Com’è finita in Burkina Faso

Posted on 25 novembre 2014

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A guidare la transizione dal regime di Blaise Compaoré alla democrazia sarà il presidente indicato dal tenente-colonnello golpista Isaac Zida. Che ha nominato Primo Ministro proprio il tenente-colonnello golpista Isaac Zida. L’incarico durerà l’anno che separa il Burkina Faso da quelle che potrebbero essere le prime elezioni relativamente libere da quando il paese ha ottenuto l’indipendenza formale dalla Francia.

Ex colonia francese un tempo conosciuta con il nome di Alto Volta, dal nome del principale fiume che attraversa il paese, il Burkina Faso è stato governato da una serie di dittatori militari fin dal 1966. Paese piccolo, senza sbocco sul mare, ha circa 17 milioni d’abitanti e vive poveramente, soprattutto d’agricoltura e di miniere d’oro (rappresenta il 47% di un Pil comunque modesto), estendendosi su un terreno quasi del tutto pianeggiante, che  dov’è irrigato è anche discretamente fertile.

Indipendente dalla Francia dal 5 agosto del ’60 ha avuto come primo presidente Maurice Yaméogo, leader dell’Unione Democratica del Volta (UDV), che appena eletto mise al bando tutti i partiti tranne il suo e resistette al potere fino al 1966, nonostante la costituzione prevedesse il suffragio universale e un mandato di cinque anni, non si vide nulla del genere. Alla lunga si videro invece disordini e si vide la presa del potere da parte del tenente-colonnello Sangoulé Lamizana, che resterà al potere fino al 1980 nonostante la riscrittura della costituzione e le prime elezioni formalmente libere, che lo videro finalmente eletto nel 1978. Se da dittatore aveva retto a lungo, da presidente democraticamente eletto durò pochissimo, lo deporrà nel 1982 una giunta militare guidata dal colonnello Saye Zerbo, che sospenderà anche la costituzione. La stessa giunta militare lo sostituirà due anni dopo con Jean-Baptiste Ouédraogo, che durerà appena un anno, perché una frattura all’interno dell’esercito porterà al potere Thomas Sankara, che diventa primo ministro nel 1983, poi viene arrestato e infine liberato ad agosto grazie a un golpe nel golpe, diretto dal capitano Blaise Compaoré.

Si era allora in piena guerra fredda e Thomas Sankara, uno dei più carismatici  tra i leader africani, capace di alzare la voce contro lo status quo post-coloniale, implementò una politica decisamente di sinistra procedendo a riforme economiche e nazionalizzazioni e allo stabilimento di rapporti con Mosca e Pechino. Cambiò anche il nome del paese, quello attuale significa più o meno «la terra degli uomini integri», rigettando l’identificazione d’origine coloniale. Uno sgarbo alla Francia e alla comunità degli stati dell’Africa Occidentale ancora oggi sotto l’interessata protezione di Parigi, al quale porrà rimedio lo stesso Compaorè, che nell’ottobre del 1987 uccide Sankara e altri 12 ufficiali e prende personalmente il potere. I quattro anni di governo di Sankara sono cancellati e quasi tutti i provvedimenti del suo governo vanificati. Compaoré conserverà il potere per 27 anni, fino a pochi giorni fa, quando alla fine d’ottobre, dopo appena un paio di giorni di proteste di piazza, il suo regime è crollato di schianto e si è scoperto che il vecchio leader non lo voleva più nessuno. Ad irritare le folle l’annuncio di un referendum, di quelli che non ha mai perso, con il quale il suo regime proponeva di rimuovere il limite ai mandati presidenziali e permettergli quindi di perpetuare il gioco di elezioni-farsa con il quale si era vestito da democratico. Compaoré ora ha trovato rifugio con i suoi in Costa D’Avorio e ha dato le dimissioni dopo tre giorni di proteste, la sua fuga ha testimoniato che nessuno del vecchio regime smaniava per mantenerlo al potere e che alla manifestazione della sua debolezza è partita un gara a prenderne il posto tutta interna alle gerarchie militari, fino a pochi giorni prima a lui apparentemente fedelissime.

