I morti di Putin

Posted on 5 marzo 2015

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Vladimir Putin è accusato più o meno velatamente da molte fonti di andare per le spicce quando deve liberarsi di qualche personaggio ingombrante, ma in effetti le cronache raccontano che impieghi, solitamente, metodi meno brutali, anche se non meno efficaci, per silenziare l’opposizione.

Il vero peccato criminale di Vladimir Putin è sicuramente nella sua gestione del massacro in Cecenia e nella brutalità adoperata nel reprimere i ceceni, l’immagine di Grozny rasa al suolo e così «riconquistata» dalle truppe di Putin dice più di mille parole e testimonia una brutalità e un disprezzo per la vita umana poi confermate dalle reazioni all’attacco al teatro di Mosca e alla presa della scuola di Beslan. La Russia di Putin, sulla quale regna indisturbato dall’inizio del secolo, è un paese poco rispettoso dei diritti umani, con una libertà di stampa assolutamente relativa e una giustizia chiaramente asservita al potere politico, nel quale i nemici del presidente non fanno carriera e anzi finiscono sistematicamente in disgrazia, quando non in galera. Alexei Navalny, Anatolij Karpov e Sergei Udaltsov appartengono alla categoria degli oppositori politici che subiscono periodicamente angherie e infortuni che limitano grandemente la loro capacità di manovra e Putin si è costruito un sistema che lo tiene ampiamente al riparo dai loro fastidi, oltre a godere per ora di grandi consensi, che però sono molto più effimeri della morsa che ha saputo stringere sulle istituzioni e sull’economia della Russia.

Tra i delitti eccellenti per i quali si è tirato in ballo il leader del Cremlino c’è forse solo quello di Alexander Litvinenko che si avvicina ad avere le caratteristiche idonee per essere attribuito con una certa decisione a Putin o al suo governo. L’uomo, in quanto ex agente dei servizi russi avvelenato con il polonio, è sicuramente in cima all’elenco delle probabili morti «di stato» durante la reggenza Putin. Altri delitti, a cominciare da quello della giornalista Anna Politkovskaja possono essere a lui attribuiti solo grazie a legami molto più vaghi, anche perché la Russia è un paese molto violento, nel quale la criminalità variamente organizzata si è data apertamente battaglia per le strade per il controllo delle ricchezze del paese per anni e nel quale è diffuso il ricorso a sicari per liberarsi di nemici e concorrenti. C’è poi da dire che diversi dei casi che hanno fatto più rumore, spesso hanno avuto più rilevanza all’estero che in patria.

Sono 133 i giornalisti uccisi in Russia da quando Putin ha preso il potere, anche se nell’ultimo lustro sono calati ad “appena” un paio all’anno, e molti di più sono quelli sanzionati, licenziati ed emarginati da un mercato editoriale che con il tempo è finito quasi completamente sotto il controllo di uomini vicini al leader o almeno abbastanza accorti da non disturbarlo. Non aiuta l’incapacità della giustizia russa di venire a capo degli omicidi eccellenti ed è sempre da dimostrare che ne abbia l’interesse, soggetta come è la polizia a un controllo politico che nulla ha da invidiare a quello di sovietica memoria, anche se corruzione e scarse motivazioni la rendano non troppo efficace nei confronti di mafia e affini. Tuttavia è irrealistico attribuire a Putin quelle 133 vittime, spesso uccise per questioni locali o rivelazioni sgradite su questo o quel personaggio pericoloso.

Ci sono stati però alcuni nemici di Putin che lo hanno accusato di volere la loro morte e poi sono morti, come nel caso recente di Boris Nemtsov, oppositore di spicco con una lunga storia politica e vasti interessi, recentemente buttatosi nella contestazione dell’intervento russo in Ucraina.
Nemtsov come spesso accade nelle fitte trame russe, politiche e non, non era un cavaliere senza macchia e senza paura: già pupillo dell’omonimo Eltsin e grande liberalizzatore, si ritrova a sostenere le truppe che hanno cannoneggiato il parlamento durante l’imbarazzante e sanguinoso tentativo di golpe. Diciassette anni dopo viene ucciso, crivellato dai colpi di misteriosi sicari nel centro di Mosca e la rosa dei moventi e dei nemici che ne potrebbero aver armato la mano è lunga.

