Il voto negli Stati Uniti potrebbe mettere fine alla War On Drugs

Posted on 5 novembre 2014

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Il voto di midterm negli Stati Uniti non mette in gioco solo la maggioranza al Senato, i cittadini di molti stati voteranno anche proposte per la liberalizzazione della cannabis che, se passeranno, sono destinate a mettere definitivamente una pietra sopra alla fallimentare «War On Drugs».

Oggi molti americani si recheranno al voto e nell’occasione, oltre alle schede per le elezioni di midterm, voteranno anche per una nutrita seria di referendum locali sulle materie più disparate. Diversi stati hanno in menu numerose proposte per la liberalizzazione della cannabis, che se passeranno decreteranno la fine della fallimentare guerra alle droghe, in nome della quale è opinione comune che siano stati sprecati decine di miliardi di dollari all’anno negli ultimi decenni, senza nessun risultato apprezzabile.

Da tempo l’ONU e la comunità internazionale hanno messo una pietra sopra al tentativo di repressione, che secondo alcuni doveva riuscire a combattere il mercato delle sostanze psicoattive illegali e in particolare alla criminalizzazione della cannabis, sostanza che si stacca nettamente per caratteristiche e nocività dalle altre sostanze illegali e che da sola copre la gran parte del consumo di stupefacenti nel mondo, catalizzando di conseguenza gran parte dello sforzo repressivo a discapito di quello rivolto a sostanze decisamente più tossiche e nocive.

I referendum in programma propongono diverse iniziative di mitigazione della criminalizzazione della cannabis, dalla liberalizzazione, al via libera alla «marijuana terapeutica» (un’ipocrisia e un cavallo di troia adatto agli stati meno coraggiosi), alla depenalizzazione del possesso, una piaga che riempie per metà le carceri americane di persone che non hanno commesso altro crimine che avere in tasca quello che desideravano consumare.

La tornata elettorale non sarà facile, vista l’annunciata defezione dei democratici, più aperti sul tema, ma la pressione del fronte antiproibizionista è notevole e anche tra i conservatori americani si è fatta larga l’idea che sia ora di smetterla e di legalizzare. In Alaska si voterà una proposta che legalizza il possesso di un’oncia di marijuana (poco più di 28 grammi) e di sei piante per l’uso personale. La misura prevede anche l’istituzione di un mercato legale come in Colorado e nello stato di Washington, oltre alla produzione, vendita e possesso di strumenti utili al consumo e alla produzione di cannabis. Per l’Alaska si tratta del terzo tentativo del genere e l’esito resta incerto.

In Oregon invece si propone la totale legalizzazione e la costituzione di un mercato regolamentato per la cannabis ad uso ricreativo, si potranno tenere fino a 8 once a casa e una «in pubblico». Le tasse così raccolte finanzieranno la scuola pubblica, la polizia e programmi educativi volti alla riduzione del danno, sembra probabile che passi ed è sostenuta anche da diversi repubblicani.

Anche a Washington D.C. è in arrivo lo sdoganamento della Initiative 71, che legalizza il possesso per uso personale (due once) e il possesso di sei piante, oltre a legalizzare produzione e vendita dei relativi accessori. Ma nel distretto la legalizzazione non può passare via referendum, occorrerà una legge, che probabilmente arriverà se la consultazione avrà il successo previsto.

Anche la Florida è pronta al grande salto nel campo della marijuana medica, che ha grande sostegno tra la popolazione, anche tra i molti anziani che decidono di godersi la pensione al sole del Sud, ma per la legge locale occorre raggiungere almeno il 60% e contro sono scesi in campo pezzi grossi come Sheldon Adelson, il miliardario conservatore, re dei casinò, noto anche come finanziatore di Netanyahu, che ha coperto l’85% dei fondi della campagna per il no. Se dovessero passare i referendum, gli Stati Uniti si ritroverebbero con una risicata minoranza di stati rimasti al proibizionismo e nella necessità di rivedere la politica federale antidroga, che ufficialmente non è ancora cambiata e che rimane ancorata ai comandamenti della War On Drugs e orientata a reprimere anche i traffici di marijuana, tanto che si sono visti i federali chiudere i «dispensari» di marijuana medica negli stati che li hanno autorizzati, una situazione che diventa sempre più insostenibile mano a mano che gli stati legalizzano produzione e commercio della cannabis.

Pubblicato in Giornalettismo

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