A quel punto il beniamino della folla che protesta è l’ex generale e l’ex ministro della difesa Kouamé Lougué, già in rotta con il regime, che nelle interviste si dice pronto a rispondere alla «volontà del popolo» e a farsi garante della transizione, ma poi nella stessa giornata il generale Traoré, capo di stato maggiore si autoproclama presidente e i suoi diffondono voci secondo cui Lougué avrebbe rifiutato l’impegno perché nobilmente disinteressato al potere. Traoré però è durato pochissimo, perché in serata a dichiararsi presidente è stato il tenente-colonnello Isaac Zida, che ha messo Traoré agli arresti e ha liberato Logué, forse disinteressato realmente alla presidenza, ma che per prudenza era stato imprigionato.
Quattro presidenti in un giorno, record del mondo. Il giorno dopo si sono presentati in due alla sede della televisione nazionale per autoproclamarsi presidente, Logué e una deputata portata lì, dirà poi a sua insaputa, da esponenti della «società civile».

Alla fine l’ha spuntata Zida, che ha raccolto la fedeltà delle forze armate con tanto di firma del generale Traoré, che così è tornato libero. Apparentemente risolti i problemi interni, sono spuntati per Zida seri problemi dall’estero, perché alle dimissioni di Compaoré la costituzione non prevede certo la rissa tra i militari e la consegna del potere al più forte. Così tutti, da Parigi a Washington fino all’Unione Africana e alle organizzazioni regionali hanno espresso risentimento per la soluzione e l’UA ha intimato a Zida di restituire il potere a un governo civile entro quindici giorni.

Scartata a priori l’ipotesi di seguire la costituzione, un comitato composto da 23 tra militari, politici, autorità religiose e tradizionali ha così nominato presidente ad interim un civile: Michel Kafando. Ex diplomatico, rappresentante all’ONU e ministro degli Esteri, ha già ricoperto diverse cariche durante il regime di Compaoré, ma soprattutto è stato indicato da Zida, che sotto il passato regime era il vicecomandante della Guardia Presidenziale. Kafando dovrà gestire il paese per il tempo di un anno in attesa delle nuove elezioni, anche se la costituzione prevedeva elezioni entro tre mesi dalle dimissioni del presidente. È stato così annunciato il ritorno del potere ai civili, sennonché il giorno successivo Kafando ha annunciato la nomina a primo ministro di Isaac Zida.

Ora bisognerà vedere se la comunità internazionale si accontenterà della mossa e se Zida smetterà d’indossare la mimetica quando è in veste di primo ministro, ma nel paese sembra che la soluzione sia stata accolta come il male minore, visto che anche il leader del principale partito d’opposizione, Ablassé Ouédraogo, ha commentato prudentemente che un anno fa in fretta a passare e che spera che il duo Kofando-Zida riesca a onorare la road map che dovrebbe portare, pacificamente, il paese alle elezioni.

I mugugni non mancano, Ibrahim Maiga, presidente del Comité de Coordination des Jeunes du Burkina Faso ha commentato dicendo che se parlasse ora si rischierebbe un secondo sollevamento popolare e aggiungendo che parlerà tra 72 ore.

Non manca il pessimismo tra i giovani che sono stati il motore dell’altrimenti immobile e timoroso quadro politico, un pessimismo giustificato dalla storia del paese, che in materia di colonnelli che prendono il potere e poi non lo mollano è ricca d’esempi, come al contrario è povera d’esperienze democratiche, tanto che anche i media sono sempre rimasti sotto il controllo, se non la minaccia, del regime. Ma anche un pessimismo confermato dall’evidente balletto con il quale i militari e gli esponenti del vecchio regime si propongono ora come garanti di una transizione che hanno cavalcato e domato, più che portato a compimento.

Pubblicato in Giornalettismo

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Posted in: Africa