Un esempio più antico è quello di Egor Gaidar, altro liberalizzatore emerso dalle fila del partito comunista sovietico alla dissoluzione dell’URSS e cultore di decisioni draconiane che Nemtsov aveva apprezzato molto, ma che gli avevano procurato una certa ostilità nel paese. All’ombra di Eltsin, Gaidar aveva aperto all’economia di mercato e liberalizzato i prezzi in nome di una terapia-shock che in effetti si rivelò di grande effetto sui russi, precipitandone la maggioranza in una miseria e una penuria peggiori di quelle di sovietica memoria. Nel 2006 Gaidar fu trovato privo di sensi in Irlanda e, anche se i medici irlandesi dissero che il malore non era stato grave, dichiarò di essere stato avvelenato su ordine delle autorità di Mosca. Morirà nel 2006 per un’edema polmonare.

Alexei Navalny a processo per frode, il 30 dicembre 2014 (Photo credit DMITRY SEREBRYAKOV/AFP/Getty Images)

Alexei Navalny a processo per frode, il 30 dicembre 2014 (Photo credit DMITRY SEREBRYAKOV/AFP/Getty Images)

Non bisogna inoltre dimenticare che l’assetto oligarchico assunto dalla Russia post-comunista ha generato per parte sua scontri drammatici nei quali i sicari a pagamento hanno avuto grande parte e nemmeno che la Mosca dei tempi di Eltsin era paragonata alla Chicago in balia delle gang, non era facile diventare personaggi di primo piano senza sporcarsi le mani, com’è accaduto a due dei grandi signori del gas e del petrolio, privati del loro bottino da uno stato che ha ripreso il controllo delle risorse energetiche. Mikhail Khodorkovsky, ex patron della Yukos, se l’è cavata con 10 anni di carcere ed è stato rilasciato nel 2013 dopo il perdono di Putin, che gli ha scontato un anno e soprattutto il rischio di ricevere ulteriori condanne. Ora vive in Svizzera e ha un patrimonio auto-dichiarato di 100 milioni di dollari, anche se secondo alcuni potrebbe arrivare fino a 300. Nel 2004 era l’uomo più ricco di Russia con un patrimonio di oltre 15 miliardi di dollari, sedicesimo al mondo. Non è stato difficile per i giudici russi trovare nel suo passato appigli per formalizzare e dimostrare l’accusa.

Non troppo dissimile la storia di Boris Berezovskij, uno dei primi miliardari russi, padrone di media e società nel settore dell’energia, che era stato accusato dal giornalista Paul Klebnikov (in copertina), di essere un boss della mafia russa in un articolo sulla rivista Forbes e, successivamente, in nel libro Godfather of the Kremlin (Il padrino del Cremlino). Alexander Korzhakov, ex capo del servizio di sicurezza presidenziale, ha a sua volta dichiarato che Berezovskij gli avrebbe parlato della possibilità di uccidere Vladimir Gusinsky, il sindaco di Mosca Yuri Luzhkov e il cantante e deputato Joseph Kobzon. Klebnikov era un giornalista e uno storico americano, chief editor di Forbes a Mosca, non si sono mai trovati responsabili o i mandanti del suo omicidio, molto simile nelle modalità a quello di Nemtsov. Il giornalismo investigativo è pericoloso dalle parti di Mosca.

Con la storia di Berezovsky si è incrociata quella dell’agente Litvinenko, che una volta saltata la barricata e atterrato in Gran Bretagna ha rivelato di aver avuto l’ordine di uccidere proprio il miliardario russo, ugualmente riparato a Londra. Berezovsky morirà nella sua casa di Titness Park, vicino ad Ascot, nel marzo del 2013, impiccato. La giustizia britannica ha emesso un verdetto aperto sulla sua morte, ma non ci sono mai stati imputati o sospettati e l’uomo aveva una lunga lista di nemici, oltre a una serie di sconfitte delle quali dolersi.

Sarebbe quindi più ragionevole per i detrattori di Putin schivare l’elezione a martiri del putinismo di certi personaggi e incentrare le proprie critiche su quanto c’è di documentabile a suo carico, che basta e avanza a farne un personaggio detestabile, poco presentabile per via della levatura criminale del suo regime, e per quanto goda di un innegabile consenso in patria, resta un leader che si è macchiato di evidenti massacri di cittadini del suo paese e non solo, e della ricostituzione di uno stato di polizia non troppo dissimile da quello dell’ex URSS. Un paese nel quale s’ammazza fin troppo facilmente e nel quale l’intera classe dirigente è diventata tale dopo aver digerito compromessi imbarazzanti o facendosi largo con la violenza o l’associazione a gruppi criminali, nel quale si fatica a credere che l’imperatore Vladimir abbia bisogno di ricorrere all’omicidio compromettente per liberarsi di qualche concorrente fastidioso.

Pubblicato in Giornalettismo

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