata abbastanza evidentemente con Kiir e persino dalla Cina, che ha mandato 700 uomini con l’ONU a proteggere i profughi accampati attorno alle dipendenze delle Nazioni Unite e dei contingenti stranieri. Nel paese ci sono anche un centinaio di soldati americani, ma stanno dando la caccia all’ugandese Joseph Kony nelle foreste e non s’immischiano. Il satellite di Clooney non è servito a documentare i crimini sudanesi ed è stato un po’ dimenticato, anche se dovrebbe essere sempre là a fotografare questa volta le tracce dei massacri della guerra civile nel Sud, Angelina Jolie ha fatto carriera ed è passata da Goodwill Ambassador a Special Envoy dell’ UN High Commissioner for Refugees (UNHCR). Alla fine della storia, Bashir e Deby sono ancora inamovibili dittatori mentre Kiir e Machar si stanno giocando il titolo in Sud Sudan, solo il povero Bozizé, pupazzo franco-ciadiano che faceva il dittatore della Repubblica Centrafricana, ha perso il posto e ora s’aggira per Parigi in cerca d’udienza.

A tutti gli altri è andata peggio, soprattutto ai sud-sudanesi. Si capisce quindi il senso di un clamoroso rapporto dell’Unione Africana che, anche prima del fallimento dei colloqui in Etiopia, suggerisce d’impedire ai due leader in lotta di prender parte al periodo di transizione che necessariamente dovrà precedere il ritorno alla normalità, visto che i due non si accontentano di essere presidente e vicepresidente, la soluzione prospettata dall’UA e dalla commissione d’inchiesta guidata dall’ex presidente nigeriano Olusegun Obasanjo parte dal presupposto che i due siano d’ostacolo alla pace nel paese e prevede che nessuno di quanti sono stati al potere fino al 2013 possa assumere cariche e responsabilità e che il governo del paese sia affidato alla stessa Unione Africana per tutto il periodo di transizione. Il rapporto contiene anche una severa critica a Stati Uniti, Norvegia, Gran Bretagna e IGAD (Intergovernmental Authority on Development), che accusa di aver appoggiato, dopo gli accordi del 2005, la costituzione di un potere armato senza contrasti e contrappesi.

Pubblicato in Giornalettismo

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